mercoledì 7 novembre 2012


Ivan Crico e Rossano Bertolo a Baltimora
"The silver thread: a contemporary daguerrotype"

Il 7 Novembre a Baltimora (Maryland) presentazione in anteprima del nuovo lavoro di Rossano Bertolo e Ivan Crico: "The silver thread". Alla presenza di alcuni tra i maggiori studiosi americani del settore, verrà esposto per la prima volta un lavoro in cui l'intervento pittorico artistico diretto e l'antica tecnica del dagherrotipo si fondono, sulla lastra di rame argentata, per creare un'opera unica nel suo genere.

"THE SILVER THREAD
ROSSANO BERTOLO (DAGUERREIAN) & IVAN CRICO (PAINTER).

The work "The silver thread", wants to revisit, in contemporary key , the ancient custom of coloring daguerreotypes with the pigments. No longer a mere embellishment, but a dialogue between different languages, pictorial and photographic. The Sutratma in the Tibetan tradition, the silver thread of life that connects the self spiritual, to the physical body, also here a connection between two different sides - and yet intimately connected - realities. For represent the passage into another dimension, the painted image refers to an old photograph taken with a Japanese "ama" diver, which is descending into the depths of the sea linked to a thread, but in a reversed way, heading toward an reversed abyss.

sabato 31 dicembre 2011

Ivan Crico ai Musei Provinciali di Gorizia con "Italicus Saurus"






Particolare dell'opera "Italicus Saurus" di Ivan Crico esposta fino al 29 gennaio 2012 ai Musei Provinciali di Gorizia all'interno della mostra "Le connessioni dello stivale" organizzata dall'associazione di promozione dell'arte contemporanea "Prologo" di Gorizia.

Le connessioni dello stivale

"Ogni grande Artista è storico o profeta.”
Tra unità e pluralità


Venire a riflettere, a 150 di distanza, sul valore e sul significato dell'unità d'Italia, comporta non poche difficoltà a chi è sempre più preso dai problemi e dalle questioni poste dalla contemporaneità, da un mondo che è sempre più globale, da una comunicazione che è sempre più connessa in rete. Al richiamo delle celebrazioni del 150° anniversario dell'unità d'Italia, tutti noi abbiamo in qualche modo risposto rivedendo con occhi nuovi il tricolore, rinfrescando più o meno recenti memorie scolastiche che ci parlavano dell'impresa dei Mille, della Giovine Italia o della “rivoluzione senza rivoluzione”. Le immagini di Garibaldi, Mazzini, Cavour, rispolverate per l'occasione, ci sono passate davanti agli occhi, insieme a quelle di alcuni dipinti di Fattori, o magari ad alcune scene di certi film di Visconti.
Ma tornando poi alla nostra contemporaneità, il valore e il significato dell'unità d'Italia oggi, non potevano che apparirci nella loro difficoltà e contraddittorietà, o, quantomeno, nella loro molteplicità di significati, nella loro necessità di rinnovarsi.
Soprattutto in un territorio quale il nostro, unitosi all'Italia 57 anni più tardi, avente una sua peculiarità, una sua pluralità di lingue, d'identità, di culture, nel suo essere marginale, nel suo essere terra di confine, il punto di vista da cui si pone l'osservazione sia sull'identità nazionale sia sull'unità non può che essere plurale. E soprattutto in un momento dove fondamentale è l'educazione al cosmopolitismo, alla condivisione, il punto di vista non può che essere molteplice, in un'idea di confronto tra le diverse parti, in un'idea di relazione, italiana e europea, che tenga conto dalla dimensione globale.
Ecco dunque che qui non parliamo di unità ma di “connessioni”, ovvero di altri legami, ulteriori, più stretti, multiformi, più intimamente sentiti; e non parliamo di Italia, bensì più affettuosamente, e anche più concretamente, dello “stivale”.
La forma dello stivale sta infatti alla base della riflessione di 16 artisti goriziani e di territori limitrofi, che su questa forma, per certi versi pure bizzarra, hanno espresso le loro idee, le loro speranze, i loro dubbi, alla luce della contemporaneità, alla luce del concetto di unità oggi. Pensieri e riflessioni che hanno portato a risultati molto diversi, assumendo toni talvolta ironici, talvolta disillusi se non addirittura severamente critici, ma sempre e comunque “appassionati”.
Perché l'arte è un'“espressione appassionata, simpatica, poetizzata dell’ideale, come l’umanità lo concepisce, lo intuisce, o lo desidera”, come scriveva Giuseppe Mazzini, del quale senz'altro molti conoscono la statura di patriota, quella del politico e del filosofo, sicuramente meno i suoi pensieri intorno all'arte.
E' molto interessante invece il suo saggio intitolato “La peinture moderne en Italie” pubblicato negli anni del suo esilio a Londra su una prestigiosa rivista inglese, la “London and Westminster Review” del 1841. Trattando del Romanticismo come un'arte nazionale e popolare, viene ad affermare, tra l'altro, che l'artista, il “grande artista”, è “storico o profeta”....
Un po' storici e un po' profeti credo possano essere considerati anche questi 16 artisti che hanno affrontato il tema comune dell'unità d'Italia, coniugandolo alla loro personale sensibilità, ponendo uno sguardo verso il passato, ancora una volta comune e personale, e cercando di analizzare il nostro presente, da diversi punti di vista, sotto diversi aspetti, per individuare un probabile o soltanto possibile futuro.
Alessandra Ghiraldelli del tricolore ha selezionato il rosso, un rosso sangue, un rosso passione, per dare vita alla sua “Italia Rossa”. Ogni singola regione viene progressivamente “cucita” insieme alle altre, seguendo il percorso legato all'esperienza individuale dell'artista, relativamente alla conoscenza della propria nazione. Come fosse un fragilissimo puzzle o una personalissima tela di Penelope, l'operazione, nel suo farsi, necessita di una continua attenzione affinché i pezzi, o i fili, non si disperdano o si confondano, affinché i legami non smettano di avere un senso e di esserci.
All'opposto fa Claudio Mrakic che con il colore bianco cancella l'“Italia” dall'Europa: la meticolosità e la pazienza del processo di cancellazione, che avviene mediante una sovrascrittura di numeri, segni, parole, non può non sottendere un sincero desiderio di far tabula rasa da cui, tuttavia, poter poi ripartire, ricominciare, ricostruire. Dall'immagine finale, per certi versi anche molto poetica con l'idea del Mediterraneo che giunge ad accogliere e confondere la nostra nazione, si può solo attendere una riapparizione, una nuova Italia che rinasca quale nuova Venere, dalle spume delle onde del mare.
La “Mappa visionaria” di Paola Gasparotto rischia di incantare in maniera quasi ipnotica chi guarda, come una sorta di mandala che trasforma in immagine iconica la forma della penisola italiana e in simboli archetipici i vari elementi naturali. E' proprio l'aspetto di icona dalla magica fissità, che rende indubitabile ciò che vi è rappresentato, conferendogli un valore che va al di là dello spazio e del tempo consueti, nostri, per approdare in una dimensione sospesa, ammaliante, carica di suggestioni.
