lunedì 2 novembre 2009

Traduziòn in lingua milanesa della poesia "Lisonz" di Ivan Crico a cura di Elena Paredi



ISÒNZO (GERI)

Adree geri ciar de nagòtt, me sanii,
loeugh di desert splendor, in doe
ch’el rizzoeu de semper se destruga
scigaa di silenzi. Al vent foeugaa
s’indolzìss cont l’odor fin de fior
de piranton; de là a la fodrìna, smangiaa
de’ l’ ciar, gent forestera la requia
in silenzi, senza speccià. El mè regòrd
de’l desmentegamm se anema de noeuv
cont i lusiss che in alt – preavvisand
el temperi - se pizzen sora i s’cim
di erbol, contra el bloeu s’cett.


Nota di Elena Paredi:

Io scrivo in Meneghino che è diverso - per tanti aspetti e sfumature - da quello parlato in periferia e che, a volte, risulta un po' più "rustico" (rustegh).
Per quel che riguarda il termine "topinambùr" ( che, ai tempi delle mie nonne, si usava spessissimo in cucina, con la trippa e la faraona), un termine antico esiste: a Milano, difatti, lo chiamavano "piranton" (si pronuncia "pirantùn").
Per restare in tema di traduzioni in Milanese antico, di recente ho pubblicato un libro "Andeghee". Lo si trova sul sito http://www.unibook.com/it/nuovi-titoli è una raccolta di vocaboli del Milanese antico oggi in disuso o completamente dimenticati.

Ulteriori informazioni: http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto_milanese

LISONZ (di Ivan Crico)

Par giaroni ciari de gnente me 'nvïo,
loghi de lisért spiandor, onde che 'l còdul
al se frua saldo 'nzeà de ziti. Al vént
de boi se 'ndulzisse cu'l udor fiéul
dei pirantoni; là in cau, smagnada
del ciaro, zente foresta la polsa
zidìna, senza spetar. Del desmentegarme
al me recordo de nóu al se ànema
cui lusori che in alt - virtindo del burlaz -
i se 'npïa ta le ponte, contra al biau nét.

ISONZO

Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.

(poesia scritta in bisiàc, antica parlata veneta del monfalconese: http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto_bisiaco)

sabato 17 ottobre 2009

Premio Marin al bisiaco Ivan Crico


DI GIOVANNI FIERRO

il Piccolo — 16 ottobre 2009
pagina 12 sezione: GORIZIA

Per il poeta e pittore Ivan Crico è un momento importante. La sua più recente raccolta poetica, “De arzent zu-D’argento scomparso”, edita dall’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione, si è aggiudicata il “Premio nazionale Biagio Marin” edizione 2009, da quasi vent'anni il maggior premio dedicato alla poesia nei dialetti e nelle lingue minoritarie in Italia. La vittoria di Crico è giunta ad ex aequo con il poeta brianzolo Piero Marelli, e la sua silloge “I nocc-Le notti”, edita da Lieto Colle. Per Crico, vissuto da sempre a Pieris e ora trasferitosi a Tapogliano, questo riconoscimento è una ulteriore conferma della sua ricerca artistica, che con l’uso e lo studio del dialetto bisiàc, lo ha già da tempo portato all’attenzione di pubblico e critica nazionali. La cerimonia di consegna del premio si terrà a Grado, domani alle 17.30 nella sala consiliare del Municipio.

Crico, cosa significa vincere questo premio?

Questo premio mi sembra, innanzitutto, un inaspettato raggio di luce sul lavoro mio ma anche, di riflesso, su quello di molti miei validissimi coetanei la cui opera non è stata scandagliata con la dovuta attenzione in questi ultimi decenni dalla nostra critica nazionale. Un vuoto che dovrebbe essere al più presto colmato, anche per far capire al pubblico che esiste ancora una poesia viva, problematica in Italia, intrisa di bellezza e speranza. E che molto ancora si fa e molto si farà, ne sono certo.

Qual è il bisogno odierno dello scrivere in dialetto?

Esistono zone dove queste antiche parlate sono quasi scomparse; altre, come da noi, in cui questi linguaggi, seppur naturalmente modernizzati, sono ancora molto vivi. Per chi come ha imparato prima il bisiaco e poi l'italiano - e che, soprattutto, in bisiaco si esprime ogni giorno - è una scelta del tutto naturale. Così facendo, inoltre, contribuiamo a mantenere viva in noi e negli altri l'immagine di un mondo ricco, pieno di sfaccettature, di suoni, colori, profumi diversi: un mondo che si oppone ai deserti, al nulla dell'omologazione.

