mercoledì 26 agosto 2009

Tra arte e artigianato, note su un saggio di Gian Ruggero Manzoni





Ho letto con molto piacere un bel saggio, intitolato "REGRESSO ARTE A DIFESA DELL’ARTIGIANATO" di Gian Ruggero Manzoni. Un saggio che mi ha fatto ricordare e pensare a tante cose. Io sono nato in un piccolo paese bagnato dalle acque dell'Isonzo, nei pressi di Monfalcone, a Pieris, lo stesso del noto allenatore di calcio Fabio Capello per intenderci. Una regione di confine, che fino a novant'anni fa non faceva nemmeno parte dell'Italia. Verso la fine degli anni Settanta, inizi Ottanta in paese c'era un solo laureato, mi sembra, e qualche pittore. Tre o quattro. Tutti figurativi. Eravamo, non è difficile capirlo, tagliati fuori da tutto. O quasi. Io frequentavo la prima media e volevo, a tutti i costi, imparare a disegnare bene. Mi recai da uno di questi pittori, bravissimo, che vendeva quadri di nature morte in mezza Europa, e gli chiesi se poteva darmi delle lezioni. Mi disse che non aveva tempo ma, se mi andava bene, potevo mettermi vicino a lui e, di tanto in tanto, avrebbe dato un'occhiata a quel che facevo. Ricordo ancora i lunghi pomeriggi passati in quello studio avvolto in una luce soffusa, morbida, la stessa che permeava i suoi quadri, le pagine di antichi volumi, il mappamondo, i drappi davanti al giallo dorato dei vetri piombati che facevano da sfondo a quelle sue composizioni così precise, equilibrate, dove i contorni di ogni cosa si sfumavano l'uno nell'altro tra ombre fonde, cangianti luccichii ottenuti depositando, con la punta di martora, minuti grumi di bianco di zinco o titanio, giallo di Napoli sul fondo preparato con sapienti tocchi dei polpastrelli. Io avevo undici, dodici anni ed ero molto diligente. Mi impegnavo a fondo accettando tranquillamente i suoi metodi piuttosto severi. Anche se si trattava di un uomo buono. A quell'età i giochi stavano diventando parte del mio passato, avevo pochi amici e le mie coetanee non suscitavano in me ancora alcun interesse. Ero una spugna pronta ad assorbire, libero da ogni condizionamento, e l'unico mio pensiero fisso era quello di leggere e guardare i libri d'arte, disegnare e dipingere. Walter, così si chiamava e ancora per fortuna si chiama, mi disse senza mezzi termini che non si poteva dipingere senza saper disegnare. Con lui, per tre anni, non presi mai in mano un pennello. Solo molti anni più tardi mi resi conto, parlando con vecchi pittori e artigiani, che il mio primo maestro era forse uno degli ultimi pittori a portare avanti i metodi di insegnamento delle botteghe rinascimentali. Per un anno intero dovetti copiare delle semplici composizioni di piatti, bicchieri e brocche. Non potevo divertirmi provando ad ombreggiarli ma dovevo concentrarmi soltanto a riprodurre con precisione i rapporti di lunghezza, larghezza, altezza degli oggetti. Le linee di contorno, fossero rette, mezze curve od ellissi, dovevo imparare ad eseguirle con un unico tratto di matita. Cosa difficilissima anche perché impone di forzare la mano imprimendole, spesso, dei movimenti innaturali. La naturalezza, in arte, del resto si conquista superando i propri limiti, non assecondandoli travestendoli di spontaneit L'uso della gomma, quindi, era ridotto ai minimi termini; e solo per fare chiarezza nei primi, inevitabili grovigli di linee. Mi diceva sempre: "Non bisogna farsi distrarre dalla superficie degli oggetti, non serve a niente saper riprodurre esattamente la venatura di un legno o i riflessi su un vetro: bisogna capire, prima, le relazioni che esistono fra i vari oggetti e lo sfondo: questa è la composizione e la composizione sta alla base di tutto". Quel primo anno fu dedicato interamente a questo serrato dialogo tra il pieno ed