lunedì 12 luglio 2010

Primo premio a Ivan Crico al "Premio Giuseppe Malattia della Vallata"



Consegna del primo premio per la poesia delle minoranze linguistiche e le parlate locali. Barcis, 12 luglio 2010. Nella foto da sinistra il presidente della Giuria Maurizio Salvador, il poeta veneto Fabio Franzin, la vincitrice della sezione in lingua italiaana Anna Elisa De Gregorio, Ivan Crico e in basso Pierluigi Cappello.


I linïamenti de la levada


De 'na luʃe pìzula ta'l cór
de la note te scrivo. Te scrivo a ti
forest como mi, ta sta tera de fógo
deʃmentegà e de stéle che le 'nvultìza
la to sono de àle vèrte ta'l scur, caʃéi
altóni par quei che i riva de mar

luntani. Stii ʃnegradi i verbi
ta'l albìz del sfoi i sfriʃa le óʃe
sfogonande dei ànƺui, la vègia
che la tende 'l to viaƺo lóngo

'ncòntraghe de nantri - formént
de cunfìn che ta la màʃena del tenp
'l se muda in farina e pan cunpèna
fést - de ziel sugo ta'l fundi del mumént
che ta l'unbrìa la va in zerca del troƺo

par tornar fóia ta'l vént de avrìl. Scolto
'l diman ta le batude doventar sangue
e man par catar ta'l zito la vena de óro
dei insonii mai pirdudi, óro de ardor

de àqua ta'l colfo vèrt dei oci tovi.
Xe drìo sonar; boti lónghi e remandi
de drento 'ntant che zerco de maƺinàr
comòdo saràsto, 'ntant che ƺà in ti
lumo, neve sacreta de unidùn che 'l va
che 'l ven, i linïamenti de la levada.


I LINEAMENTI DELL'ALBA

Da una luce piccola nel cuore / della notte ti scrivo, scrivo / a te straniero come me su questa terra di fuoco / dimenticato e stelle che incoronano / ora il tuo sonno di ali aperte sul buio, alti roghi / per chi giunge da mari lontani. Lame oscure le parole // incidono sul bianco della pagina le voci / incendiate degli angeli, la veglia / che accompagna il tuo lungo viaggio / verso di noi - grano / d'esodo che nella macina dei tempi / si fa farina e caldo pane - / linfa del cielo tra le fibre degli attimi / che nel buio ricerca la via // per tornare foglia nel vento d'aprile. Ascolto / nei tuoi battiti il futuro farsi sangue / e mani per trovare nel silenzio la vena d'oro / dei sogni mai perduti, oro di notturne / fosforescenze sul golfo aperto dei tuoi occhi. / Suonano le campane; rintocchi lunghi ed echi / dentro, mentre cerco d'immaginare / come sei, mentre già in te / vedo, neve segreta di ogni uomo che va / o che arriva, i lineamenti dell'alba.

martedì 25 maggio 2010

Da un commento sulla poesia

Niente sarebbe più lontano
dalla realtà, si dice, di queste cacce
di segni invisibili, come rabdomanti
che sentono scorrere sorgenti
limpide dove

tutti non scorgono altro che pietra
scura e fango. Ma la poesia, i suoi volti
di ocre trafitte da infinite frecce
e cieli riflessi nei resti di trasparenti
battaglie, rimane l'ultimo
luogo rimasto dove
dirsi -comunque - dire

la propria verità, piccola o grande
che sia, non importa. Non possiamo
essere tutto eppure, vedi, il mondo
non potrebbe essere ciò che è senza
di noi, senza questo bianco

di ciliegi che si inabissano nella notte, il vento
che parla attraverso questi rami
neri sul blu profondo.


