sabato 27 dicembre 2008

Antonella Anedda: un libro da non perdere


Libri da non perdere. Uno di questi testi è di certo, già quasi introvabile, "Cosa sono gli anni" di Antonella Anedda. Un “libro di gratitudini e rapine”, secondo le parole dell’autrice:

D’immense gratitudini e piccole rapine. Quando, a sedici anni, andavo a un appuntamento, studiavo. Come se quell’incontro, spesso senza seguito, spesso insignificante, fosse il preludio di un’alta conversazione, della più stellare delle unioni. E se c’era indifferenza quella derivava da ignoranza, semplicemente era luce che tardava. Studiando interrogavo me stessa e in quel dialogo silenzioso, nel mento sollevato verso qualcosa che era del mondo e non esattamente del mondo, trovavo la forza di andare nel mondo. Ho continuato a incontrare così la scrittura. Quando leggo mi metto alla prova, alzo il viso per capire cosa posso imparare. Ciò che è stato scritto può non solo non essere perduto, ma sfavillare in attesa di essere decifrato.

“Cosa sono gli anni” è un silenzioso, paziente intreccio di passioni e meditazioni nei confronti di tanti autori “imperdonabili” - come li avrebbe definiti Cristina Campo - accomunati dalla stimmate del bisogno inesausto, al di là del volere del mondo e anche di se stessi, di approdare sulle rive dell’essenza, bruciando attorno e dentro di sé, come in un fuoco febbrile e purificatore, ogni residuo di gratuità. Non sono saggi, nemmeno racconti, ma piuttosto il nudo riverbero di un pensiero, di un cuore interrogante, che s’inscrive sulla pagina chiara come una gèmmea condensazione di parole. Un libro, uno dei pochi, chiarificatore forse proprio perché nel fondo riparato sempre dal vento, raggelante, di una conclusione definitiva.

Ecco, qui di seguito, due pregevoli recensioni del libro.