E la sua forza? Apre forse nuovi e diversi mondi di sensibilità ed evocazione? Uno sguardo ‘altro’?

Rispetto alle lingue nazionali, gli idiomi locali assorbono, dei luoghi in cui si formano, molte caratteristiche particolari. Non sono frutto soltanto della mente dell'uomo ma dell'incontro/scontro tra l'uomo e la natura che lo circonda. Si tratta di linguaggi nati senza la mediazione del potere e dunque, in essi, si cela intatta la carica sovversiva della vita che non è mai uguale a se stessa, che incessantemente diventa 'altro' da ciò che è stata, mobile, inafferrabile, insofferente ad ogni definizione.

C’è la necessità di fare di ogni dialetto una lingua?

Ogni dialetto, potenzialmente, può diventare lingua nazionale ed ogni lingua nazionale può trasformarsi in dialetto. La storia insegna. Dipende da quale prospettiva si guardano le cose. Dante ha trasformato il volgare fiorentino in un linguaggio illustre, Pasolini il rustico casarsese, parlato per secoli soltanto da poveri contadini, in una lingua raffinatissima. La nobiltà di una lingua dipende dalla nobiltà del pensiero di chi la impiega.

In ‘Piture’, c’è una fondamentale presenza dei colori (azzurri, viola, rossi, neri…). Ha trasportato su carta il suo dipingere?

Sono un pittore e guardo le cose con gli occhi di un pittore, non potrebbe essere altrimenti; ma scrivo per dire ciò che con i pennelli, con il silenzio dei colori non potrei mai dire.

Il paesaggio è protagonista degli scritti che compongono ‘Piture’, come mai? Cosa vede in lui?

Il paesaggio rappresenta tutto ciò che sta al di fuori dell'uomo, oltre l'uomo. Simboleggia ciò che non possiamo sapere, il mistero immenso che ci circonda. I limiti del nostro pensiero che tutto vorrebbe dominare, controllare, e che in realtà quasi niente sa di sé e, ancor meno, conosce ciò che gli sta attorno.

Che ruolo ha lo scrivere, poesia in particolare, nel nostro presente? E nel suo quotidiano?

Rispondo citando una frase bellissima del premio Nobel per la poesia Seamus Heaney: "Penso che il ruolo del poeta abbia a che fare con la sopravvivenza dell'interiorità più profonda dell'uomo. I poeti devono aiutare le persone a preservare la fiducia nel proprio futuro".

Si collega la sua poesia al pensiero, o solo al sentire? Quale è il suo gesto creativo, la sua direzione?

Lo studio è per me fondamentale. Ma non scrivo mai se non sento vibrare dentro di me, vive, le parole. Sulla scia luminosa di Holderlin, Rilke, Char, Jabés, Celan - autori la cui opera accompagna quasi ogni mio giorno - immagino una poesia in perenne cammino, in cui conoscenza e sentimento devono andare necessariamente di pari passo, come diceva un testo medioevale, "di inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine".

Per chi scrive, la parola è un inganno, o una verità?

Le parole sono semi. Non sappiamo se questi semi riusciranno a generare il frutto che celano in sé. L'unica cosa che sappiamo è che se non li piantiamo, sicuramente, il frutto non vedrà mai la luce. La vita dell'artista non è altro che questa oscura, paziente semina silenziosa di sogni. La nostalgia, insopprimibile, di qualcosa che ancora non c'è.

mercoledì 14 ottobre 2009

Ivan Crico, opere grafiche

Alcune opere grafiche (incisioni, tecniche miste) realizzate per la mostra "Segni della metamorfosi", curata dal critico Giancarlo Pauletto, in occasione di "Pordenonelegge 2007" dalla Biblioteca Civica di Pordenone.