25.05.2010

mercoledì 14 aprile 2010

domenica 20 dicembre 2009

Le radici antiche della nuova arte



Olio su tela dell'artista goriziano Luca Suelzu

Messaggero Veneto — 18 dicembre 2009
pagina 11 sezione: CULTURA - SPETTACOLO

di IVAN CRICO L’incertezza nei confronti di quel grande punto di domanda che è il futuro ci porta, spesso, a cercare rifugio nel nido - solidamente intrecciato e caldo - della cosiddetta tradizione. Dimenticando però che ogni tradizione, nel momento in cui è nata, è stata anch'essa, sempre, innovazione. L'avvento di qualcosa di nuovo, diverso e quindi, per definizione, perturbante. La tradizione non è, in fondo, che un'innovazione che la società ha deciso, per svariati motivi, di adottare. Oggi molti ascoltano Beethoven per rilassarsi, ma, se leggiamo qualche recensione dell'epoca, ci rendiamo subito conto che quei suoni per noi così suadenti, per le orecchie dei suoi contemporanei non dovevano risultare meno digeribili delle note prodotte dai nastri magnetici del veneziano Luigi Nono. Va detto però che, fino agli inizi del Novecento almeno, fino a Picasso e a Rilke per intenderci, il dialogo con ciò che gli artisti avevano creato nel passato è sempre stata una pratica ineludibile. Un passaggio obbligato. L'artista, ancor prima che inventore, doveva essere conoscitore. Ogni nuovo virgulto si innestava dunque, producendo frutti sempre diversi, sul tronco di pratiche manuali e teoriche collaudate nel corso di millenni all'interno delle botteghe, nelle cantorie, durante le lezioni di metrica. Negli ultimi decenni questo dialogo si è spesso interrotto e, dalla maggior parte della popolazione (ma non solo), l'arte contemporanea è stata percepita spesso come un organismo a sé, autoreferenziale, il cui solo “fin è la maraviglia”, parafrasando i versi del poeta barocco Giambattista Marino. Una sorta di gara, in fondo, a chi la spara più grossa. Se non c'è alla base una vera volontà di dialogare con chi ci sta di fronte, anche il pensiero più geniale però, alla fine, rimane lettera morta. E così, come ha fatto notare di recente la critica Angela Vettese, le opere di molti artisti osannati negli ultimi anni sono presto cadute, velocemente come velocemente erano state acclamate, nel dimenticatoio delle cose che mai diventeranno, con il tempo, tradizione. Complici il mercato dell'arte, gallerie potentissime che - a suon di dollari, euro, sterline, rubli o yen - decidono nelle grandi capitali del mondo cosa andrà la prossima stagione. Per cui si scelgono, il più delle volte, artisti funzionali al raggiungimento di determinati obiettivi, relegandoli poi in soffitta quando non servono più. L'arte, se non desidera ridursi ad altro che a merce, deve riappropriarsi della sua capacità di indicare nuove vie, vie percorribili a un'umanità sempre più allo sbando. Offrendo futuro, nuovo ossigeno, non strade senza uscita. Facendo, come diceva Saba, della «poesia onesta». Non importa poi se un artista dipinge su tela o fa un’installazione, se uno scrive sonetti o recita i suoi versi gridandoli in un centro sociale. L'importante è che la sua opera nasca da una sincera volontà di comunicare ciò che sente e pensa. Senza infingimenti, doppi fini. Non si può non accogliere con grande interesse, dunque, il lavoro che con impegno e in forma disinteressata sta portando avanti da anni, in regione, l'artista e curatore di mostre Paolo Toffolutti assieme alla Neo Associazione Culturale. Un lavoro teso a mettere in luce la produzione artistica locale e, al tempo stesso, capace di far conoscere spazi pubblici bellissimi (ma a lungo poco sfruttati) come quelli proposti per accogliere le opere presentate nel progetto Spazi Pubblici Arte Contemporanea. Un progetto che, a partire dal 7 novembre, con la mostra Specchio specchio delle mie brame chi è il più artista del reale? si propone come una riflessione sul recente lavoro di alcuni tra i nostri più interessanti artisti visivi. La mostra ha coinvolto quattro comuni, tra cui Buttrio e Venzone, e continua ancora (fino a domenica) nel suggestivo medievale Castello di San Pietro a Ragogna e nello splendido, ignorato dai più Palazzo Locatelli a Cormòns fino al 27 dicembre. Si tratta di mostre che testimoniano innanzitutto il grande livello qualitativo raggiunto dagli artisti del Friuli Vg negli ultimi decenni, come la pittrice Manuela Sedmach o il fotografo goriziano Kusterle, solo per citare qualche nome, apprezzati a livello internazionale per le straordinarie invenzioni e la raffinatezza esecutiva. Non più dimenticata periferia la nostra regione, ma, come nella Trieste di Joyce, di Svevo, di Blazen, laboratorio di nuove visioni e pensieri capaci di unire la valorizzazione delle radici culturali e uno sguardo ampio, libero sul resto del mondo. Opere in forma di video, pittura, oggetto, istallazione, grafica, fotografia, scultura che - spiega Paolo Toffolutti - sono poste «in dialettico rapporto fra soggetti, pratiche, idee per costruire relazioni tra i siti storico-artistici che le ospitano e il pubblico, invitato in questo periodo autunnale a compiere un petit-tour fatto di luoghi, visite, inaugurazioni, incontri...». Particolare non trascurabile, quello di indurre le persone a spostarsi, perché spesso dimentichiamo che quando vi sono tagli alla cultura togliamo - di riflesso - lavoro anche a benzinai, trasportatori, negozi di abbigliamento, parrucchieri, ristoranti, bar, alberghi e chi più ne ha più ne metta. Se rimani in pantofole a casa a guardare la tv, difficilmente metti in moto l'economia locale. I nostri amministratori dovrebbero ricordarlo sempre. Non ultimo tra i meriti di questa iniziativa - occorre sottolinearlo - è l'uso davvero lodevole dei finanziamenti regionali, invero assai scarsi, concessi per realizzare queste quattro splendide mostre, curatissime e accompagnate da un ottimo catalogo. A dimostrazione che con poco si può far tanto. E che bisognerebbe iniziare - a differenza di quanto si fa di solito, con curatori strapagati e ospiti i cui cachet da noi si decuplicano per magia - a premiare chi dimostra di far buon uso del pubblico denaro, facendo vera cultura, valorizzando il territorio e chi ci vive. «L'arte serve a ritrovarsi» dice L. Vergine. Ed è sempre una sorpresa, questo rientro, se siamo sempre molto di meno e molto di più di ciò che pensiamo.