il vuoto. Poi le lezioni continuarono e, via via, mi diede le prime nozioni di prospettiva, mi spiegò la teoria delle ombre fino al momento in cui, terminate le scuole medie, mi iscrissi all'Istituto Statale d'Arte di Gorizia. A cui approdai da disegnatore ormai smaliziato. Nel metodo di Walter non c'era nulla - apparentemente - di stimolante, creativo. Si trattava quasi di un percorso zen dove l'ego dell'individuo, con i suoi desideri, le sue fantasie, veniva messo per un momento a tacere per poter fuoriuscire finalmente al di fuori di sé e guardare il mondo in silenzio, con attenzione estrema. Riscoprire, al di sotto del caos delle emozioni, dei turbamenti che creano in noi le cose che vediamo, le strutture profonde della nostra realtà. Mi faceva capire che nessuna cosa è bella in sé ma soltanto se riesce ad instaurare un rapporto armonico con ciò che le sta attorno. Se vogliamo valorizzare davvero un diamante lo spazio che lo circonda non è meno prezioso del diamante stesso. Allo stesso modo equilibrati rapporti spaziali possono fare di un guscio di noce o di un pezzo di matita gemme non meno preziose e lucenti. Così noi, i nostri pensieri e le nostre azioni, che acquistano senso e profondità soltanto se cominciano un dialogo con lo spazio del mondo che sta fuori di noi.
A cosa mi fa pensare, dopo tanti anni, tutto questo? Che alla base del lavoro dell'artista ci dovrebbe essere forse, prima del bisogno di apparire grazie all'invenzione di cose nuove, il bisogno di capire il mondo, sempre, liberandosi dai condizionamenti del proprio io. Il nuovo non può che emergere da visioni nuove. Altrimenti, come oggi accade, l'arte rischia di trasformarsi in un'inquietante catena di montaggio di prodotti in apparenza sempre diversi (ma che in realtà non sono che collage di ciò che già sappiamo) per un pubblico che nessuna novità riesce più a saziare. Non un luogo dove porre domande e meditare su possibili risposte ma un'arena al cui interno, per soddisfare gli istinti più bassi degli spettatori, siamo costretti ad assistere ad una continua escalation di orrori. Con la complicità di critici che non visitano più gli studi dei giovani artisti, non conoscono spesso né la storia antica né le tecniche di cui dovrebbero parlare. Che dedicano saggi e mostre a smaliziati pubblicitari, senza alcuna preparazione artistica, presentati di volta in volta come artisti rivoluzionari, salvo dimenticarli all'apparire poi - su questo orizzonte avvelenato da mille speculazioni e riciclaggio di denaro - della nuova stella di turno.
Il mio primo maestro era dunque, per concludere, soltanto un'abile artigiano o un'artista? Distinzione superflua anche perché, oltre il metodo, c'era anche della poesia, vera, in molti suoi lavori. Comunque un tempo tutti erano abili artigiani e così tutti si consideravano anche se significativamente dalle mie parti gli artigiani, tutti gli artigiani dal decoratore al falegname, erano chiamati "artisti". Poi, è logico, da queste botteghe da cui uscivano centinaia, migliaia di ottimi pittori, scultori, stuccatori, doratori, ogni tanto emergeva anche qualche allievo particolarmente dotato, capace di aggiungere a schemi ormai consolidati qualcosa di suo, di nuovo. Simili, in questo, a squadre di atleti che migliorano di continuo i propri record fino ad ottenere risultati impensati. In questi grandi autori la novità era il naturale risultato di una ricerca di verità che portava a nuovi sconosciuti approdi. La ricerca della novità a tutti i costi rischia, se non ci sarà un'inversione di rotta, di far arenare gran parte degli autori contemporanei sulle spiagge di una fama tanto veloce da ottenere quanto esposta, pericolosamente, all'incessante erosione di ogni nuova marea.