martedì 13 ottobre 2009

A Ivan Crico il premio nazionale di poesia Biagio Marin


Da "Il Piccolo" 11.10.2009


Sabato 17 ottobre saranno consegnati i riconoscimenti ai vincitori del “Premio nazionale Biagio Marin” edizione 2009, da quasi vent'anni il maggior premio dedicato alla poesia nei dialetti e nelle lingue minoritarie in Italia, nato per ricordare l'opera e la figura del grande poeta gradese.
A testimonianza della riconosciuta serietà del premio, la giuria ha la facoltà di premiare difatti, oltre ai libri presentati, qualsiasi altro volume in dialetto o saggio edito in Italia negli ultimi due anni. Nel tempo la commissione giudicatrice è stata composta, fin dagli inizi, dai maggiori studiosi e poeti italiani, dal compianto Carlo Bo a Franco Brevini, da Pietro Gibellini a Franco Loi, da Edda Serra a Giovanni Tesio. Tra i vincitori delle scorse edizioni inoltre troviamo alcuni tra i più significativi poeti in dialetto e studiosi del Novecento: basti qui ricordare soltanto i nomi di Paolo Bertolani, Enesto Calzavara, Amedeo Giacomini, Franca Grisoni e, per la sezione dedicata alla saggistica, Dante Isella, Cesare Segre, Alfredo Stussi.
Quattro sono le persone che riceveranno il prestigioso riconoscimento. All’unanimità la giuria ha deliberato di assegnare il premio Marin di 5000 euro ex aequo al poeta bisiaco Ivan Crico, per la raccolta “De arzent zu-D’argento scomparso”, edito dall’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione e al brianzolo Piero Marelli per la silloge “I nocc-Le notti” edita da Lieto Colle. Ne dà notizia la presidente del Centro Studi Biagio Marin, Edda Serra. La giuria del Premio per la poesia in dialetto edita formata da Franco Loi, Giovanni Tesio, Pietro Gibellini, Gianni Oliva, Edda Serra e Flavia Moimas, si è riunita a Brescia e ha stabilito altresì di assegnare altri due premi. Quello riservato alla personalità che nel corso della sua attività ha onorato la poesia in dialetto e contribuito alla sua conoscenza, sempre con giudizio unanime, è stato assegnato a Lucio Felici, al quale va il premio del Comune di Grado di 2500 euro. Felici è noto per i suoi studi su autori in romanesco dal ‘300 a oggi e sui poeti di marca Trevigiana, in particolare Calzavara e Zanzotto. Infine, sempre all’unanimità, per la saggistica su Biagio Marin e il suo mondo il premio sarà assegnato a Caterina Conti per la tesi di laurea “I diari e le lettere di Falco Marin: slanci idealistici ed esperienza militare” discussa all’Università di Trieste.
La cerimonia di consegna si terrà a Grado (GO) il 17 ottobre alle 17.30 nella sal consiliare del municipio.