A confondere le acque e le regioni d'Italia gioca invece Silvia Klainscek, nello stupore della constatazione che lo sperone, il tacco, la punta, le due isole maggiori e le altre parti dell'Italia risultino facilmente interscambiabili con le altre regioni. Questo è ciò che avviene infatti nei suoi “Arcipelaghi in forma di stivale”: in parte puro divertissement, in parte occasione di riflessione sull'importanza della forma e della sostanza, sul valore dell'unità dell'insieme, a prescindere dalle singole peculiarità e individualità.
Un'immagine che appare e scompare, creata dalla luce, in mezzo ad una natura vaga, seducente e inquieta, è quella dell'Italia delle immagini fotografiche intitolate “Rievoluzione” di Franco Spanò, nate dalla fascinazione della ricchezza narrativa del libro “I profeti e i re” di Tabari e dalla rilettura della nostra costituzione. Qui analisi storica e anelito profetico si mescolano sovrapponendosi a creare un racconto che inizia dall'idea di un Eden luminoso, prosegue attraverso la volontà di costruire una struttura, per giungere infine alla necessità di un ritorno alla natura: in un desiderio di rinascita e di rigenerazione.
Nika Šimak sembra voler suggerire un'idea del tricolore e dell'Italia che vada rinnovata, rinfrescata da una corrente pura e trasparente in cui i confini della penisola ritagliata al suo interno, appaiono più flessibili, adattabili, tutto sommato relativi. Parallelamente l'artista ha ideato un'altra opera in cui prevale il concetto di unità come legame, espresso con delle scarpe dai lacci tricolori, appese ad un filo. Il loro cammino, sotteso, ricorda il percorso della storia, e sembra ammiccare a Van Gogh, o a Sigalit Landau insieme.
Alle “Connessioni invisibili” è dedicata l'installazione di Damjan Komel, artista che già da qualche tempo nella sua opera riflette su questo tema. I 27 tasti sparsi, liberati dalla console di un computer, vengono raccolti su una tavola rotonda, decorata con delle stelle che potrebbero essere quelle della bandiera europea. Uno dei tasti ha la sagoma dello stivale al posto del segno grafico consueto; tutti sono fatti di polistirolo e ricoperti si briciole di pane: struttura e sovrastruttura, artificiosità e naturalità, legami in rete invisibili e possibili, che richiedono un confronto più diretto, più vero e più sincero, urgente.
In una dimensione europea si proietta pure il lavoro di Lara Steffe, il cui titolo è volutamente proposto in lingua inglese: “Into my mind”. I pensieri dell'artista si riflettono in un'Italia trasformata in uno stato di effervescenza, tagliata a metà, con il Sud che occupa la parte superiore e il Nord quella inferiore, a testimonianza, di una confusione, di un “equilibrio instabile”, di un'unità insufficiente, non bastante a se stessa. Forse per questo la figura che sta in alto, metafora dell'ideale, della tensione del pensiero, appare proiettata altrove, alla ricerca di riferimenti più certi, sicuri, più ampi.
Che a tenerla unita questa “Italia 2011” ci voglia la forza e la volontà dell'ottimismo e della ragione ce lo dice Lia del Buono offrendoci un'immagine vera, concreta, reale dello “stivale” quanto vero e concreto è il materiale scelto per l'opera: la juta. Una corda, spessa, lo tiene unito: è l'idea della forza, della volontà, l'idea che la forma, lo stato esistente da soli non bastano; c'è bisogno di una partecipazione diretta, di una presa di posizione chiara; c'è bisogno di credere in un legame tanto resistente quanto lineare, semplice, essenziale.
E all'Italia come un qualcosa di cui ci dobbiamo riappropriare nel modo più semplice e immediato, pensa Paolo Figar che nella sua opera invita a voltare pagina, come si cambia canale alla televisione, come lo può fare un bambino, cercando ciò che è veramente interessante e veramente importante. Il titolo dell'opera, “Volumealto”, allude infatti al gesto del bambino che se ne sta in piedi, con la sua Italia portatile in una mano e il telecomando nell'altra, intento ad annullare l'immagine caotica della “Piccola geografia mediterranea” che gli sta difronte, per dar voce ad un altro possibile scenario.
Alessio Russo immerge un'Italia appena riconoscibile in un vortice di colori, in un fantasmagorico universo fatto di segni forti e contrastanti, in un mare di banane, in un mondo che unisce e confonde “Gorizia – Nova Gorica - New Dehli”. L'immagine dello Stivale si confronta con quella di Ganesha, la Divinità Indu col viso elefantino. La testa d'elefante è simbolo benaugurante di forza e di coraggio intellettuale, il fiore di loto che spesso l'accompagna, simboleggia la più alta meta dell'evoluzione umana. A tale divinità si attribuisce la capacità di distinguere la verità dall'illusione, il reale dall'irreale.
Alla nostra più illustre tradizione letteraria si richiama invece Stefano Ornella nella sua opera intitolata “Purgatorio 76, Italia politica” in cui riattualizza i celebri versi di Dante: “ Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello!”. Le parole (ancora una volta storiche e profetiche insieme) paiono infrangersi sulle coste della penisola, paiono minacciarne la sua stessa esistenza, prendendo corpo nelle immagini poste a lato che accentuano il senso di decadenza, di assenza di una guida, di un riferimento.
Sullo stesso tenore si pone l'opera di Francesco Imbimbo, “Pizza connections”, che descrive un'Italia che non c'è più perché divorata dal debito pubblico, umiliata dai suoi storici mali, dalla corruzione, dalla mafia, nei suoi valori più veri. La bandiera agitata dal vento non garrisce sulla cima di un'asta ma si trova ad occupare il posto di una tovaglia, dove i resti di una pizza, triste metafora dell'italianità, rappresentano ciò che rimane su cui poter riflettere, per cercare di cogliere ancora un senso, una ragione.
L'“Italia prospettica” di Angelo Simonetti propone uno sguardo verso l'interno che è insieme un affondo storico e un invito a guardare le cose più in profondità. Lo spettatore è invitato a riflettere sul cammino, lungo, faticoso, travagliato dei diversi territori italiani verso l'Unità, interpretando lo spazio come tempo, la profondità prospettica come sequenza cronologica. Lo sguardo procede dall'esterno verso l'interno e dal fondo verso la superficie, facendo emergere la forma dell'Italia quale risultato finale di una conquista da non poter sottovalutare, in un certo senso, imprescindibile.
Una sollecitazione positiva all'unità pare venir suggerita anche da Roberto Merotto nella sua “Italia”, una scultura caratterizzata da spinte dinamiche, linee flessuose e melodiche, al tempo stesso continue e divise. Diviso appare lo Stivale rispetto alle sue isole maggiori, mentre continuo è il ritmo plastico dell'opera che procede in forma prevalentemente ascendente seppur interrotto qua e là da stacchi complementari, per certi versi imprevedibili, comunque necessari: come un controcanto che giunge a sottolineare il tema principale.
Infine una storia immaginaria è quella raccontata da Ivan Crico dove protagonista è un fantomatico dinosauro, l'“Italicus Saurus” le cui zampe hanno lasciato delle orme, di recente riscoperte, che ricordano in modo sconcertante la forma del nostro paese. L'insieme può alludere alla “fossilizzazione” di alcune questioni difficili da affrontare, o alle stratificazioni di un passato mai indagato e conosciuto fino in fondo; ma può far anche pensare ad una storia da riscoprire, ponendo attenzione ai suoi più inediti risvolti, nei mobili riflessi di un cielo che continua a rispecchiarvisi, tra la luce del sole e l'ombra delle nuvole.