martedì 7 luglio 2009

Biagio marin un poeta fra mare e vento


da: Messaggero Veneto — 05 luglio 2009 pagina 09
sezione: CULTURA - SPETTACOLO

di PAOLO MEDEOSSI

In principio c’era un uomo che, stanco della solitudine, sognava di far uscire dal loro silenzio gli abitanti dell’isola dov’era stato bambino. Quell’uomo, un poeta, provò a bussare a tutte le case dell’antico borgo, piccolo nido protetto da quel nido più grande che era l’isola. Inutilmente. Nel silenzio delle calli e dei campielli si sentiva solo l’eco del suo bussare. Allora capì che era arrivata l’ora di lasciare l’isola e i suoi anni bambini e di avviarsi con coraggio verso strade sconosciute, se voleva spezzare il cerchio che lo teneva prigioniero di quel suo mondo di sassi. Quell’uomo era Biagio Marin che in una fiaba lirica autobiografica ( Stanco de solitae/ l’omo a batuo a la porta... ) narrò la condizione del poeta nella Grado di inizio Novecento mentre appunto cercava chi gli aprisse per ascoltare i versi scritti nel dialetto parlato da una minuscola comunità di pescatori in un’isola sperduta fra mare e laguna, poco conosciuta nel 1912 quando cominciava la grande avventura della poesia mariniana. Insomma, doveva proprio partire per andare a scoprire i suoi veri fratelli. Un’avventura diventata a poco a poco, nel tempo, nei 94 anni di vita di Biaseto (morto nel 1985) e anche dopo, assolutamente straordinaria tanto che le sue liriche e le sue parole si sono posate, come le foglie di un albero, dovunque negli angoli più impensati di città, paesi, contrade sconosciute. A proporre queste intuizioni e queste immagini splendide legate a Marin, a ciò che ha scritto e ci ha lasciato, è adesso Anna De Simone che ha curato il volume Cinquanta poesie per Biagio Marin , pubblicato per i Quaderni del Centro studi dedicato al poeta gradese, in una collana diretta da Edda Serra. È stato presentato nei giorni scorsi, esattamente il 29 giugno, anniversario della nascita di Biagio che così è stato festeggiato con una intensità naturale e sorprendente. All’origine del libro c’è proprio l’idea di completare quello che era nella mente del poeta che aveva voluto sfidare la solitudine, un destino, un mondo per far largo alle sue fragili, potentissime e magiche parole, che restarono sempre simili a quelle pronunciate dai bambini. «Altri poeti – scrive Anna De Simone -, seguendo anche inconsapevolmente le orme di Marin in quel loro silenzioso obbedire a una musa vestita di stracci, hanno raccontato, ciascuno nel proprio dialetto, la vita, il mondo, se stessi. Io credo che i cinquanta autori delle cinquanta liriche proposte in questa piccola antologia siano proprio i fratelli tanto a lungo cercati da Marin. Fratelli più giovani, provenienti da luoghi diversi, i cui testi in molti casi si spingono fino alle spiagge del terzo millennio». Si tratta, come spiega Edda Serra, di cinquanta voci che fanno coro per onorare Marin, voci di risposta oggi al suo canto e dialogo, ciascuno nella propria diversità, eppure coro compatto di voci scelte, a rappresentare cinquanta dialetti, cinquanta linguaggi poetici, cinquanta paesaggi, cinquanta piccole patrie, che sorprendono però nella loro unità. Un’unità fatta di fedeltà al poetare, di scelta coraggiosa, di cura amorosa e tenace della propria opera e del suo destino, che supera ogni narcisismo. Fra i cinquanta fratelli (e di ognuno è stata scelta una lirica), che rappresentano un po’ tutta l’Italia, tanti sono naturalmente i friulani, i bisiachi, i triestini, come Elio Bartolini, Luigi Bressan, Pierluigi Cappello, Ivan Crico, Nelvia Di Monte, Amedeo Giacomini, Claudio Grisancich, Federico Tavan, Umberto Valentinis, Ida Vallerugo, Gian Mario Villalta, Leonardo Zanier. Su ognuno di essi il libro propone un accurato apparato di note per cui l’antologia diventa alla fine uno sguardo appassionato e affidabile sulla condizione della poesia dialettale in Italia (narrata regione per regione) che, anche se pochi lo sanno al di là degli addetti ai lavori, sta vivendo un momento di particolare vivacità, in contrasto con l’apparente declino della poesia in genere. Anna De Simone, di origini siciliane, risiede a Milano e da sempre segue con grande attenzione i nostri autori avendo dedicato studi e saggi in particolare, oltre che a Marin, a Virgilio Giotti, a Cappello, Tavan e Vallerugo. Nel testo che apre questo suo nuovo libro, dopo aver ricordato lo straordinario impegno come poeta e scopritore di talenti di Amedeo Giacomini, che creò con la rivista Diverse lingue un punto di riferimento fondamentale per tutto il movimento di questi decenni, mette in luce in termini limpidissimi e definitivi un aspetto notevole, scrivendo: «Quello della poesia in Friuli nel secondo Novecento è un fenomeno che non ha precedenti e reclama un discorso a sé: questa terra ci ha dato infatti, nell’ultimo scorcio del XX secolo, assieme alla Romagna, il maggior numero di poeti di alto livello. Molti se ne sono accorti, pochi se ne sono occupati in maniera approfondita... I dialetti stanno morendo – su questo sono tutti d’accordo – ma la lingua friulana, nella molteplicità e ricchezza delle sue varianti, non aveva mai conosciuto in passato esiti tanto diversificati e originali, grazie ad autori che si sono collocati con decisione, consapevolezza e senso d’arte fuori dalle secche municipalistiche di troppa poesia dialettale, prima di Pasolini, per intenderci, e hanno raccontato con originalità, senza mai cadere nella maniera, la vita... Così i fili della poesia si sono diramati in tutte le direzioni lungo una terra il cui nome evoca un passato molto antico, e hanno creato un arazzo che più vario e ricco non potrebbe essere». «Io sono un golfo», disse un giorno Marin agli amici. E l’antologia che gli è stata dedicata assomiglia proprio a un golfo dove si intrecciano sguardi, talenti, lampi, parole perdute e ritrovate, le “parole di legno” evocate da Ernesto Calzavara. Questa musicalissima teoria di voci, lingue e suoni è aperta da una breve lirica scritta da Novella Cantarutti, un inno bellissimo in friulano per Marin, poeta fatto di mare e vento, mâr e buera , «fermo sull’onda dell’eternità». In conclusione del viaggio ci sono alcuni versi di Biaseto, quelli dove dice che nulla è passato e tutto vive ed è presente. Ninte no’ xe passào / e duto vive e xe presente / un sielo solo levante e ponente / un solo sol m’ha iluminào.