giovedì 1 ottobre 2009

L'insegnamento dei dialetti a scuola: alcune necessarie puntualizzazioni




So che rischio di apparire poco simpatico ma ho la necessità, nata da una ventennale frequentazione della materia ormai, di puntualizzare alcune cose. Bisogna stare molto attenti, quando si parla di questi argomenti, altrimenti c'è il rischio di impantanarsi, come anche qui talvolta è accaduto, nella palude (spesso quasi invisibile) dei luoghi comuni. Nel nostro paese, mi riferisco anche alle persone più preparate, si tende a dire la propria su tutto anche quando, in realtà, non si ha alcuna conoscenza dell'argomento su cui si vuol parlare. Mi spiego. Alcuni esponenti di un partito politico propongono di portare l'insegnamento dei dialetti nelle scuole e, l'indomani, sbucano ovunque - alla radio, in televisione, sui giornali, nei blog - migliaia di persone che pontificano su una questione così delicata. Ognuno è libero di esprimersi, è ovvio, ma se si vuol rispondere in modo ragionevole a certi sproloqui bisogna opporre, in primis, all'ignoranza la conoscenza approfondita di ciò di cui si parla. Altrimenti non si fa altro che aggiungere confusione a confusione. Facendo il gioco (di cui ha parlato così bene Mattiuzza) di tutti quelli che in realtà, sia a destra che a sinistra, segretamente si augurano la scomparsa di queste parlate.
Detto questo, senza spirito polemico si badi, vorrei chiedere: chi, tra coloro che parlano a favore o contro l'insegnamento dei dialetti nelle scuole, si è mai confrontato seriamente, a lungo, con insegnanti che hanno già sperimentato queste cose assieme ai bambini? Credo nessuno. O quasi. In realtà in Italia, nei luoghi in cui risiedono le minoranze linguistiche riconosciute dalla legge 482/99, dai ladini ai friulani, dai sardi agli albanesi, già si sperimenta da anni l'insegnamento nelle scuole di questi altri linguaggi accanto a quello dell'italiano: basterebbe far parlare questi insegnanti. Cosa che, ovviamente, nessuno si cura di fare. Anch'io del resto un tempo intervenivo pubblicamente su queste questioni (senza in realtà conoscerle a fondo, lo ammetto) finché, un giorno, non ho incontrato l'ex deputata e illustre studiosa di insegnamento plurilingue Silvana Schiavi Facchin. Un giorno, a pranzo, mi disse: "Ma perché parli di cose che non conosci? Prova a parlare con le insegnanti di friulano che ci sono in regione e fatti raccontare, da loro direttamente, come e se funzionano queste cose". Ho seguito il suo consiglio e devo ammettere che molte delle paure o perplessità che avevo sono, oggi, del tutto scomparse. Il mio insegnante di lettere mi diceva: prima di adoperare una parola, se non la conosci bene, prendi il dizionario e leggi bene, prima, che cosa significa. Impariamo a comportarci sempre così.
Cominciamo quindi a sfatare alcuni luoghi comuni. E partiamo, innanzitutto, dalla realistica constatazione che in Italia, con tutta la più buona volontà, se si riesce a tirar fuori un'ora alla settimana per l'insegnamento dei dialetti siamo già fortunati. Tolte feste e vacanze, in poco più di una trentina di ore distribuite in un anno cosa si può fare? Ben poco. Qualche cenno, velocissimo, di grammatica; l'insegnamento di qualche termine particolare (nomi di piante, animali, di oggetti..); un paio di ricerche sulla storia locale; e poi, se tutto va bene, l'allestimento di qualche recita o spettacolino. Più che di insegnamento, come si può ben capire, parliamo di un modo (necessariamente semplificato) per ricordare ai bambini ed ai ragazzi che si tratta di un mondo che merita di essere valorizzato e conservato in quanto parte integrante del patrimonio culturale del nostro paese. Attentare all'unità nazionale in questa maniera, come qualcuno paventa, con questi tempi a disposizione sopratutto, mi sembra assai improbabile...