Francesca Borrelli
Il lessico passionale della poesia


il manifesto, 02/05/1997

Che cosa sono per noi gli anni se non un precipitato di parole e di relative emozioni - sembra dirci Antonella Anedda dalle pagine del suo libro - e sebbene il suo sguardo incontri perlopiù gesti quotidiani di passanti per le sue stesse vie, non così si comporta il suo ascolto, che ha filtrato tra tutti il suono dei poeti più amati e ha accordato l’orecchio sul timbro dei loro versi: così é andata componendo “la raggiante corona delle frasi”, la timida sequenza di “rapine” delle altrui parole, e l’enorme gratitudine per chi le ha pronunciate e si ritrova a dialogare, in questo libro, sul filo di un comune sentire, indifferente allo scarto dei secoli, alle distanze che mai avrebbero permesso un incontro. Che cosa ci portano gli anni, avrebbe potuto dire Anedda, se non pieghe nella carne e fenditure nel cuore: ma lo lascia sussurrare alle figure del suo coro ideale, che hanno scelto di esporre le proprie cicatrici trasformandole in seni sulla pagina, e hanno misurato il respiro del verso sul fiato che avevano in gola, talvolta sincopando in poche sillabe tristi o felici esuberanze dell’animo, oppure scegliendo di affidarsi a distensione metriche più intonate alla pacatezza del momento. Delle parole altrui Antonella Anedda si é nutrita per scalare le vette più alte del suo sentire, se é vero - come dice - che prima di andare a un appuntamento leggeva frsi che le riempissero il cuore, forse per portarne il battito più contiguo alla mente, o per fortificarsi di fronte all’eventuale indifferenza e potersi dire che, semplicemente, “era luce che tardava”. Si é tentati di compiere, con le frasi di Anedda, la stessa operazione che lei ha osato con i suoi poeti, rubarle le parole perché talvolta é difficle resistere all’incanto dell’immagine che in esse si compone: più che prose le sue sono frammenti lirici, sospesi alla lievità di un sogno; e più che saggi questi scritti sono prove di saggezza come quelle che derivano da una consumata esperienza, oppure - come lei scrive - sondaggi sulla “terra del libro”, con la penna usata a mo’ di ramo per scoprire quant’é profondo lo strato che si offre e dov’é che oppone resistenza, quanto occorre scavare per trovare le fondamenta del senso, o l’origine di un significato riluttante a mostrarsi in superficie. “Occorrerebbe fermarsi sul ciglio di ogni verso” - scrive Anedda - esporsi fintanto che si arriva ad afferrare quel “tu” con il quale la poesia ti si rivolge, ti chiama a farne parte. E convoca sulle sue pagine parole e gesti tra lro lontani, ma tutt’altro che estranei: l’espressione della fatica che ci trascina nei “Beati” di Maria Zambrano, e la vernice che, come il tempo, trascolora dalla bambina alla madre alla vecchia nelle “Tre età” dipinte da Gustav Klimt; e ancora, “lacrime o sudore” di sfinimento sul viso di Marina Cvetaeva, tracce di una vita senza tregua, dell’eroico affaticamento da cui si origina e in cui matura l’intera sua opera. portano il segno di una stanchezza disumanante anche le parole di Simone Weil, operaia presso le Fonderie Bernard, quando scrive della sua dignità spezzata “sotto i colpi di una costrizione brutale e quotidiana”, e la santità della vecchia Pasenka descritta da Tolstoj in “Padre Sergio” é inscindibile dalla sua fatica; così come non resta che il segno della sottrazione e della perdita nella protagonista di “Mal vu, mal dit” di Beckett “trasmutata in pietra davanti alla notte”, e di scavo vivono anche le filiformi figure di Giacometti: tutte indistintamente figlie di una diversa, eppure accomunante, erosione del corpo e dell’anima in uno sfinimento senza possibile riscatto. C’é un comune lessico dell’abbandono nelle cui variazioni si ritrovano le parole del distacco, che in Amelia Rosselli descrivono “quasi una deportazione dell’anima”, e inseguono il “viaggio oltre la polvere” di Nelly Sachs, che insieme alle altre voci ebraiche di Getrud Kolmar, Etty Hillesum, Ottla Kafka costituiscono “l’onore del Novecento”, come scrive Anedda e “il prestigio del bene” come disse Simone Weil. La poesia non vive solo di atmosfere rarefatte e di materialità sublimate, ci sono versi che recano rumori e persino odori di cucine, di tepori domestici, di pentole in bollore: così é nei particolari messi a fuoco da Pasternak o dalla Achmatova, “fessure attraverso cui accogliere l’universale” - scrive Anedda; così é negli “Indizi terrestri” di Marina Cvetaeva, composti “non dopo, ma vicino al quotidiano”, sebbene la sua scrittura insegua “incandescenza di forma e pensiero”, un po’ come i colori che sfondano i confini della forma e si piegano alle correnti metropolitane, negli “Addii” di Umberto Boccioni. Ma, appunto, non di soli slanci procede il ritmo dei poeti: non quello di Wallace Stevens, sintonizzato sull’incedere incerto di un uomo già provato, i cui versi “coscientemente senili” sono scritti - dice Anedda - “dopo aver fissato bene la vanità”; né i versi di Celan che rinnegò le sue composizioni giovanili, né quelli di Kavafis nei quali risuona l’eco del suo “io non so sopportare”: versi consapevoli della loro irremediabile debolezza di fronte a un amore che si nega. Molte voci, troppe tra quelle convocate in questo libro, hanno scelto di tacere togliendosi la vita o lasciandosi morire: non ha senso azzardare una spiegazione, ma forse tra le pagine messe insieme da Anedda é legittimo cogliere un suggerimento: che esista un legame, talvolta troppo necessario, tra un corpo insidiato dalla morte e il linguaggio minacciato dal silenzio; come se la scelta di scrivere, essendo spesso prossima a un’ansia di totalità, rendesse meno tollerabile la percezione della propria finitudine.