martedì 30 giugno 2009

Alberto Cappi, in memoria


Vogliamo ricordare Alberto Cappi. Nato a Revere (MN) nel 1940 si è spento, dopo una lunga malattia, domenica 28 giugno 2009.

Per la poesia: Passo Passo (Firenze, 1965); Alfabeto (Milano, 1973); 7 (Torino, 1976); Mapa (Mantova, 1980); Per Versioni (Milano, 1984); Casa delle Forme (Udine, 1992); Piccoli dei (Faenza, 1994); Il Sereno Untore (Latina, 1997).

Per la saggistica: Il Testo e il Viaggio (Mantova, 1977); Materiali per un frammento (Udine, 1989); Linguistica e semiologia (Torino, 1994); Materiali per una voce (Grottammare, 1995); In atto di poesia (Napoli, 1997); Materiali per un'arca (Bologna, 1998); Il luogo del verso (Yale, 1998); Il passo di Euridice (Milano, 1999).

Per la traduzione: Juan Liscano, Nella notte venne e baciò le mie labbra (Milano, 1981); Alain Jouffroy, Cerfs Volants (Mantova, 1993); Juan Liscano Fondazioni (Bologna, 1995); Florbela Espanca, Dodici Sonetti (Milano, 1997); Ernesto Cardenal, Quetzalcoatl (Faenza, 1999).