Franca Marri

Ivan Crico: "Skull and Japanese flowers"

Presentazione in anteprima, nello storico Caffè Carducci di Monfalcone (GO), dell'opera "Skull and japanese flowers" di Ivan Crico. A cura del giornalista de "Il Piccolo" Paolo Posarelli" e di Paolo Maritani. Presentazione critica di Silvio Cumpeta con la partecipazione del gruppo di musica contemporanea "Le Voci Inconsuete". 11 gennaio 2011-12 gennaio 2012.



"Le voci inconsuete"


Con il critico Silvio Cumpeta


Con l'Assessore alla Cultura di Monfalcone Paola Benes


Davanti all'opera "Martyre"



Con il critico Silvio Cumpeta ed il curatore Paolo Posarelli

martedì 23 novembre 2010

"De arzènt zù" di Ivan Crico si aggiudica il Premio Percoto



Dopo aver vinto lo scorso anno il "Premio Nazionale di Poesia Biagio Marin" (considerato il più importante premio dedicato alla poesia nei vari idiomi locali italiani), il libro di Ivan Crico "De arzènt zù" ottiene un altro prestigioso riconoscimento.
Assieme all'opera "Samartin" del poeta Giacomo Vit, quest'opera così particolare - recensita di recente anche da Franco Loi sulle pagine de "Il Sole 24 Ore - si è aggiudicata il primo premio ex aequo in questo concorso che, nel corso degli anni, è diventato il maggior premio dedicato ad opere scritte in lingua friulana, anche grazie ad una giuria composta da autorevoli nomi della letteratura e della critica, da Paolo Maurensig a Mario Turello. "De arzènt zù" parte dagli studi di Crico, cultore dell'idioma bisiaco, sull'antica parlata tergestina, oggi estinta, e di cui nella parlata bisiaca sopravvivono alcune preziose reliquie.
Saranno consegnati dunque l’11 dicembre, alle 17.30, all’Antico Foledor Boschetti della Torre di Manzano, i premi ai vincitori della 5° edizione del Premio letterario biennale “Caterina Percoto” dedicata alla poesia. Il concorso è organizzato e promosso dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Manzano in onore della celebre scrittrice manzanese Caterina Percoto - alla quale è stata intitolata la Biblioteca Comunale di Manzano - e per valorizzare la produzione letteraria del Friuli storico. Un evento che si conferma di rilievo per la produzione letteraria contemporanea: ogni edizione, infatti, raccoglie sempre numerosi iscritti, tra cui anche scrittori e poeti noti a livello nazionale. Alla cerimonia interverranno la presidente del Club Unesco di Udine, Renata Capria D'Aronco, che tratterà del tema della poesia femminile contemporanea e gli attori dell'Accademia teatrale Nico Pepe di Udine, i quali interpreteranno la poesia in una “mise en espace”, accompagnandola con “suggestioni” visive ed uditive. Infine, alla presenza delle autorità e dei componenti della giuria, presieduta dal prof. Mario Turello, verranno consegnati i premi ai vincitori nelle rispettive categorie, che sono per la sezione poesia in lingua italiana Franco Romano Falzari, 1° premio con “Battaglie”, il 2° classificato è Francesco Tomada con “A ogni cosa il suo nome”. Per la sezione poesia in lingua friulana hanno vinto ex aequo a Ivan Crico con “De Arzènt zù" e a Giacomo Vit con “Sanmartin”; il 2° premio se lo è aggiudicato Lucina Dorigo con “In Venas di ingjustri” mentre è stato segnalato Enzo Driussi con l’opera “Peraulis tasudis”. Infine la segnalazione per il premio speciale, che è andato a Marco Floreani per il suo “In ponte di pîts”. Per informazioni: Biblioteca Comunale “Caterina Percoto”, Piazza della Repubblica 25, Manzano. Tel. 0432 -754617, biblioteca@comune.manzano.ud.it Rosalba Tello.

martedì 9 novembre 2010

Ivan Crico Official Website


Segnalo qui il mio nuovo sito. Basta cliccare sul titolo. Opere, notizie sul mio lavoro (ancora in allestimento ma già consultabile).

martedì 26 ottobre 2010

Franco Loi sull'ultimo libro di Ivan Crico



Senti come suona bene il bisiac

di Franco Loi


"La lingua che i poeti si fingono e modellano è sempre inaudita e come tale stupisce, sollecitando emozioni nuove, e dissolve confini, aprendo orizzonti impensati a ogni intelligenza sensibile all'avventuroso mistero del vivere" scrive Gianfranco Scialino nella prefazione al nuovo libro di Ivan Crico, De arzent zù (D'argento scomparso), raccolta di poesie in tergestino, lingua ormai scomparsa che attraverso Trieste legava il Friuli a parte dell'Istria e di cui oggi ancora rimangono alcune "tracce preziose, miracolosamente sopravissute", nel bisiac del Goriziano, e il critico fa bene a precisare: " Una arcaicità non sterilmente filologica e lessicografica, ma coincidente quasi con una appropriazione dell'essenza delle cose".
Tanto più che il bisiac è la lingua naturale di questo poeta che nel 1997 ha pubblicato Piture a cura di Giovanni Tesio, nel 2003 Maitàni con prefazione di Antonella Anedda e nel 2006 Ostane a cura di Mariuccia Coretti. Ivan Crico, che è anche pittore e disegnatore di valore, ha una straordinaria capacità di captare, attraverso i suoni, la bellezza di un paesaggio, fin quasi a sfiorare odori e colori della stagione e persino il fremere di alberi e petali di fiori: " Uàrla inlò in tiàra, dauànt l'ultima / ciàsa de chelis dola che una uolta / in tol uod l'umièr col sòuo pùngol / al butèua drènto òu de fred, la fuèja / muarta, la scuàrza che aimò la se fau / plùi scura, e fora de chei tai el uem / un sug fis de dì che no se ued. (Vedi là in terra, davanti all'ultima / casa di quelle dove un tempo / nel vuoto l'inverno col suo aculeo / deponeva uova di gelo, le foglie / morte, la scorza che ora / si scurisce, e fuori da quei tagli fuoriuscire / un umore denso di giorni che si tenevano nascosti) ".
Una vocalità che dà a questa descrizione un andamento arioso, quasi uno sfarsi della natura nel movimento misterioso dell'autunno che trascorre.
Ma non solo di questo si parla nei versi del pittore-poeta. Lo sparire di un mondo è anche segno e presagio del morire dell'uomo: " Ma inlò no xe nissùm mont, arbòi / dolache per l’òglo ciatà repòs. Sempre / auk che mància, imfrà el rìde zouèna / po, debòt, la fàza de cùi ch’el n’au / lassàdi. Com prèst desmientegà. Fora / de dut ciatarse senza nissùm. Uèner / un pumt de clar inciantà in tòl negro /fred, negra aria de noiàltri im flor. (Ma là non c’è nessun monte, alberi / dove per l’occhio trovare riposo. Sempre / qualcosa che manca, tra il riso giovane / poi, all’improvviso, il volto di chi ci ha / lasciati. Quanto presto dimenticato. Fuori / da tutto ritrovarsi senza nessuno. Venere / un punto di luce ferma nel nero / freddo, nera aria di noi fiorita)". Ma nel paesaggio delle morenti vegetazioni all'uomo ecco che un fiato di speranza, "una luce ferma nel nero", viene improvvisa a mutare il lutto di quel "riso giovane" finito nel "volto di chi ci ha lasciati" in un risplendere di Venere, quasi un grido di rinascita.
E tuttavia, come sempre, mi spiace non far sentire al lettore la sciolta maestria con cui queste cose sono dette, quel suo vocalico trasalire nella descrizione delle cose e dei sentimenti e dei pensieri che sempre si muovono nel dire di Crico quasi da far da contraltare al silenzio della natura. Ma spero di aver incuriosito chi sa ascoltare.

da "Il Sole 24 Ore", domenica 24 ottobre 2010, p. 30, n.292

giovedì 15 luglio 2010

La cantante Elisa: "La passione per la poesia di Ivan Crico"


Elisa davanti ad un dipinto di Ivan Crico nello studio nel Castello De Bona Urbanis



L'INTERVISTA, da "Il Messaggero Veneto, 14 luglio 2010"

Elisa: "Aiuterò i nostri talenti a sbocciare"

La cantante monfalconese ci racconta il suo ritorno in Friuli Venezia Giulia, sabato in piazza Unità a Trieste, e sogna una 'palestra' di musica per i giovani. L’attenzione per le band emergenti Breakfast e Jade e la passione per la poesia di Ivan Crico. Il tour: "Amo le piazze, stare fra la gente. Mia figlia è sempre con me, sono felice"
di Nicola Cossar

Elisa «La mia terra è speciale. Qui ci sono tanti artisti, giovani e bravi, che si propongono con spontaneità e con idee buone; sono poco omologati e poco conformisti, hanno un’identità forte. Ti dirò che nutro da tempo un sogno: aprire un locale in Friuli per offrire ad almeno una parte di loro la possibilità di esprimersi dal vivo in un contesto giusto e importante. Se non è un locale, può essere un festival. Adesso non ho molto tempo, ma appena possibile ci penserò concretamente: voglio aiutare i giovani talenti della nostra regione a sbocciare». Parola di Elisa.

Elisa ieri era in pullman verso Milano, per aprire la parte estiva del suo Heart Tour che sabato la riporterà a casa: si esibirà nella stupenda piazza Unità d’Italia a Trieste. Nonostante i preparativi, la grande artista monfalconese trova, tra una galleria e l’altra, il tempo per un’amabile conversazione, rigorosamente e simpaticamente in bisiaco: «Sono in pullman – attacca –, ma è un pullman tutto per me e con tutto quello che serve per stare bene anche con questo caldo. Sto andando all’Arena per il primo concerto».

«La picia la xe con ti?», domandiamo in madrelingua. Elisa risponde sorridendo: «Sì, Emma è con me, buona e tranquilla. C’è anche la mia mamma, siamo felici e rilassati, pronti ad una nuova importante prova per me».