Una delle ragioni, poi, per cui sarebbe impossibile insegnare i dialetti - dicono alcuni - nasce dalla loro eccessiva frammentazione interna. Innanzitutto, dire che in Italia ogni paese o quasi ha una sua parlata particolare non è del tutto esatto. Quando in un paese gli abitanti di un borgo dicono di parlare un linguaggio molto diverso dai loro vicini sappiamo bene che, nel novantanove per cento dei casi, si tratta in realtà di microdifferenze alimentate da una forte (ma spesso del tutto ingiustificata) volontà di differenziazione. Queste cose accadono, di solito, soltanto in aree di confine dove lingue molto diverse si incontrano. Per cui, se è vero che un abitante di Padova impiega un veneto diverso da quello impiegato da un abitante di Belluno, è anche vero che, se analizziamo a fondo queste parlate, i punti in comune sono infinitamente superiori rispetto alle differenze. Per cui, di solito, com'è accaduto anche per il friulano, si parte da ciò che è comune a tutti e poi, di volta in volta, nei singoli paesi si tenderà a valorizzare le peculiarità della parlata locale. Per capirci: tutti i veneti possono capire e studiare Goldoni, anche se non sono nati a Venezia, mentre se dobbiamo fare una ricerca su come i contadini chiamavano la gallina possiamo tranquillamente impiegare, di volta in volta, "gaìna" o "pita" impiegando le varietà locali. Sono, in realtà, cose più semplici da farsi che a dirsi: l'importante, è ovvio, è formare degli insegnanti con un'approfondita conoscenza del linguaggio locale. Ma questo vale per qualsiasi altra materia. Ricordiamoci infine che l'Italia, seconda solo all'India, è il paese più ricco di diversi linguaggi del mondo. Questo che dovrebbe essere un vanto è vissuto invece, da noi, come una tragedia. Perché?
Altro luogo comune. Invece di insegnare queste parlate perché non dedicare più tempo all'insegnamento dell'inglese? Bisognerebbe chiedersi invece: perché in Italia, oltre a non aver fatto nulla per salvaguardare il patrimonio linguistico locale, la scuola in 150 anni ha fatto poco o nulla per diffondere la conoscenza nel paese delle lingue straniere? E i media, quelli controllati dallo Stato intendo, cosa fanno per rendere familiare alle nostre orecchie la lingua inglese, ad esempio? Non si fanno programmi in orari decenti per imparare l'inglese, non si proiettano film in lingua originale, le canzoni straniere non compaiono mai sullo schermo con i sottotitoli. Anche qui molte chiacchiere, tanto fumo e poco arrosto. Oggi i maggiori studi scientifici ci dicono, invece, che il bambino che cresce impiegando diversi linguaggi sviluppa in realtà una maggiore capacità di rapportarsi, guardandole istintivamente da più punti di vista, alle varie situazioni che la vita gli pone davanti. Ottimi artisti di fama internazionale, come la nostra giovane cantante Elisa, sono la conferma che si può cantare in un ottimo inglese e, al tempo stesso, essere fieri custodi della propria parlata nativa. Pensando a persone come lei, come a tantissimi altri personaggi del mondo della cultura e dell'imprenditoria (ricordiamo qui il caso davvero eclatante di Missoni, che rilascia spesso interviste impiegando a man bassa il dialetto!), ci si rende immediatamente conto di quanto sia ridicolo dire, come alcuni dicono, che se vogliamo essere cittadini del mondo dobbiamo sbarazzarci di questi nostri antichi linguaggi. Se qualcuno lo vuol fare, lo faccia, ma si presenterà al mondo con qualcosa in meno, non in più.
Per finire, sempre in Friuli abbiamo visto che praticamente tutti gli immigrati, smentendo un altro luogo comune, iscrivono spontaneamente i loro figli ai corsi di friulano, segno che vedono in questa lingua un modo per integrarsi con maggiore facilità in questi territori. La conoscenza della realtà locale, poi, ha anche il merito di dare una fisionomia a questi luoghi che, per gli stranieri ma anche per le nostre nuove generazioni, rischiano di essere percepiti come non luoghi: spazi senza un volto, senza una voce, senza un passato alle spalle né un futuro davanti verso cui incamminarsi. Essere moderni e, al tempo stesso, attaccati alle proprie radici non è cosa impossibile, del resto, anche se per noi quasi inimmaginabile: qui, a pochi chilometri dal luogo da cui vi scrivo, in Slovenia, trovate giovani punk che parlano cinque, sei lingue intenti a mangiare piatti tipici e sottofondo di musiche tradizionali. Noi non siamo capaci di fare altrettanto. E forse, anche per questo, non sappiamo valorizzare come si dovrebbe ciò che fa parte del nostro passato come non sappiamo proiettarci pienamente verso nuove direzioni.