Ha curato le antologie Tutti li miei pensier parlan d'amore (Milano, 1988); L'acqua di Manto (Udine, 1989); And lovely is the rose (Milano, 1990); A las cinco de la tarde (Milano, 1993); Teoria e poesia (Pescara, 1993); Mamanto (Mantova, 1994); Parole nella leggenda (Mantova, 1997).

E' stato redattore delle riviste "Anterem", "Quaderno", "Steve", "Testuale", "Tracce" e collabora ad altre tra cui "Poesia", "Testo a fronte", "La Clessidra", "Il Verri", "Hebenon", le americane "Gradiva" e "Differentia", la venezuelana "Zona Franca" e la spagnola "Serta".

Ha curato alcune collane di poesia e dirige "L'Albero Cavo" in Pescara, "La città dei poeti" e "Poesia del '900" in Mantova, "Nightigale" in Faenza.






Quattro Canti



1996 - 1999







primo canto della neve





quando venne la neve

la neve portò bianchi glicini

e dolci tortore di farina

quando venne la brina

anima candida luce di luna

quando candì il giorno intorno

e l’oro si fece solo sole

quando la notte si annodò

e nodo e nido furono uno

quando il violino suonò le note

della terra bruna e del mare

quando ritmando e poetando

siamo tornati ad amare





secondo canto del vento





dove venne il vento

il vento seminò sibilanti serpi

sui sentieri del sonno e del sogno

dove venne l’uomo e disse

sia detta aurora la prima

ora del tempo

benedetto sia il mattino

dove bambino colsi

alle cose il senso







terzo canto della luce





perché venne la luce

la luce fuggì dal guscio

di attonita pietra dura

in zuccheri di filate stelle

e luce fu e venne

all’uscio della preghiera

al muschio delle lanterne

ferme

nella materna sera





quarto canto del gelo





come venne il gelo

il gelo cantò i suoi occhi

in acini di oscure uve

come venne il gelo

il gelo calò il suo dente

in cocci

piccole nature

sulla pura

cecità delle lucciole

in fedeltà al volo

ai morsi di paura

sabato 27 giugno 2009

Ivan Crico in "50 poesie per Biagio Marin"


Lunedì 29 giugno 2009 alle 18.00 nella Sala Consiliare del Comune di Grado verrà presentato il libro "50 poesie per Biagio Marin" di Anna De Simone, Quaderno n.2 del Centro Studi Biagio Marin. Il libro raccoglie poesie e testi di una cinquantina di poeti e studiosi che vanno da Pier Paolo Pasolini e Franco Loi e accoglie diverse poesie di autori contemporanei della nostra regione come, tra gli altri, Gian Mario Villlata, Pier Luigi Cappello, Giacomo Vit, Luigi Bressan ed Ivan Crico.