– Questa parte del tour è molto diversa da quella nei palazzetti partita da Conegliano, vero?
«Sì, quella aveva tante cose extra-musicali, come i ballerini e molte immagini, una scelta di spettacolo complicata, legata un po’ all’acustica non felice dei palasport: uno show diverso per compensare in qualche modo quelle carenze. Tuttavia, è stata una bella esperienza, anche se ho un rammarico: mi dispiace che i biglietti siano costati troppo; sai che non ho mai voluto che costasse tanto venire ai miei concerti. Comunque, ora si cambia registro, si va nelle piazze e nelle arene, si torna alla dimensione che più ci appartiene: io, il mio gruppo e la musica su un palco più piccolo ma più adatto al concerto. Ci sarà qualche ripresa video perché tutti possano vedere bene, ma la musica, e solo la musica, sarà al centro dello spettacolo».

– Finalmente torni a casa?
«Hai ragione, sono stata poco a casa negli ultimi anni. Ma i posti in Friuli in cui ho cantato sono stati sempre magnifici: per esempio, la splendida villa Manin. E sabato sarò in piazza Unità a Trieste, una delle più belle d’Europa. Sì, sarà un’altra serata speciale ed emozionante!».

– Elisa, tu sei sempre stata attenta a quanto accade nella tua terra, soprattutto in campo musicale. Come vedi la situazione oggi?
«È una scena che si muove molto, diversa, originale, poco omologata. Mi è sempre piaciuta. Se vuoi dei nomi, ti faccio quello di Giorgio Pacorig, già mio tastierista e oggi lanciatissimo nel free jazz. E poi i Breakfast, i Jade e un gruppo di ragazzi triestini di cui non ricordo il nome e che ho visto su Mtv. Ma non solo musica: io amo molto la poesia e uno dei miei migliori amici è Ivan Crico, che ha appena vinto un premio importante, il Malattia della Vallata».

– Da qui l’idea di aiutare questa scena?
«È un mio sogno. Ora ho altre cose e poco tempo, ma sto pensando di aprire un locale in Friuli o magari di organizzare un festival. Non sarà subito, però cercherà di aiutare i nostri giovani».

– Nel tuo futuro, a ottobre, c’è l’America....
«È una cosa piccola. Terremo due concerti a un festival italiano. Ovviamente ci andiamo volentierissimo».

– Modugno, la Pfm. Altri non hanno sfondato in America. Tu ci pensi?
«A quelli che hanno sfondato, fatte le debite proporzioni, ci aggiungerei il metal dei Lacuna Coil, anche per restare in tempi più vicini a noi. Da parte mia, un po’ di successo l’ho avuto con Dancing. E poi Eros e la Pausini vanno alla grande in Sudamerica. Non nego che sarebbe bello sfondare negli States, ma per riuscirci devi avere una grande squadra, affiatata e tutta composta da numeri 1, sul piano artistico e su quello tecnico e organizzativo: una squadra che sappia lottare. E non basta, perché ci vuole sempre anche un po’ di fortuna. Però ti dirò che in America hanno un’idea molto diversa dalla mia sulla musica italiana».

– Dici che hanno idee sorpassate?
«Non dico sorpassate, ma poco aggiornate sì. Pensano alla musica italiana come espressione folcloristica, non moderna. La Pfm resta una bellissima eccezione. È un mondo ancora troppo lontano e allora vedi che per me l’America non è un problema o un obiettivo immediato. Vado per la mia strada». Con successo, come ha confermato il concerto di eri sera a Milano. L’ennesimo trionfo per Elisa, il nostro orgoglio.

(Alcuni commenti:

"Penso che se arrivi al punto di essere sincero, se arrivi a raggiungere un equilibrio di sincerità, umiltà e coscienza, necessariamente crei qualcosa che ti appartiene. Che appartiene più a te che al mondo. È lì che vorrei arrivare." QUESTA è già musica!!!!!!!!
di Sciretti Alberto su Intervista alla cantante Elisa di Ivan Crico il 16/09/10

peccato aver letto quest'intervista solo ora...ero sicura che Elisa s'interessasse anche di arte. Le sue parole, la sua voce spesso assomigliano a colori e immagini distinte. Grazie per averla postata!
di gio su Intervista alla cantante Elisa di Ivan Crico il 31/08/10

è solo e semplicemnte GRANDIOSA ! Blumy
di Blumy su Oh flama, oh scûr: la poesia di Ida Vallerugo il 27/08/10).

lunedì 12 luglio 2010

Primo premio a Ivan Crico al "Premio Giuseppe Malattia della Vallata"



Consegna del primo premio per la poesia delle minoranze linguistiche e le parlate locali. Barcis, 12 luglio 2010. Nella foto da sinistra il presidente della Giuria Maurizio Salvador, il poeta veneto Fabio Franzin, la vincitrice della sezione in lingua italiaana Anna Elisa De Gregorio, Ivan Crico e in basso Pierluigi Cappello.


I linïamenti de la levada


De 'na luʃe pìzula ta'l cór
de la note te scrivo. Te scrivo a ti
forest como mi, ta sta tera de fógo
deʃmentegà e de stéle che le 'nvultìza
la to sono de àle vèrte ta'l scur, caʃéi
altóni par quei che i riva de mar

luntani. Stii ʃnegradi i verbi
ta'l albìz del sfoi i sfriʃa le óʃe
sfogonande dei ànƺui, la vègia
che la tende 'l to viaƺo lóngo

'ncòntraghe de nantri - formént
de cunfìn che ta la màʃena del tenp
'l se muda in farina e pan cunpèna
fést - de ziel sugo ta'l fundi del mumént
che ta l'unbrìa la va in zerca del troƺo

par tornar fóia ta'l vént de avrìl. Scolto
'l diman ta le batude doventar sangue
e man par catar ta'l zito la vena de óro
dei insonii mai pirdudi, óro de ardor

de àqua ta'l colfo vèrt dei oci tovi.
Xe drìo sonar; boti lónghi e remandi
de drento 'ntant che zerco de maƺinàr
comòdo saràsto, 'ntant che ƺà in ti
lumo, neve sacreta de unidùn che 'l va
che 'l ven, i linïamenti de la levada.


I LINEAMENTI DELL'ALBA

Da una luce piccola nel cuore / della notte ti scrivo, scrivo / a te straniero come me su questa terra di fuoco / dimenticato e stelle che incoronano / ora il tuo sonno di ali aperte sul buio, alti roghi / per chi giunge da mari lontani. Lame oscure le parole // incidono sul bianco della pagina le voci / incendiate degli angeli, la veglia / che accompagna il tuo lungo viaggio / verso di noi - grano / d'esodo che nella macina dei tempi / si fa farina e caldo pane - / linfa del cielo tra le fibre degli attimi / che nel buio ricerca la via // per tornare foglia nel vento d'aprile. Ascolto / nei tuoi battiti il futuro farsi sangue / e mani per trovare nel silenzio la vena d'oro / dei sogni mai perduti, oro di notturne / fosforescenze sul golfo aperto dei tuoi occhi. / Suonano le campane; rintocchi lunghi ed echi / dentro, mentre cerco d'immaginare / come sei, mentre già in te / vedo, neve segreta di ogni uomo che va / o che arriva, i lineamenti dell'alba.

martedì 25 maggio 2010

Da un commento sulla poesia

Niente sarebbe più lontano
dalla realtà, si dice, di queste cacce
di segni invisibili, come rabdomanti
che sentono scorrere sorgenti
limpide dove

tutti non scorgono altro che pietra
scura e fango. Ma la poesia, i suoi volti
di ocre trafitte da infinite frecce
e cieli riflessi nei resti di trasparenti
battaglie, rimane l'ultimo
luogo rimasto dove
dirsi -comunque - dire

la propria verità, piccola o grande
che sia, non importa. Non possiamo
essere tutto eppure, vedi, il mondo
non potrebbe essere ciò che è senza
di noi, senza questo bianco

di ciliegi che si inabissano nella notte, il vento
che parla attraverso questi rami
neri sul blu profondo.