mercoledì 26 agosto 2009

Tra arte e artigianato, note su un saggio di Gian Ruggero Manzoni





Ho letto con molto piacere un bel saggio, intitolato "REGRESSO ARTE A DIFESA DELL’ARTIGIANATO" di Gian Ruggero Manzoni. Un saggio che mi ha fatto ricordare e pensare a tante cose. Io sono nato in un piccolo paese bagnato dalle acque dell'Isonzo, nei pressi di Monfalcone, a Pieris, lo stesso del noto allenatore di calcio Fabio Capello per intenderci. Una regione di confine, che fino a novant'anni fa non faceva nemmeno parte dell'Italia. Verso la fine degli anni Settanta, inizi Ottanta in paese c'era un solo laureato, mi sembra, e qualche pittore. Tre o quattro. Tutti figurativi. Eravamo, non è difficile capirlo, tagliati fuori da tutto. O quasi. Io frequentavo la prima media e volevo, a tutti i costi, imparare a disegnare bene. Mi recai da uno di questi pittori, bravissimo, che vendeva quadri di nature morte in mezza Europa, e gli chiesi se poteva darmi delle lezioni. Mi disse che non aveva tempo ma, se mi andava bene, potevo mettermi vicino a lui e, di tanto in tanto, avrebbe dato un'occhiata a quel che facevo. Ricordo ancora i lunghi pomeriggi passati in quello studio avvolto in una luce soffusa, morbida, la stessa che permeava i suoi quadri, le pagine di antichi volumi, il mappamondo, i drappi davanti al giallo dorato dei vetri piombati che facevano da sfondo a quelle sue composizioni così precise, equilibrate, dove i contorni di ogni cosa si sfumavano l'uno nell'altro tra ombre fonde, cangianti luccichii ottenuti depositando, con la punta di martora, minuti grumi di bianco di zinco o titanio, giallo di Napoli sul fondo preparato con sapienti tocchi dei polpastrelli. Io avevo undici, dodici anni ed ero molto diligente. Mi impegnavo a fondo accettando tranquillamente i suoi metodi piuttosto severi. Anche se si trattava di un uomo buono. A quell'età i giochi stavano diventando parte del mio passato, avevo pochi amici e le mie coetanee non suscitavano in me ancora alcun interesse. Ero una spugna pronta ad assorbire, libero da ogni condizionamento, e l'unico mio pensiero fisso era quello di leggere e guardare i libri d'arte, disegnare e dipingere. Walter, così si chiamava e ancora per fortuna si chiama, mi disse senza mezzi termini che non si poteva dipingere senza saper disegnare. Con lui, per tre anni, non presi mai in mano un pennello. Solo molti anni più tardi mi resi conto, parlando con vecchi pittori e artigiani, che il mio primo maestro era forse uno degli ultimi pittori a portare avanti i metodi di insegnamento delle botteghe rinascimentali. Per un anno intero dovetti copiare delle semplici composizioni di piatti, bicchieri e brocche. Non potevo divertirmi provando ad ombreggiarli ma dovevo concentrarmi soltanto a riprodurre con precisione i rapporti di lunghezza, larghezza, altezza degli oggetti. Le linee di contorno, fossero rette, mezze curve od ellissi, dovevo imparare ad eseguirle con un unico tratto di matita. Cosa difficilissima anche perché impone di forzare la mano imprimendole, spesso, dei movimenti innaturali. La naturalezza, in arte, del resto si conquista superando i propri limiti, non assecondandoli travestendoli di spontaneit L'uso della gomma, quindi, era ridotto ai minimi termini; e solo per fare chiarezza nei primi, inevitabili grovigli di linee. Mi diceva sempre: "Non bisogna farsi distrarre dalla superficie degli oggetti, non serve a niente saper riprodurre esattamente la venatura di un legno o i riflessi su un vetro: bisogna capire, prima, le relazioni che esistono fra i vari oggetti e lo sfondo: questa è la composizione e la composizione sta alla base di tutto". Quel primo anno fu dedicato interamente a questo serrato dialogo tra il pieno ed