martedì 9 giugno 2009

Fra Collio e Grado alla ricerca di paesaggi e poeti


Messaggero Veneto — 01 giugno 2009
pagina 18 sezione: CULTURA - SPETTACOLO

di PAOLO MEDEOSSI


Il remo colpisce l’acqua con una carezza energica e il canotto scivola via sull’onda mentre un delfino solca frenetico il mare in lontananza, accompagnato da un gabbiano pigro. Immagini incollate nella memoria, ricordo di un ambiente puro, incontaminato. Fine anni Sessanta, prima delle grandi trasformazioni, prima del continuo peggioramento. Eppure questo paesaggio resiste in qualche modo e rimane ancora lì, sospeso fra sogno e realtà, in certi tramonti sotto le sferzate della bora, favorendo i viaggi nella fantasia e nella poesia, come accade ora ad Hans Kitzmüller che a questo mondo dedica un libro bellissimo, per fare il punto, per svelare personaggi e luoghi. E per rimettersi in cammino. I romanzi d’avventura intellettuale sono fatti per tale motivo: accendono il desiderio e scrollano di dosso ogni torpore. In questo caso non si tratta di andare sette anni in Tibet per ritrovare una dimensione più spirituale di se stessi, ma basta andare sette ore nel Goriziano, un territorio piccolo, raccolto, segnato dalle vicende di una frontiera difficile e anche tragica, sempre però affascinante nei suoi risvolti meno noti. Lo si attraversa in un baleno. In autostrada, da Palmanova al Lisert, è una corsa di pochi minuti. Ecco fatto, una volta arrivati al casello sotto il ponte ferroviario ad archi, l’Isontino è già alle spalle. Guardandolo dal mare, al largo di Duino, lo si abbraccia in un istante, dalle bocche del Timavo a Grado. Eppure in questi luoghi minuscoli, dove ogni lembo è ravvicinato e a portata di mano, è possibile vivere sensazioni e incontri sorprendenti, come quelli narrati da Kitzmüller in un libro che promette già bene dal titolo, il fascinoso E in lontananza Gorizia , perché fa capire come il discorso alla fine ruoti attorno alla città, che se ne sta lì appartata, silenziosa, quasi raggomitolata all’ombra del suo castello e della sua storia. Il volume (210 pagine, 20 euro) è uscito non a caso per una collana della Libreria editrice goriziana, che continua così nella intelligente opera di ricerca e perlustrazione, capace di fornire autentiche chicche con ristampe, che evocano il clima d’un certo passato, oppure con opere nuove di zecca, come questa che raccoglie impressioni risalenti fino allo scorso inverno visto che la descrizione di certi posti, sotto l’incalzare della modernità consumistica, è molto attuale e aggiornata. L’autore chiarisce che non ha voluto proporre una guida turistica per la promozione dei luoghi, ma un diario con le emozioni che i territori trasmettono attraversandoli velocemente oppure osservandoli da fermo. Non si tratta di sensazioni private, soggettive, narrate con lirico trasporto, bensì di intuizioni che tutti possono condividere e far proprie, nella consapevolezza che in definitiva l’ambiente siamo pur sempre noi, con i mutamenti che subiamo e il nostro modo di pensare e vedere. Il racconto di un paesaggio può diventare così una grande storia, la sua lettura e interpretazione trasformarsi nell’avventurosa esplorazione di una porzione di spazio in una frazione di tempo. In tutto questo, l’approccio letterario è essenziale, non per sfoggio di saccenza, quanto invece per un dato naturale, evidente a tutti. Davanti allo scenario di Grado, a esempio, saltano fuori limpidi e necessari i versi di Biaseto Marin che – dice Kitzmüller – «sono la formulazione più efficace dell’esperienza fisica della luce, del cielo, di vele gonfie e afflosciate, delle onde del mare e dello sciacquio della laguna lungo le rive delle barene». Il racconto parte dalla pineta dove approdò San Marco, a due passi di Aquileia, e si sofferma a lungo in questa porzione di Friuli in cui il punto di riferimento diventa il campanile della basilica, «una matita di sassi che scrive nuvole con la sua punta di coppi», come poeticamente spiega il professor Emilio Rigatti ai suoi allievi mentre attraversano questi posti avendo ben presente la lezione leopardiana, secondo la quale l’uomo sensibile e immaginoso è destinato a vedere il mondo e gli oggetti doppi perché solo così potrà percepire il bello e il piacevole delle cose. A due passi c’è l’Isonzo, uno dei più bei fiumi d’Europa e la sua presenza evoca i versi di Celso Macor, scritti in sonziaco , misterioso aggettivo che indica una varietà del friulano, caratterizzato da una predilezione per la vocale “a”. Il viaggio nell’Isontino è infatti anche un’escursione in un patrimonio linguistico originalissimo che però si sta semplificando visto che, se gli sloveni sono perfettamente bilingui, i friulani lo sono ormai solo parzialmente. E ancora ci sono il bisiaco e il gradese, diffusi nelle loro aree. Dunque la provincia di Gorizia può essere definita multilingue, ma solo in minima parte plurilingue mentre dallo scenario è sparito il tedesco che un secolo fa era invece alla base della cultura del territorio. Peculiarità che veniva esemplificata in modo emblematico dall’identità culturale degli studenti dell’istituto goriziano più prestigioso, lo Staatgymnasium , tra i quali c’erano Alojz Gradnik, Otto von Leitgeb, Ervino Pocar, Biagio Marin, Carlo Michelstaedter. Una ricchezza sparita dopo la prima guerra mondiale, che lascia tracce solo in libri da riscoprire o in biografie straordinarie, come quella dell’attrice Nora Gregor. Il viaggio nel paesaggio del Goriziano non dimentica le devastanti trasformazioni causate dal fiorire di capannoni e centri commerciali, come accade a Villesse. «Siamo – dice Kitzmüller – di fronte a una distruzione definitiva a favore dell’effimero, una scelta che determina un uso del territorio dalle conseguenze irreversibili, che si accompagna a uno spreco incredibile di risorse. L’eccesso del gigantismo della grande distribuzione cancella la misura del necessario». Meglio tornare allora ai maitàni , i segnali di mare di cui parla Ivan Crico, poeta raffinato e colto che nella Bisiacaria è andato a recuperare parole preziose e dimenticate, dando loro vita e arte. I maitàni erano i pali di legno alla cui sommità venivano legate stoffe colorate, che servivano ai pescatori per raggiungere il largo senza insabbiarsi. Segnali insomma come annunci di presenze, di qualcosa che non vediamo, ma avvertiamo. Segnali come quelli lanciati da questo libro da leggere cammin facendo, fra il Carso e il litorale, fra il Collio e Grado, dove qualche anno fa c’era il bar Mimi. Una mezza trattoria in riva Dandolo da dove si osservava l’uscita delle barche e si ripensava ai paesaggi perduti o ritrovati. Al suo posto c’è ora un condominio.