25.05.2010

mercoledì 14 aprile 2010

domenica 20 dicembre 2009

Le radici antiche della nuova arte



Olio su tela dell'artista goriziano Luca Suelzu

Messaggero Veneto — 18 dicembre 2009
pagina 11 sezione: CULTURA - SPETTACOLO

di IVAN CRICO L’incertezza nei confronti di quel grande punto di domanda che è il futuro ci porta, spesso, a cercare rifugio nel nido - solidamente intrecciato e caldo - della cosiddetta tradizione. Dimenticando però che ogni tradizione, nel momento in cui è nata, è stata anch'essa, sempre, innovazione. L'avvento di qualcosa di nuovo, diverso e quindi, per definizione, perturbante. La tradizione non è, in fondo, che un'innovazione che la società ha deciso, per svariati motivi, di adottare. Oggi molti ascoltano Beethoven per rilassarsi, ma, se leggiamo qualche recensione dell'epoca, ci rendiamo subito conto che quei suoni per noi così suadenti, per le orecchie dei suoi contemporanei non dovevano risultare meno digeribili delle note prodotte dai nastri magnetici del veneziano Luigi Nono. Va detto però che, fino agli inizi del Novecento almeno, fino a Picasso e a Rilke per intenderci, il dialogo con ciò che gli artisti avevano creato nel passato è sempre stata una pratica ineludibile. Un passaggio obbligato. L'artista, ancor prima che inventore, doveva essere conoscitore. Ogni nuovo virgulto si innestava dunque, producendo frutti sempre diversi, sul tronco di pratiche manuali e teoriche collaudate nel corso di millenni all'interno delle botteghe, nelle cantorie, durante le lezioni di metrica. Negli ultimi decenni questo dialogo si è spesso interrotto e, dalla maggior parte della popolazione (ma non solo), l'arte contemporanea è stata percepita spesso come un organismo a sé, autoreferenziale, il cui solo “fin è la maraviglia”, parafrasando i versi del poeta barocco Giambattista Marino. Una sorta di gara, in fondo, a chi la spara più grossa. Se non c'è alla base una vera volontà di dialogare con chi ci sta di fronte, anche il pensiero più geniale però, alla fine, rimane lettera morta. E così, come ha fatto notare di recente la critica Angela Vettese, le opere di molti artisti osannati negli ultimi anni sono presto cadute, velocemente come velocemente erano state acclamate, nel dimenticatoio delle cose che mai diventeranno, con il tempo, tradizione. Complici il mercato dell'arte, gallerie potentissime che - a suon di dollari, euro, sterline, rubli o yen - decidono nelle grandi capitali del mondo cosa andrà la prossima stagione. Per cui si scelgono, il più delle volte, artisti funzionali al raggiungimento di determinati obiettivi, relegandoli poi in soffitta quando non servono più. L'arte, se non desidera ridursi ad altro che a merce, deve riappropriarsi della sua capacità di indicare nuove vie, vie percorribili a un'umanità sempre più allo sbando. Offrendo futuro, nuovo ossigeno, non strade senza uscita. Facendo, come diceva Saba, della «poesia onesta». Non importa poi se un artista dipinge su tela o fa un’installazione, se uno scrive sonetti o recita i suoi versi gridandoli in un centro sociale. L'importante è che la sua opera nasca da una sincera volontà di comunicare ciò che sente e pensa. Senza infingimenti, doppi fini. Non si può non accogliere con grande interesse, dunque, il lavoro che con impegno e in forma disinteressata sta portando avanti da anni, in regione, l'artista e curatore di mostre Paolo Toffolutti assieme alla Neo Associazione Culturale. Un lavoro teso a mettere in luce la produzione artistica locale e, al tempo stesso, capace di far conoscere spazi pubblici bellissimi (ma a lungo poco sfruttati) come quelli proposti per accogliere le opere presentate nel progetto Spazi Pubblici Arte Contemporanea. Un progetto che, a partire dal 7 novembre, con la mostra Specchio specchio delle mie brame chi è il più artista del reale? si propone come una riflessione sul recente lavoro di alcuni tra i nostri più interessanti artisti visivi. La mostra ha coinvolto quattro comuni, tra cui Buttrio e Venzone, e continua ancora (fino a domenica) nel suggestivo medievale Castello di San Pietro a Ragogna e nello splendido, ignorato dai più Palazzo Locatelli a Cormòns fino al 27 dicembre. Si tratta di mostre che testimoniano innanzitutto il grande livello qualitativo raggiunto dagli artisti del Friuli Vg negli ultimi decenni, come la pittrice Manuela Sedmach o il fotografo goriziano Kusterle, solo per citare qualche nome, apprezzati a livello internazionale per le straordinarie invenzioni e la raffinatezza esecutiva. Non più dimenticata periferia la nostra regione, ma, come nella Trieste di Joyce, di Svevo, di Blazen, laboratorio di nuove visioni e pensieri capaci di unire la valorizzazione delle radici culturali e uno sguardo ampio, libero sul resto del mondo. Opere in forma di video, pittura, oggetto, istallazione, grafica, fotografia, scultura che - spiega Paolo Toffolutti - sono poste «in dialettico rapporto fra soggetti, pratiche, idee per costruire relazioni tra i siti storico-artistici che le ospitano e il pubblico, invitato in questo periodo autunnale a compiere un petit-tour fatto di luoghi, visite, inaugurazioni, incontri...». Particolare non trascurabile, quello di indurre le persone a spostarsi, perché spesso dimentichiamo che quando vi sono tagli alla cultura togliamo - di riflesso - lavoro anche a benzinai, trasportatori, negozi di abbigliamento, parrucchieri, ristoranti, bar, alberghi e chi più ne ha più ne metta. Se rimani in pantofole a casa a guardare la tv, difficilmente metti in moto l'economia locale. I nostri amministratori dovrebbero ricordarlo sempre. Non ultimo tra i meriti di questa iniziativa - occorre sottolinearlo - è l'uso davvero lodevole dei finanziamenti regionali, invero assai scarsi, concessi per realizzare queste quattro splendide mostre, curatissime e accompagnate da un ottimo catalogo. A dimostrazione che con poco si può far tanto. E che bisognerebbe iniziare - a differenza di quanto si fa di solito, con curatori strapagati e ospiti i cui cachet da noi si decuplicano per magia - a premiare chi dimostra di far buon uso del pubblico denaro, facendo vera cultura, valorizzando il territorio e chi ci vive. «L'arte serve a ritrovarsi» dice L. Vergine. Ed è sempre una sorpresa, questo rientro, se siamo sempre molto di meno e molto di più di ciò che pensiamo.