Stefano Crespi
Immagini nella luce livida della solitudine


Il Sole-24 Ore, 06/08/1997

Per le meritvoli edizioni Fazi di Roma, esce un libro abbastanza insolito nelle categorie correnti: si tratta di prose, dal titolo “Cosa sono gli anni”, e più specificatamente di prose lungo la linea e quasi nell’assolutezza delle prose dei poeti. Un libri insolito e sempre più raro, al punto che l’editore ha aggiunto un sottotitolo più discorsivo di saggi e racconti. L’autrice, Antonella Anedda Angioy, vive a Roma, proviene da una famiglia dell’aristocrazia sarda; ha pubblicato nel 1992 il libro di poesie “Residenze invernali” (nelle edizioni Crocetti)._“Residenze invernali” e “Cosa sono gli anni” (con uno scatto di poetica) sono due titoli molto belli entro cui sembra definirsi, riconoscersi la presenza (la voce) di questa giovane figura. Sono titoli che entrano in una circolarità, in una reciproca relazione di poesia e prosa le quali diventano il segno e il sogno l’una dell’altra: il tempo e lo spazio, il presente e il passato, la bellezza e la vanità._Il punto originario della prosa, così come la intendiamo, nella sua imparagonabilità rispetto al racconto, al saggio, a un priori poetico, é l’assenza d’opera. La scrittura é possibile sullo sfondo di un’assenza di scrittura: fuori dalle categorie del linguaggio, non c’é che un mormorio ostinato che torna al silenzio di cui non si é mai linerato.Nella prosa introduttiva, “Senza recinti”, cade improvvisamente questo frammento: “Di ciò che ho letto e perfino tradotto non conservo quasi nulla. Come davanti all’amato, non é abbastanza o é troppo, come prima di un appuntamento, nello specchio non c’é che vuoto e un bagliore che é anche paura.” Scorriamo le pagine del libro avanti e indietro, lo annnotiamo di sottolineature, per ritornare sempre a questo punto, come alla cifra e all’originarietà di queste prose: la misura della scrittura e la dismisura della condizione irrapresentabile._Sono pagine, dice l’autrice, nate “nell’isola di un’isola”, scritte a memoria, con pochi libri, e ricontrollate poi a Roma nelle citazioni. Sono pagine dunque che si iscrivono in un tempo lungo, arcaico dove si adunano i segni, le tracce, le frasi più interiormente necessitate; dive ricorrono gli accenti essenziali, e forse ossessivi della parola._C’é un libro d’arte che ci attrae. E’ intitolato “Lettrici. Immagini della donna che legge nella pittura dell’Ottocento”. E’ una variante (la donna che legge) nella infinita raffigurazione femminile (la donna mentre si veste e si sveste, si lava e si specchia, sogna o dorme, mentre passeggia e conversa nei salotti, mentre lavora, mentre prega, mentre esibisce la sua bellezza o é ripiegata nell’affetto materno). Ma forse più affascinante é l’immagine della donna, senza libro, alla finestra: la nostalgia dell’assenza, di un’infelicità, l’interiorità di un tempo compatto, il luogo profondo dell’io, e quasi quella “luce rembrandtiana” di quotidiano mistero ( con un’espressione di Claudio Magris). Nell’immagine della donna senza libro, più che la storia di un linguaggio, amiamo l’archeologia di un silenzio. Le prose di questo libro dicono la vita, il senso unico e irripetibile di ogni volto, di ogni gesto, di ogni oggetto, di una pena senza nome, di una frase nella frase infinita; dicono la vita nella sua intensità che risplende dietro le parole, dietro le unità indefinite, dietro le formalizzazioni categoriali. E’ uno sguardo che, su una soglia oscillante, cerca la presenza sfuggente, tenta di ricondurla quale immagine: il tempo fitto e tramato dei libri passa attraverso le mute lettere di un alfabeto interiore. C’é l’epica degli scrittori russi, la voce della letteratura ebraica, l’orizzonte inesausto della letteratura femminile ( da Ingeborg Bachmann a Marianne Moore, da Hannah Arendt a Simone Weil, da Anna Achmatova a Marina Cvetaeva, da Amelia Rosselli a Cristina Campo, da Nelly Sachs a Gertrud Kolmar). Tutto é riportato a una cadenza di diario che non stringe l’atto della vita in una meditazione di racconto, o in un taglio critico; ma si congeda nello struggimento, nello sguardo di un incontro, nel “grigio spento” di un luogo, nella luce livida di una solitudine._Di questa scrittura primaria vorremmo sottolineare la connivenza con l’immagine. C’è nella scrittura il trascorrere dell’interiorità: l’immagine é quasi il tentativo di fissare l’atemporale, l’opacità che resiste. Il dire é portato a quella cifra di unità, dove la parola più che riassorbire il reale nel senso, riporta il senso nel respiro, nel “disegno della poesia” (Yves Bennefoy). Diventano così esemplarità di scrittura le “immagini” di Giotto, del Lotto, di Cézanne, di Klimt, di Albetro Giacometti; o il bellissimo racconto di Andrej Rubev: “Umili e regali, con le grandi ali colme di luce, i volti bruni leggermente inclinati, gli angeli della Trinità sostano alla mensa di Abramo nel sereno splendore di un miracolo domestico. Per dipingerli Rublev non dovrà che ricordare ciò che ha visto in quel giorno di pioggia: le tre creature stanche sedute a un tavolo sotto una tettoia, con i piedi incrociati e nudi, mentre in lontananza splendono i bagliori di una tempesta e lentamente cadono le prime gocce d’acqua”.


scheda tecnica:

autore Antonella Anedda

titolo Cosa sono gli anni

collana le terre

pagine 144

ISBN 88-8112-045-3

data di uscita 01/05/1997

numero collana 8

prezzo in libreria € 10,33

4 commenti:

swampthing ha detto...

davvero interessante... buon anno.

antonella zatti ha detto...

Segnalo, sperando di fare cosa gradita, un post su Claudio Magris:

http://khayyamsblog.blogspot.com/2009/06/in-viaggio-nella-parola-con-claudio.html

Antonella Zatti

Gabriele ha detto...

"residenze invernali" dell' autrice circa un anno fà mi ha protetto da evitare un sacco di pensieri che sarebbero diventati assai brutti e contorti se quelle pagine non mi avessero protetto, e aperto a nuove scoperte, neanche tanto grandi, ma avvenute dentro me, quindi impagabili nella sua verità... lei è per me qualcosa di tanto...gabriele x

xatuhoya ha detto...

Thanks for posting, I like this blog!

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