il vuoto. Poi le lezioni continuarono e, via via, mi diede le prime nozioni di prospettiva, mi spiegò la teoria delle ombre fino al momento in cui, terminate le scuole medie, mi iscrissi all'Istituto Statale d'Arte di Gorizia. A cui approdai da disegnatore ormai smaliziato. Nel metodo di Walter non c'era nulla - apparentemente - di stimolante, creativo. Si trattava quasi di un percorso zen dove l'ego dell'individuo, con i suoi desideri, le sue fantasie, veniva messo per un momento a tacere per poter fuoriuscire finalmente al di fuori di sé e guardare il mondo in silenzio, con attenzione estrema. Riscoprire, al di sotto del caos delle emozioni, dei turbamenti che creano in noi le cose che vediamo, le strutture profonde della nostra realtà. Mi faceva capire che nessuna cosa è bella in sé ma soltanto se riesce ad instaurare un rapporto armonico con ciò che le sta attorno. Se vogliamo valorizzare davvero un diamante lo spazio che lo circonda non è meno prezioso del diamante stesso. Allo stesso modo equilibrati rapporti spaziali possono fare di un guscio di noce o di un pezzo di matita gemme non meno preziose e lucenti. Così noi, i nostri pensieri e le nostre azioni, che acquistano senso e profondità soltanto se cominciano un dialogo con lo spazio del mondo che sta fuori di noi.
A cosa mi fa pensare, dopo tanti anni, tutto questo? Che alla base del lavoro dell'artista ci dovrebbe essere forse, prima del bisogno di apparire grazie all'invenzione di cose nuove, il bisogno di capire il mondo, sempre, liberandosi dai condizionamenti del proprio io. Il nuovo non può che emergere da visioni nuove. Altrimenti, come oggi accade, l'arte rischia di trasformarsi in un'inquietante catena di montaggio di prodotti in apparenza sempre diversi (ma che in realtà non sono che collage di ciò che già sappiamo) per un pubblico che nessuna novità riesce più a saziare. Non un luogo dove porre domande e meditare su possibili risposte ma un'arena al cui interno, per soddisfare gli istinti più bassi degli spettatori, siamo costretti ad assistere ad una continua escalation di orrori. Con la complicità di critici che non visitano più gli studi dei giovani artisti, non conoscono spesso né la storia antica né le tecniche di cui dovrebbero parlare. Che dedicano saggi e mostre a smaliziati pubblicitari, senza alcuna preparazione artistica, presentati di volta in volta come artisti rivoluzionari, salvo dimenticarli all'apparire poi - su questo orizzonte avvelenato da mille speculazioni e riciclaggio di denaro - della nuova stella di turno.
Il mio primo maestro era dunque, per concludere, soltanto un'abile artigiano o un'artista? Distinzione superflua anche perché, oltre il metodo, c'era anche della poesia, vera, in molti suoi lavori. Comunque un tempo tutti erano abili artigiani e così tutti si consideravano anche se significativamente dalle mie parti gli artigiani, tutti gli artigiani dal decoratore al falegname, erano chiamati "artisti". Poi, è logico, da queste botteghe da cui uscivano centinaia, migliaia di ottimi pittori, scultori, stuccatori, doratori, ogni tanto emergeva anche qualche allievo particolarmente dotato, capace di aggiungere a schemi ormai consolidati qualcosa di suo, di nuovo. Simili, in questo, a squadre di atleti che migliorano di continuo i propri record fino ad ottenere risultati impensati. In questi grandi autori la novità era il naturale risultato di una ricerca di verità che portava a nuovi sconosciuti approdi. La ricerca della novità a tutti i costi rischia, se non ci sarà un'inversione di rotta, di far arenare gran parte degli autori contemporanei sulle spiagge di una fama tanto veloce da ottenere quanto esposta, pericolosamente, all'incessante erosione di ogni nuova marea.