domenica 22 novembre 2009

Presentazione del libro "Mani in Pasta" a Gorizia




I sogni, spesso, scompaiono con il risveglio. A volte invece trovano, nello spazio del risveglio interiore, nel lampo della visione, un terreno adatto a farli diventare fiori colorati ma dalla breve vita oppure alberi dai lunghi rami che si spingono dentro i cieli di anni, secoli, millenni. I sogni di Basaglia, come certe piante che crescono tra le fenditure della pietra di dirupi abissali, sono arrivati molti anni fa in una terra difficile, dal suolo indurito dal sangue di migliaia di giovani e dal gelo di confini irreali, com'è quella di Gorizia. E tenacemente, da allora, sferzati dalla pioggia e dai venti dei pregiudizi, dei luoghi comuni, hanno iniziato a crescere e fiorire. Alcuni di quei semi luminosi non sono riusciti ad attecchire. Altri, ancor oggi, producono - a distanza di quarant'anni e più - germogli meravigliosi, impensati. La scoperta di queste nuove, incantevoli realtà è nata per me durante una serie di incontri che si sono tenuti nel Parco Basaglia, intitolati, "Percorsi di-versi", organizzati dai gruppi AMA e dal Collettivo Linea di Sconfine con la collaborazione dei poeti Giovanni Fierro e Francesco Tomada. Una serie di incontri all'aperto, nel segno della leggerezza e della condivisione, tra i raggi di sole filtrati dagli alberi, dove alcuni tra i migliori poeti del Triveneto da due anni donano un po' del loro tempo e le gemme preziose dei loro testi ad un pubblico sempre attento, dove si mescolano senza distinzione cultori della poesia e persone con più o meno forti problemi di disagio, in quella sorta di allergia della realtà - spesso più che giustificata - che è il malessere psichico. Alla fine di ogni incontro, poi, ognuno può leggere se lo desidera i suoi testi: sfoghi, pensieri, versi perlopiù non nati per essere pubblicati quanto per dare un volto alle proprie ombre. Ma anche - come mi è capitato di udire con ammirato timore dalla voce tesissima, cupa di un giovane spettatore - lacerti di visioni degne di un William Blake.
Quest'anno, dopo la proiezione di un video di Carmelo Fasolo che raccontava la storia di questi incontri, sono stato invitato a rimanere per quello che, in teoria, doveva essere - temevo - il solito buffet fatto di tartine con maionese, salatini e bottiglie di plastica riempite di liquido giallastro che, del profumato agrume, non conservano, ormai, null'altro che il nome. Lo offriva un gruppo di donne chiamato "Mani in pasta". Mi resi subito conto di trovarmi proiettato in un'esperienza unica, invece, una gloriosa successione di profumi delicatissimi investì i presenti, sulla volta del palato aromi noti e sconosciuti, passando senza problemi dal dolce al salato, si fondevano assieme senza mai stridere. I volti, le vesti di quelle donne, la discrezione antica con cui portavano brocche d'acqua di rose, limonate alchemiche, parlavano del mondo, dei suoi tanti volti più o meno lontani. Mai uguali, uniti dalla diversità che accomuna ogni cosa. E dalla sacralità del cibo, attraverso cui di giorno in giorno abbiamo la possibilità di vivere, stando attenti a ciò che mangiamo, in comunione con il mondo. La psicologa Corinna Michelin del Centro di Salute Mentale Alto Isontino Integrato, ricorda che si tratta di "donne con percorsi di vita molto diversi tra loro, alcune contattate perché attualmente afferenti al Centro, altre perché familiari o parenti di persone in carico ed altre ancora perché amiche contagiate dall'entusiasmo di quelle che avevano iniziato a partecipare al progetto". Il dottor Franco Perrazza, direttore del Centro, difatti scrive difatti che non è importante offrire solo cure mediche, partendo dal desiderio di Basaglia di ridare dignità e valore di persona a chi sperimenta questa sofferenza, ma anche "opportunità, occasioni, possibilità, atmosfere, luoghi di scambio, spazi per esprimersi, per essere assieme agli altri, per diventare protagonisti del proprio percorso di cura anche attraverso la partecipazione ad attività sociali e culturali". Da questa esperienza straordinaria, che continua, è nato un libro bellissimo edito dalla "Libreria Editrice Goriziana" intitolato appunto "Mani in pasta" che verrà presentato a Gorizia, presso la sede della Fondazione Carigo lunedì 23 alle ore 17.00.
Un libro costellato di importanti ed estesi contributi, come quelli di Carlo Petrini, Presidente Internazionale di Slow Food, o Massimo Cirri, psicologo e noto conduttore del programma radiofonico su Rai 2 "Caterpillar". Un libro di ricette di donne che vivono a Gorizia e nei dintorni. Ma che arrivano dai paesi vicini come dalla Sicilia, dall'Istria, dalla Repubblica Dominicana, dalla Macedonia o dall'Algeria. Ma, ancor più delle ricette, delle foto dei loro sorrisi, delle loro mani intente a preparare con cura i piatti tipici dei loro paesi, colpiscono le loro storie. Che sono storie drammatiche a volte ma, tutte, meravigliose e vere nella loro semplicità e profondità. In cui è impossibile non riconoscere le storie di noi, popolo di emigranti. Scrive Petrini nell'introduzione: "In un mondo che tende all'omologazione, dove la diversità è vissuta come una cosa pericolosa o infruttuosa, è nostro compito ricordare a tutti che la diversità è invece la più grande forza creativa esistente, come la natura insegna grazie ai miracoli che fa in virtù della biodiversità delle specie e delle razze. È con la massima apertura che si realizzano grandi cose, che si costruisce realmente qualcosa di nuovo".
Kheira, algerina, vive in Italia con la sua famiglia da quasi vent'anni. Ricorda, da vera poetessa, che quando cucina si sente, ogni volta, nascere di nuovo. I suoi versi sono fatti d'acqua di fiori d'arancio, di mandorle e cannella. Ricorda com'è necessario dare importanza a tutto. Capire, a fondo, la realtà in cui ti trovi a vivere. Per questo ha voluto imparare, oltre all'italiano, anche il friulano, la lingua della suocera, del marito. "Bisogna voler imparare!", dice. Kheira, assieme a tutte le donne di questo progetto, ci ricorda che solo aprendosi all'altro possiamo superare le barriere, portare in alto lo sguardo per guardare oltre. Leggendo queste pagine, dopo un po', noi non leggiamo più le storie di donne straniere ma quelle delle nostre nonne, mamme, sorelle (ma anche padri!) che trasmettono nei cibi che cuociono tutte le loro speranze, le loro memorie. Impastate, da mani piene d'amore e attenzione, con la pasta dei sogni.

Ivan Crico

Da "I fiumi invisibili": versione in lingua logudorese di Marlene Carboni della poesia "Lisonz" di Ivan Crico


Sardegna


RIPAS (S’ ISONZU)

In ripas jaras de nudda oru- oru m’ avvìo,
lògos de isoladu isplendore, inùe dae
sempre si ràttat su petrarzu velàdu
de silenziu. S’ aèra affogazzàda s’indùlchidi
cun delicàdu alènu de fiòres ‘e sisìa; addàe
in fundu, cunsunta dàe sa lughe, zente
istrànza repòsada a sa mùda, chèna isettare.
S’ammentu mèu s’ischìdat dae su sonnu
s’isgiàrit cun sos lampos - chi annùnziana
in su chelu temporale - s’allùmant subra
puntas de àrvures, contra ojos de mare.


GRETI (ISONZO)

Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.


S’ ISONZU

In ripas jaras de nudda
oru-oru m’ avvìo
lògos de isoladu isplendore,
inùe, dae sempre
si ràttat su petrarzu
velàdu de silenziu. S’ aèra
affogazzàda
s’indùlchidi cun delicàdu alènu
de fiòres ‘e sisìa; addàe in fundu- cunsunta
dàe sa lughe - zente istrànza repòsada
a sa mùda, chèna isettare.
S’ammentu mèu s’ischìdat
dae su sonnu
s’isgiàrit cun sos lampos,
chi annùnziana in su chelu temporale
s’allùmant subra puntas de àrvures,
contra su chelu limpìu.



Nota:

Della poesia "Lisonz" si propongono qui due versioni. Una, più filologicamente aderente al testo originale, e l'altra liberamente reinventata in forma poetica. Da noi i fiori di topinambùr o girasoli del Canada, tuberi che si usano per condire il cibo, non esistono. I fiori selvatici più simili sono quelli di “sisìa”, dal forte afròre. In Sardegna per indicare il colore azzurro puro si usa dire "occhi di mare" ("ojos de mare", pronuncia *osgios * de mare).

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martedì 3 novembre 2009

Da "I fiumi invisibili": versione di Mario Di Stefano nella parlata romanesca della poesia "Lisonz" di Ivan Crico


ER FIUME ISONZO


Zur bbianco letto comme de carcia, ch'arilusce
de gnente der fiume sò ito, lochi de splennore
deselto, indove abbeterno er sasso s'arrota
cecàto de zilenzi. L'aria de foco s'addorcisce
co l'odore fine de fiori ggialli servatichi; in fonno
in fonno, squajata de la solina, ggente forastiera
s'arriposa in pasce, senz'aspettà. La momoria
mia dar dimenticamme se ripja co li brillori
che i 'narto - preannunceno er giorno der giudizzio -
s'accenneno sulle foje dell'arberi, contro l'azuro celo.

ISONZO

Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.