domenica 22 novembre 2009

Presentazione del libro "Mani in Pasta" a Gorizia




I sogni, spesso, scompaiono con il risveglio. A volte invece trovano, nello spazio del risveglio interiore, nel lampo della visione, un terreno adatto a farli diventare fiori colorati ma dalla breve vita oppure alberi dai lunghi rami che si spingono dentro i cieli di anni, secoli, millenni. I sogni di Basaglia, come certe piante che crescono tra le fenditure della pietra di dirupi abissali, sono arrivati molti anni fa in una terra difficile, dal suolo indurito dal sangue di migliaia di giovani e dal gelo di confini irreali, com'è quella di Gorizia. E tenacemente, da allora, sferzati dalla pioggia e dai venti dei pregiudizi, dei luoghi comuni, hanno iniziato a crescere e fiorire. Alcuni di quei semi luminosi non sono riusciti ad attecchire. Altri, ancor oggi, producono - a distanza di quarant'anni e più - germogli meravigliosi, impensati. La scoperta di queste nuove, incantevoli realtà è nata per me durante una serie di incontri che si sono tenuti nel Parco Basaglia, intitolati, "Percorsi di-versi", organizzati dai gruppi AMA e dal Collettivo Linea di Sconfine con la collaborazione dei poeti Giovanni Fierro e Francesco Tomada. Una serie di incontri all'aperto, nel segno della leggerezza e della condivisione, tra i raggi di sole filtrati dagli alberi, dove alcuni tra i migliori poeti del Triveneto da due anni donano un po' del loro tempo e le gemme preziose dei loro testi ad un pubblico sempre attento, dove si mescolano senza distinzione cultori della poesia e persone con più o meno forti problemi di disagio, in quella sorta di allergia della realtà - spesso più che giustificata - che è il malessere psichico. Alla fine di ogni incontro, poi, ognuno può leggere se lo desidera i suoi testi: sfoghi, pensieri, versi perlopiù non nati per essere pubblicati quanto per dare un volto alle proprie ombre. Ma anche - come mi è capitato di udire con ammirato timore dalla voce tesissima, cupa di un giovane spettatore - lacerti di visioni degne di un William Blake.
Quest'anno, dopo la proiezione di un video di Carmelo Fasolo che raccontava la storia di questi incontri, sono stato invitato a rimanere per quello che, in teoria, doveva essere - temevo - il solito buffet fatto di tartine con maionese, salatini e bottiglie di plastica riempite di liquido giallastro che, del profumato agrume, non conservano, ormai, null'altro che il nome. Lo offriva un gruppo di donne chiamato "Mani in pasta". Mi resi subito conto di trovarmi proiettato in un'esperienza unica, invece, una gloriosa successione di profumi delicatissimi investì i presenti, sulla volta del palato aromi noti e sconosciuti, passando senza problemi dal dolce al salato, si fondevano assieme senza mai stridere. I volti, le vesti di quelle donne, la discrezione antica con cui portavano brocche d'acqua di rose, limonate alchemiche, parlavano del mondo, dei suoi tanti volti più o meno lontani. Mai uguali, uniti dalla diversità che accomuna ogni cosa. E dalla sacralità del cibo, attraverso cui di giorno in giorno abbiamo la possibilità di vivere, stando attenti a ciò che mangiamo, in comunione con il mondo. La psicologa Corinna Michelin del Centro di Salute Mentale Alto Isontino Integrato, ricorda che si tratta di "donne con percorsi di vita molto diversi tra loro, alcune contattate perché attualmente afferenti al Centro, altre perché familiari o parenti di persone in carico ed altre ancora perché amiche contagiate dall'entusiasmo di quelle che avevano iniziato a partecipare al progetto". Il dottor Franco Perrazza, direttore del Centro, difatti scrive difatti che non è importante offrire solo cure mediche, partendo dal desiderio di Basaglia di ridare dignità e valore di persona a chi sperimenta questa sofferenza, ma anche "opportunità, occasioni, possibilità, atmosfere, luoghi di scambio, spazi per esprimersi, per essere assieme agli altri, per diventare protagonisti del proprio percorso di cura anche attraverso la partecipazione ad attività sociali e culturali". Da questa esperienza straordinaria, che continua, è nato un libro bellissimo edito dalla "Libreria Editrice Goriziana" intitolato appunto "Mani in pasta" che verrà presentato a Gorizia, presso la sede della Fondazione Carigo lunedì 23 alle ore 17.00.
Un libro costellato di importanti ed estesi contributi, come quelli di Carlo Petrini, Presidente Internazionale di Slow Food, o Massimo Cirri, psicologo e noto conduttore del programma radiofonico su Rai 2 "Caterpillar". Un libro di ricette di donne che vivono a Gorizia e nei dintorni. Ma che arrivano dai paesi vicini come dalla Sicilia, dall'Istria, dalla Repubblica Dominicana, dalla Macedonia o dall'Algeria. Ma, ancor più delle ricette, delle foto dei loro sorrisi, delle loro mani intente a preparare con cura i piatti tipici dei loro paesi, colpiscono le loro storie. Che sono storie drammatiche a volte ma, tutte, meravigliose e vere nella loro semplicità e profondità. In cui è impossibile non riconoscere le storie di noi, popolo di emigranti. Scrive Petrini nell'introduzione: "In un mondo che tende all'omologazione, dove la diversità è vissuta come una cosa pericolosa o infruttuosa, è nostro compito ricordare a tutti che la diversità è invece la più grande forza creativa esistente, come la natura insegna grazie ai miracoli che fa in virtù della biodiversità delle specie e delle razze. È con la massima apertura che si realizzano grandi cose, che si costruisce realmente qualcosa di nuovo".
Kheira, algerina, vive in Italia con la sua famiglia da quasi vent'anni. Ricorda, da vera poetessa, che quando cucina si sente, ogni volta, nascere di nuovo. I suoi versi sono fatti d'acqua di fiori d'arancio, di mandorle e cannella. Ricorda com'è necessario dare importanza a tutto. Capire, a fondo, la realtà in cui ti trovi a vivere. Per questo ha voluto imparare, oltre all'italiano, anche il friulano, la lingua della suocera, del marito. "Bisogna voler imparare!", dice. Kheira, assieme a tutte le donne di questo progetto, ci ricorda che solo aprendosi all'altro possiamo superare le barriere, portare in alto lo sguardo per guardare oltre. Leggendo queste pagine, dopo un po', noi non leggiamo più le storie di donne straniere ma quelle delle nostre nonne, mamme, sorelle (ma anche padri!) che trasmettono nei cibi che cuociono tutte le loro speranze, le loro memorie. Impastate, da mani piene d'amore e attenzione, con la pasta dei sogni.