Foto di Hans Kitzmuller realizzata da DANILO DI MARCO

lunedì 8 giugno 2009

Con «De edentità e suvignìr (Di identità e memoria)" Ivan Crico vince l'edizione 2009 del "Premio Macor"


il Piccolo — 07 giugno 2009
pagina 10 sezione: GORIZIA

ROMANS.
Davanti a un folto pubblico sì è tenuta all'auditorium «Mons.Galupin» di Romans, la premiazione del "IV Premio Letterario Celso Macor", che stavolta aveva come tema: «Identità e memoria delle genti del Friuli Venezia Giulia». Questi i premiati. Per la sezione narrativa riservata alle scuole medie vicnitori sono risultati gli studenti della 2.a A della «G. F. del Torre» di Romans, che hanno presentato l'opera «Imagina un mont plen di scovacis: ce gust varessie la vite? (Immagina un mondo pieno di rifiuti; che gusto avrebbe la vità?). Con loro sul palco c'erano il preside Paolo Buzzulini e l'insegnante Gabriella Tamburini. Da segnalare che quest'anno il premio di poesia riservato alle scuole medie e alle superiori non sono stati assegnati. Passando alla sezione prosa premio assoluto, sono stati segnalati: per la lingua italiana «L'arrotino e il miracolo dei fagioli» di Giacomo Miniutti di San Quirino, «Non sono» di Rita Mazzone di Padova e «L'asfalt» di Simone Devidi di Romans; per la lingua friulana «Frussons di zoventut» di Ivaldi Calligaris di Romans e «A cjapà aiar sul tor» di Stefano Gasti di Remazacco; per la lingua slovena «Zaponke sens (I fermagli delle ombre) di Vilma Puric di Trieste, mentre il vincitore del premio assoluto di prosa è stato Mario Schiavato di Fiume con «I giorni delle processioni». Per la sezione poesia premio assoluto sono stati segnalatie le poesie in lingua italiana «L'aria del miracolo» di Pamela Bravo di Romans e «Akilis» di Silvano Zamaro di Joannis-Aiello del Friuli; in lingua friulana «Stazion» di Stefano Gasti di Remanzacco e «Inta l'ombrena da urtis» di Silvano Zamaro, mentre il vincitore del premio assoluto di poesia è stato Enrico Colussi di Monfalcone con «La corte di cristallo» e «Lo sguardo». Per la sezione dialetto bisiaco sono stati segnalati: per la poesia «Sotonote» di Mauro Casasola di Fiumicello; per la prosa «La me' storia xe tante storie» di Marilisa Trevisan di Staranzano, mentre il vincitore è stato Ivan Crico di Ta pogliano con «De edentità e suvignìr (Di identità e memoria). Ricordiamo che la serata, organizzata in collaborazione con la Libreria Editrice "Leonardo" di Pasian di Prato, è stata allietata dal duo David Gregoroni (sax) e Andrea Valent (fisarmonica), mentre il professor Leopoldo Pagnutti ha letto alcuni brani delle opere vincenti.