Nota:

La presente libera versione in romanesco recupera, al suo interno, diversi termini oggi ormai disusati ma che troviamo, ancora, nei versi di Gioacchino Belli. Con una piccola forzatura (concordata con l'autore), i "greti chiari" diventano allora un "letto bianco comme de carcia" "letto bianco come calce": materia di un bianco abbagliante, come abbaglianti sono, in questo caso, i greti sassosi dell'Isonzo d'estate. Un'immagine molto viva, intensa, che rinvia a certe allucinate descrizioni di paesaggi belliani. Ho trovato poi i termini antichi "arilusce" ed il bellissimo "deselto". "M'incammino" è stato sostituito con "sò ito" che, seppur spostando l'azione nel passato, può riferirsi, anche, ad un passato molto recente, di qualche ora, o minuto addirittura; ma ci permette, però, di inserire una forma tipica e antica, molto riconoscibile, del romanesco. Al posto di "sempre" ho trovato, derivata dal latino chiesastico, la forma "abbeterno", che rispecchia - tra l'altro - con maggior fedeltà il termine bisiaco "saldo", che non vuol dire semplicemente "sempre" ma indica qualcosa di ininterotto,che sembra non finire mai. "Consuma" è stato sostituito invece con "arrota" ("affila"): del resto i sassi prima di diventare sabbia diventano sempre più piatti, affilati come lame sottili di pietra.
Sempre in Belli ho trovato poi il vecchio termine "solina" che vuol dire "sole forte, da cui non c'è riparo": perfetto per la situazione descritta (così "erosa" vien qui sostituito, con ancor maggior pregnanza, da "squajata"). Ho trovato inoltre il termine "momoria" che suona più vetusto e suggestivo del semplice "ricordo". "Rianima" credo che in romanesco suoni meglio tradotto con "ripja", termine popolare, squillante, di fresca immediatezza. Mi sono anche imbattuto in un altro termine molto suggestivo, nel sonetto 47 intitolato "Campidoglio", che è assolutamente perfetto in questo contesto: in bisiàc, con "burlaz" s'intende quel tipo di temporale che arriva di colpo, non previsto, e "er giorno der giudizzio" vuol dire proprio "temporale improvviso". Bellissimo e quasi apocalittico. Testimone di una lingua popolare e alta al tempo stesso, dove sacro e profano, creando una straniata armonia, s'intersecano da sempre. MDS



LISONZ (di Ivan Crico)

Par giaroni ciari de gnente me 'nvïo,
loghi de lisért spiandor, onde che 'l còdul
al se frua saldo 'nzeà de ziti. Al vént
de boi se 'ndulzisse cu'l udor fiéul
dei pirantoni; là in cau, smagnada
del ciaro, zente foresta la polsa
zidìna, senza spetar. Del desmentegarme
al me recordo de nóu al se ànema
cui lusori che in alt - virtindo del burlaz -
i se 'npïa ta le ponte, contra al biau nét.

in bisiàc, antica parlata veneta del monfalconese)

Da "I fiumi invisibili": versione di Mario Di Stefano nella parlata romanesca della poesia "Lisonz" di Ivan Crico

ER FIUME ISONZO


Zur bbianco letto comme de carcia, ch'arilusce
de gnente der fiume sò ito, lochi de splennore
deselto, indove abbeterno er sasso s'arrota
cecàto de zilenzi. L'aria de foco s'addorcisce
co l'odore fine de fiori ggialli servatichi; in fonno
in fonno, squajata de la solina, ggente forastiera
s'arriposa in pasce, senz'aspettà. La momoria
mia dar dimenticamme se ripja co li brillori
che i 'narto - preannunceno er giorno der giudizzio -
s'accenneno sulle foje dell'arberi, contro l'azuro celo.

ISONZO

Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.

Nota:

La presente libera versione in romanesco recupera, al suo interno, diversi termini oggi ormai disusati ma che troviamo, ancora, nei versi di Gioacchino Belli. Con una piccola forzatura (concordata con l'autore), i "greti chiari" diventano allora un "letto bianco comme de carcia" "letto bianco come calce": materia di un bianco abbagliante, come abbaglianti sono, in questo caso, i greti sassosi dell'Isonzo d'estate. Un'immagine molto viva, intensa, che rinvia a certe allucinate descrizioni di paesaggi belliani. Ho trovato poi i termini antichi "arilusce" ed il bellissimo "deselto". "M'incammino" è stato sostituito con "sò ito" che, seppur spostando l'azione nel passato, può riferirsi, anche, ad un passato molto recente, di qualche ora, o minuto addirittura; ma ci permette, però, di inserire una forma tipica e antica, molto riconoscibile, del romanesco. Al posto di "sempre" ho trovato, derivata dal latino chiesastico, la forma "abbeterno", che rispecchia - tra l'altro - con maggior fedeltà il termine bisiaco "saldo", che non vuol dire semplicemente "sempre" ma indica qualcosa di ininterotto,che sembra non finire mai. "Consuma" è stato sostituito invece con "arrota" ("affila"): del resto i sassi prima di diventare sabbia diventano sempre più piatti, affilati come lame sottili di pietra.
Sempre in Belli ho trovato poi il vecchio termine "solina" che vuol dire "sole forte, da cui non c'è riparo": perfetto per la situazione descritta (così "erosa" vien qui sostituito, con ancor maggior pregnanza, da "squajata"). Ho trovato inoltre il termine "momoria" che suona più vetusto e suggestivo del semplice "ricordo". "Rianima" credo che in romanesco suoni meglio tradotto con "ripja", termine popolare, squillante, di fresca immediatezza. Mi sono anche imbattuto in un altro termine molto suggestivo, nel sonetto 47 intitolato "Campidoglio", che è assolutamente perfetto in questo contesto: in bisiàc, con "burlaz" s'intende quel tipo di temporale che arriva di colpo, non previsto, e "er giorno der giudizzio" vuol dire proprio "temporale improvviso". Bellissimo e quasi apocalittico. Testimone di una lingua popolare e alta al tempo stesso, dove sacro e profano, creando una straniata armonia, s'intersecano da sempre. MDS



LISONZ (di Ivan Crico)

Par giaroni ciari de gnente me 'nvïo,
loghi de lisért spiandor, onde che 'l còdul
al se frua saldo 'nzeà de ziti. Al vént
de boi se 'ndulzisse cu'l udor fiéul
dei pirantoni; là in cau, smagnada
del ciaro, zente foresta la polsa
zidìna, senza spetar. Del desmentegarme
al me recordo de nóu al se ànema
cui lusori che in alt - virtindo del burlaz -
i se 'npïa ta le ponte, contra al biau nét.

in bisiàc, antica parlata veneta del monfalconese)

lunedì 2 novembre 2009

Versione di Donato Muscillo della poesia "Lisonz" di Ivan Crico nella parlata lucana della zona appula




Lèmët d'aimarë

M'abbijë sóp a nu lèmët bianc d'aimarë
dë nint, luc dë lucë dësirt, addó la prét
së chënzum 'ncëcagliùt da sëlènzijë. L'arië
'mbucat s'assërèn chë l'addòr dë fiurë giallë
salvatëchë; dà abbascë, strótt da la lucë, cétt
crëstian scanësciut së rëpósën, sènz spëttà.
Scurdannëm s'avvëvëlèscë u' rëcurd dë lucë
ca 'ncil - arruann u' mal timpë - s'appëccën
sóp la cimë dë l'albër, 'mbaccë all'azzórr.


Per ulteriori informazioni:
http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetti_lucani



LISONZ (di Ivan Crico)

Par giaroni ciari de gnente me 'nvïo,
loghi de disért spiandor, onde che 'l còdul
al se frua saldo 'nzeà de ziti. Al vént
de boi se 'ndulzisse cu'l udor fiéul
dei pirantoni; là in cau, smagnada
del ciaro, zente foresta la polsa
zidìna, senza spetar. Del desmentegarme
al me recordo de nóu al se ànema
cui lusori che in alt - virtindo del burlaz -
i se 'npïa ta le ponte, contra al biau nét.

ISONZO

Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.

Gianni Serena, versione nell'idioma barese-palesino della poesia "Lisonz" di Ivan Crico



ISONZE

Sóp’a ssècche de fiùme chiàre
de nudde m’abbièsceche, vanne addò
u nnudde resplènne, addò u rascìdde
se strusce da sèmbe accecàte
mménz’o ccitte. L’àrie appecciàte
ndelgèssce cu-addòre settìle de le fiùre
giàlle salvàtece; ddà mbònde, strutte
da la lusce, cresctiàne frastìire arrecheièscene
citte citte, sénz’aspettà. Da scherdàmme
u recuèrde abbevèssce che le lambe
ca ngìile – avvesànne u male
tìimbe – s’appìccene sop’a la cime
de l’àrue, mbàcce o u-azzurre stèrse.