Ivan Crico

Da "I fiumi invisibili": versione in lingua logudorese di Marlene Carboni della poesia "Lisonz" di Ivan Crico


Sardegna


RIPAS (S’ ISONZU)

In ripas jaras de nudda oru- oru m’ avvìo,
lògos de isoladu isplendore, inùe dae
sempre si ràttat su petrarzu velàdu
de silenziu. S’ aèra affogazzàda s’indùlchidi
cun delicàdu alènu de fiòres ‘e sisìa; addàe
in fundu, cunsunta dàe sa lughe, zente
istrànza repòsada a sa mùda, chèna isettare.
S’ammentu mèu s’ischìdat dae su sonnu
s’isgiàrit cun sos lampos - chi annùnziana
in su chelu temporale - s’allùmant subra
puntas de àrvures, contra ojos de mare.


GRETI (ISONZO)

Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.


S’ ISONZU

In ripas jaras de nudda
oru-oru m’ avvìo
lògos de isoladu isplendore,
inùe, dae sempre
si ràttat su petrarzu
velàdu de silenziu. S’ aèra
affogazzàda
s’indùlchidi cun delicàdu alènu
de fiòres ‘e sisìa; addàe in fundu- cunsunta
dàe sa lughe - zente istrànza repòsada
a sa mùda, chèna isettare.
S’ammentu mèu s’ischìdat
dae su sonnu
s’isgiàrit cun sos lampos,
chi annùnziana in su chelu temporale
s’allùmant subra puntas de àrvures,
contra su chelu limpìu.