martedì 7 luglio 2009

Biagio marin un poeta fra mare e vento


da: Messaggero Veneto — 05 luglio 2009 pagina 09
sezione: CULTURA - SPETTACOLO

di PAOLO MEDEOSSI

In principio c’era un uomo che, stanco della solitudine, sognava di far uscire dal loro silenzio gli abitanti dell’isola dov’era stato bambino. Quell’uomo, un poeta, provò a bussare a tutte le case dell’antico borgo, piccolo nido protetto da quel nido più grande che era l’isola. Inutilmente. Nel silenzio delle calli e dei campielli si sentiva solo l’eco del suo bussare. Allora capì che era arrivata l’ora di lasciare l’isola e i suoi anni bambini e di avviarsi con coraggio verso strade sconosciute, se voleva spezzare il cerchio che lo teneva prigioniero di quel suo mondo di sassi. Quell’uomo era Biagio Marin che in una fiaba lirica autobiografica ( Stanco de solitae/ l’omo a batuo a la porta... ) narrò la condizione del poeta nella Grado di inizio Novecento mentre appunto cercava chi gli aprisse per ascoltare i versi scritti nel dialetto parlato da una minuscola comunità di pescatori in un’isola sperduta fra mare e laguna, poco conosciuta nel 1912 quando cominciava la grande avventura della poesia mariniana. Insomma, doveva proprio partire per andare a scoprire i suoi veri fratelli. Un’avventura diventata a poco a poco, nel tempo, nei 94 anni di vita di Biaseto (morto nel 1985) e anche dopo, assolutamente straordinaria tanto che le sue liriche e le sue parole si sono posate, come le foglie di un albero, dovunque negli angoli più impensati di città, paesi, contrade sconosciute. A proporre queste intuizioni e queste immagini splendide legate a Marin, a ciò che ha scritto e ci ha lasciato, è adesso Anna De Simone che ha curato il volume Cinquanta poesie per Biagio Marin , pubblicato per i Quaderni del Centro studi dedicato al poeta gradese, in una collana diretta da Edda Serra. È stato presentato nei giorni scorsi, esattamente il 29 giugno, anniversario della nascita di Biagio che così è stato festeggiato con una intensità naturale e sorprendente. All’origine del libro c’è proprio l’idea di completare quello che era nella mente del poeta che aveva voluto sfidare la solitudine, un destino, un mondo per far largo alle sue fragili, potentissime e magiche parole, che restarono sempre simili a quelle pronunciate dai bambini. «Altri poeti – scrive Anna De Simone -, seguendo anche inconsapevolmente le orme di Marin in quel loro silenzioso obbedire a una musa vestita di stracci, hanno raccontato, ciascuno nel proprio dialetto, la vita, il mondo, se stessi. Io credo che i cinquanta autori delle cinquanta liriche proposte in questa piccola antologia siano proprio i fratelli tanto a lungo cercati da Marin. Fratelli più giovani, provenienti da luoghi diversi, i cui testi in molti casi si spingono fino alle spiagge del terzo millennio». Si tratta, come spiega Edda Serra, di cinquanta voci che fanno coro per onorare Marin, voci di risposta oggi al suo canto e dialogo, ciascuno nella propria diversità, eppure coro compatto di voci scelte, a rappresentare cinquanta dialetti, cinquanta linguaggi poetici, cinquanta paesaggi, cinquanta piccole patrie, che sorprendono però nella loro unità. Un’unità fatta di fedeltà al poetare, di scelta coraggiosa, di cura amorosa e tenace della propria opera e del suo destino, che supera ogni narcisismo. Fra i cinquanta fratelli (e di ognuno è stata scelta una lirica), che rappresentano un po’ tutta l’Italia, tanti sono naturalmente i friulani, i bisiachi, i triestini, come Elio Bartolini, Luigi Bressan, Pierluigi Cappello, Ivan Crico, Nelvia Di Monte, Amedeo Giacomini, Claudio Grisancich, Federico Tavan, Umberto Valentinis, Ida Vallerugo, Gian Mario Villalta, Leonardo Zanier. Su ognuno di essi il libro propone un accurato apparato di note per cui l’antologia diventa alla fine uno sguardo appassionato e affidabile sulla condizione della poesia dialettale in Italia (narrata regione per regione) che, anche se pochi lo sanno al di là degli addetti ai lavori, sta vivendo un momento di particolare vivacità, in contrasto con l’apparente declino della poesia in genere. Anna De Simone, di origini siciliane, risiede a Milano e da sempre segue con grande attenzione i nostri autori avendo dedicato studi e saggi in particolare, oltre che a Marin, a Virgilio Giotti, a Cappello, Tavan e Vallerugo. Nel testo che apre questo suo nuovo libro, dopo aver ricordato lo straordinario impegno come poeta e scopritore di talenti di Amedeo Giacomini, che creò con la rivista Diverse lingue un punto di riferimento fondamentale per tutto il movimento di questi decenni, mette in luce in termini limpidissimi e definitivi un aspetto notevole, scrivendo: «Quello della poesia in Friuli nel secondo Novecento è un fenomeno che non ha precedenti e reclama un discorso a sé: questa terra ci ha dato infatti, nell’ultimo scorcio del XX secolo, assieme alla Romagna, il maggior numero di poeti di alto livello. Molti se ne sono accorti, pochi se ne sono occupati in maniera approfondita... I dialetti stanno morendo – su questo sono tutti d’accordo – ma la lingua friulana, nella molteplicità e ricchezza delle sue varianti, non aveva mai conosciuto in passato esiti tanto diversificati e originali, grazie ad autori che si sono collocati con decisione, consapevolezza e senso d’arte fuori dalle secche municipalistiche di troppa poesia dialettale, prima di Pasolini, per intenderci, e hanno raccontato con originalità, senza mai cadere nella maniera, la vita... Così i fili della poesia si sono diramati in tutte le direzioni lungo una terra il cui nome evoca un passato molto antico, e hanno creato un arazzo che più vario e ricco non potrebbe essere». «Io sono un golfo», disse un giorno Marin agli amici. E l’antologia che gli è stata dedicata assomiglia proprio a un golfo dove si intrecciano sguardi, talenti, lampi, parole perdute e ritrovate, le “parole di legno” evocate da Ernesto Calzavara. Questa musicalissima teoria di voci, lingue e suoni è aperta da una breve lirica scritta da Novella Cantarutti, un inno bellissimo in friulano per Marin, poeta fatto di mare e vento, mâr e buera , «fermo sull’onda dell’eternità». In conclusione del viaggio ci sono alcuni versi di Biaseto, quelli dove dice che nulla è passato e tutto vive ed è presente. Ninte no’ xe passào / e duto vive e xe presente / un sielo solo levante e ponente / un solo sol m’ha iluminào.