Edo Calligaris

domenica 7 giugno 2009

"In lontananza Gorizia": Kitzmuller, il goriziano e la Bisiacaria



Da Il Piccolo — 07 maggio 2009
pagina 12 sezione: GORIZIA

«Il paesaggio non è solo uno sfondo, una quinta decorativa ma è un testo che parla anche di noi; se vi ci si addentra senza pregiudizi diventa un’avventura, un viaggio di scoperta sul passato e sul nostro presente»: così ieri sera Hans Kitzmueller alla presentazione del suo nuovo libro «E in lontananza Gorizia» (Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2009, pagg. 208, 20 euro). Gremita la saletta della libreria, attenzione religiosa sia per l’autore («Originale e di assoluta levatura» lo definisce Adriano Ossola, l’editore) che per lo sponsor prestigioso, Sergio Tavano, storico dell’arte e della gorizianità. L’apertura è del giornalista Maurizio Bait: «Bisogna pensare a una regione, qualsiasi regione della terra, come a una biblioteca costituita soltanto da scaffali per testi primari». Hans Kitzmueller, germanista, traduttore, editore, come narratore ha sempre pubblicato romanzi di viaggio, quali «Viaggio alle Incoronate», 1999, «Arcipelago del vento», 2003, «Alle isole Marchesi», 2005, ma questo «E in lontananza Gorizia» presenta uno scarto rispetto al passato: non più l’esotismo delle isole oceaniche ma uno sguardo all’uscio di casa, sul modesto orizzonte del Goriziano, o meglio su quel che resta oggi del Goriziano storico, una porzione estremamente ridotta che pur restituisce, nella sua varietà, dal bosco in laguna allo splendore del Collio ed al solenne scorrer dei fiumi un patrimonio di rilievo assai poco valorizzato. Nei dodici capitoli del libro il paesaggio, l’ambiente in cui viviamo, diventa un testo da cui traspare la storia della città. I capitoli del libro scorrono fra passato e presente. Il paesaggio viene descritto così com’è oggi ma ci si prova anche a riflettere su com’era ieri. Ogni tappa viene raffrontata a suggestioni letterarie, di autori lontani e vicini, da von Mailly sino ad arrivare a Ivan Crico ed alle sue poesie in bisiaco ed alle escursioni ciclistiche, epperciò calme, meditate, di Emilio Rigatti. La foto o la pittura possono riprodurre solo dettagli ripresi in un momento determinato. Mentre il paesaggio è in continua trasformazione. «Le foglie crescono», dice Kitzmueller, che con il ricorso alle suggestioni letterarie si impegna a restituire il paesaggio alla sua complessità storica. «Io ne racconto l’attraversamento», dice. Anche superando le metamorfosi subite dal paesaggio, oggi che il mercato invade ogni spazio e che tutto viene utilizzato a fini di consumo: ne sono esempio i campi di Villesse invasi dall’Ikea. E ancora: «Bisogna confrontarsi con la nostra identità, soprattutto con quella perduta». E con la Gorizianità eliminata. Che non è solo quella rimasta al di là dei confini; c’è anche quella, Cervignano, Aquileia, parte del litorale, spartita fra le province vicine in nome dell’eliminazione delle radici austriache e delle potenzialità slovene. «Noi eravamo l’Europa», dice Sergio Tavano citando Stephan Zweig, «e nella Gorizia di un tempo c’era la consapevolezza di comporre un’identità europea». Con il vecchio vizio goriziano, aggiunge il professore, di «guardare alle cose non come sono ma come dovrebbero essere».

Sandro Scandolara

Nella foto Hans Kitzmuller ritratto da DANILO DE MARCO