Nota:

Della poesia "Lisonz" si propongono qui due versioni. Una, più filologicamente aderente al testo originale, e l'altra liberamente reinventata in forma poetica. Da noi i fiori di topinambùr o girasoli del Canada, tuberi che si usano per condire il cibo, non esistono. I fiori selvatici più simili sono quelli di “sisìa”, dal forte afròre. In Sardegna per indicare il colore azzurro puro si usa dire "occhi di mare" ("ojos de mare", pronuncia *osgios * de mare).

file:///Users/ibook/Desktop/Sardo%20logudorese%20-%20Wikipedia.webarchive

martedì 3 novembre 2009

Da "I fiumi invisibili": versione di Mario Di Stefano nella parlata romanesca della poesia "Lisonz" di Ivan Crico


ER FIUME ISONZO


Zur bbianco letto comme de carcia, ch'arilusce
de gnente der fiume sò ito, lochi de splennore
deselto, indove abbeterno er sasso s'arrota
cecàto de zilenzi. L'aria de foco s'addorcisce
co l'odore fine de fiori ggialli servatichi; in fonno
in fonno, squajata de la solina, ggente forastiera
s'arriposa in pasce, senz'aspettà. La momoria
mia dar dimenticamme se ripja co li brillori
che i 'narto - preannunceno er giorno der giudizzio -
s'accenneno sulle foje dell'arberi, contro l'azuro celo.

ISONZO

Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.

Nota:

La presente libera versione in romanesco recupera, al suo interno, diversi termini oggi ormai disusati ma che troviamo, ancora, nei versi di Gioacchino Belli. Con una piccola forzatura (concordata con l'autore), i "greti chiari" diventano allora un "letto bianco comme de carcia" "letto bianco come calce": materia di un bianco abbagliante, come abbaglianti sono, in questo caso, i greti sassosi dell'Isonzo d'estate. Un'immagine molto viva, intensa, che rinvia a certe allucinate descrizioni di paesaggi belliani. Ho trovato poi i termini antichi "arilusce" ed il bellissimo "deselto". "M'incammino" è stato sostituito con "sò ito" che, seppur spostando l'azione nel passato, può riferirsi, anche, ad un passato molto recente, di qualche ora, o minuto addirittura; ma ci permette, però, di inserire una forma tipica e antica, molto riconoscibile, del romanesco. Al posto di "sempre" ho trovato, derivata dal latino chiesastico, la forma "abbeterno", che rispecchia - tra l'altro - con maggior fedeltà il termine bisiaco "saldo", che non vuol dire semplicemente "sempre" ma indica qualcosa di ininterotto,che sembra non finire mai. "Consuma" è stato sostituito invece con "arrota" ("affila"): del resto i sassi prima di diventare sabbia diventano sempre più piatti, affilati come lame sottili di pietra.
Sempre in Belli ho trovato poi il vecchio termine "solina" che vuol dire "sole forte, da cui non c'è riparo": perfetto per la situazione descritta (così "erosa" vien qui sostituito, con ancor maggior pregnanza, da "squajata"). Ho trovato inoltre il termine "momoria" che suona più vetusto e suggestivo del semplice "ricordo". "Rianima" credo che in romanesco suoni meglio tradotto con "ripja", termine popolare, squillante, di fresca immediatezza. Mi sono anche imbattuto in un altro termine molto suggestivo, nel sonetto 47 intitolato "Campidoglio", che è assolutamente perfetto in questo contesto: in bisiàc, con "burlaz" s'intende quel tipo di temporale che arriva di colpo, non previsto, e "er giorno der giudizzio" vuol dire proprio "temporale improvviso". Bellissimo e quasi apocalittico. Testimone di una lingua popolare e alta al tempo stesso, dove sacro e profano, creando una straniata armonia, s'intersecano da sempre. MDS



LISONZ (di Ivan Crico)

Par giaroni ciari de gnente me 'nvïo,
loghi de lisért spiandor, onde che 'l còdul
al se frua saldo 'nzeà de ziti. Al vént
de boi se 'ndulzisse cu'l udor fiéul
dei pirantoni; là in cau, smagnada
del ciaro, zente foresta la polsa
zidìna, senza spetar. Del desmentegarme
al me recordo de nóu al se ànema
cui lusori che in alt - virtindo del burlaz -
i se 'npïa ta le ponte, contra al biau nét.

in bisiàc, antica parlata veneta del monfalconese)