Nota: Si tenga presente che nel dialetto barese tutte le vocali “e” non accentate (o toniche) non si pronunziano, soprattutto quelle finali. La vocale “e” si usa nella scrittura, per far “consuonare” appunto la consonante che la precede, altrimenti spesso ci troveremmo di fronte ad un rincorrersi di consonanti.
Palese-Macchie, di cui questa versione testimonia l'originale parlata, si trova ad una decina di chilometri a Nord-Ovest di Bari, sulla costa adriatica. Questa zona possiede un patrimonio storico-culturale, artistico e naturale espressione di un'antica vita - quella rurale - finora non sufficientemente valorizzata. Esso è stato anche oggetto di studio da parte di alcuni ricercatori, come Gianni Serena, risultando alquanto ricco e variegato: testimonianze di insediamenti preistorici (Neolitico, Età del Bronzo, Età del Ferro), edicole confinarie del Cinquecento, chiese rurali e rupestri, un'antica via dell'olio che costeggiava trappeti ipogei, torri secentesche, masserie e palmenti settecenteschi, paliare a forma di trullo; una chiesa del XIX secolo in stile neoclassico (purtroppo abbattuta), ville e palazzi ottocenteschi e novecenteschi. Un patrimonio purtroppo spesso abbandonato al degrado e all'incuria (come le tante masserie), oppure gravemente danneggiato dall'intervento dell'uomo (si pensi alla demolizione di Torre di Brencola, al crollo della chiesa rupestre di S. Angelo di Camerata causato da una vicina cava, agli insediamenti preclassici andati per sempre perduti). L'unica zona ancora conservatasi rimane quella della Lama Balice, recentemente trasformata in Parco regionale. Un territorio in ogni caso splendido, che merita di essere visitato e conosciuto.



LISONZ (di Ivan Crico)

Par giaroni ciari de gnente me 'nvïo,
loghi de disért spiandor, onde che 'l còdul
al se frua saldo 'nzeà de ziti. Al vént
de boi se 'ndulzisse cu'l udor fiéul
dei pirantoni; là in cau, smagnada
del ciaro, zente foresta la polsa
zidìna, senza spetar. Del desmentegarme
al me recordo de nóu al se ànema
cui lusori che in alt - virtindo del burlaz -
i se 'npïa ta le ponte, contra al biau nét.

ISONZO

Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.

Traduziòn in lingua milanesa della poesia "Lisonz" di Ivan Crico a cura di Elena Paredi



ISÒNZO (GERI)

Adree geri ciar de nagòtt, me sanii,
loeugh di desert splendor, in doe
ch’el rizzoeu de semper se destruga
scigaa di silenzi. Al vent foeugaa
s’indolzìss cont l’odor fin de fior
de piranton; de là a la fodrìna, smangiaa
de’ l’ ciar, gent forestera la requia
in silenzi, senza speccià. El mè regòrd
de’l desmentegamm se anema de noeuv
cont i lusiss che in alt – preavvisand
el temperi - se pizzen sora i s’cim
di erbol, contra el bloeu s’cett.


Nota di Elena Paredi:

Io scrivo in Meneghino che è diverso - per tanti aspetti e sfumature - da quello parlato in periferia e che, a volte, risulta un po' più "rustico" (rustegh).
Per quel che riguarda il termine "topinambùr" ( che, ai tempi delle mie nonne, si usava spessissimo in cucina, con la trippa e la faraona), un termine antico esiste: a Milano, difatti, lo chiamavano "piranton" (si pronuncia "pirantùn").
Per restare in tema di traduzioni in Milanese antico, di recente ho pubblicato un libro "Andeghee". Lo si trova sul sito http://www.unibook.com/it/nuovi-titoli è una raccolta di vocaboli del Milanese antico oggi in disuso o completamente dimenticati.

Ulteriori informazioni: http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto_milanese

LISONZ (di Ivan Crico)

Par giaroni ciari de gnente me 'nvïo,
loghi de lisért spiandor, onde che 'l còdul
al se frua saldo 'nzeà de ziti. Al vént
de boi se 'ndulzisse cu'l udor fiéul
dei pirantoni; là in cau, smagnada
del ciaro, zente foresta la polsa
zidìna, senza spetar. Del desmentegarme
al me recordo de nóu al se ànema
cui lusori che in alt - virtindo del burlaz -
i se 'npïa ta le ponte, contra al biau nét.

ISONZO

Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.

(poesia scritta in bisiàc, antica parlata veneta del monfalconese: http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto_bisiaco)

sabato 17 ottobre 2009

Premio Marin al bisiaco Ivan Crico


DI GIOVANNI FIERRO

il Piccolo — 16 ottobre 2009
pagina 12 sezione: GORIZIA

Per il poeta e pittore Ivan Crico è un momento importante. La sua più recente raccolta poetica, “De arzent zu-D’argento scomparso”, edita dall’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione, si è aggiudicata il “Premio nazionale Biagio Marin” edizione 2009, da quasi vent'anni il maggior premio dedicato alla poesia nei dialetti e nelle lingue minoritarie in Italia. La vittoria di Crico è giunta ad ex aequo con il poeta brianzolo Piero Marelli, e la sua silloge “I nocc-Le notti”, edita da Lieto Colle. Per Crico, vissuto da sempre a Pieris e ora trasferitosi a Tapogliano, questo riconoscimento è una ulteriore conferma della sua ricerca artistica, che con l’uso e lo studio del dialetto bisiàc, lo ha già da tempo portato all’attenzione di pubblico e critica nazionali. La cerimonia di consegna del premio si terrà a Grado, domani alle 17.30 nella sala consiliare del Municipio.

Crico, cosa significa vincere questo premio?

Questo premio mi sembra, innanzitutto, un inaspettato raggio di luce sul lavoro mio ma anche, di riflesso, su quello di molti miei validissimi coetanei la cui opera non è stata scandagliata con la dovuta attenzione in questi ultimi decenni dalla nostra critica nazionale. Un vuoto che dovrebbe essere al più presto colmato, anche per far capire al pubblico che esiste ancora una poesia viva, problematica in Italia, intrisa di bellezza e speranza. E che molto ancora si fa e molto si farà, ne sono certo.

Qual è il bisogno odierno dello scrivere in dialetto?

Esistono zone dove queste antiche parlate sono quasi scomparse; altre, come da noi, in cui questi linguaggi, seppur naturalmente modernizzati, sono ancora molto vivi. Per chi come ha imparato prima il bisiaco e poi l'italiano - e che, soprattutto, in bisiaco si esprime ogni giorno - è una scelta del tutto naturale. Così facendo, inoltre, contribuiamo a mantenere viva in noi e negli altri l'immagine di un mondo ricco, pieno di sfaccettature, di suoni, colori, profumi diversi: un mondo che si oppone ai deserti, al nulla dell'omologazione.

E la sua forza? Apre forse nuovi e diversi mondi di sensibilità ed evocazione? Uno sguardo ‘altro’?

Rispetto alle lingue nazionali, gli idiomi locali assorbono, dei luoghi in cui si formano, molte caratteristiche particolari. Non sono frutto soltanto della mente dell'uomo ma dell'incontro/scontro tra l'uomo e la natura che lo circonda. Si tratta di linguaggi nati senza la mediazione del potere e dunque, in essi, si cela intatta la carica sovversiva della vita che non è mai uguale a se stessa, che incessantemente diventa 'altro' da ciò che è stata, mobile, inafferrabile, insofferente ad ogni definizione.

C’è la necessità di fare di ogni dialetto una lingua?

Ogni dialetto, potenzialmente, può diventare lingua nazionale ed ogni lingua nazionale può trasformarsi in dialetto. La storia insegna. Dipende da quale prospettiva si guardano le cose. Dante ha trasformato il volgare fiorentino in un linguaggio illustre, Pasolini il rustico casarsese, parlato per secoli soltanto da poveri contadini, in una lingua raffinatissima. La nobiltà di una lingua dipende dalla nobiltà del pensiero di chi la impiega.

In ‘Piture’, c’è una fondamentale presenza dei colori (azzurri, viola, rossi, neri…). Ha trasportato su carta il suo dipingere?

Sono un pittore e guardo le cose con gli occhi di un pittore, non potrebbe essere altrimenti; ma scrivo per dire ciò che con i pennelli, con il silenzio dei colori non potrei mai dire.

Il paesaggio è protagonista degli scritti che compongono ‘Piture’, come mai? Cosa vede in lui?

Il paesaggio rappresenta tutto ciò che sta al di fuori dell'uomo, oltre l'uomo. Simboleggia ciò che non possiamo sapere, il mistero immenso che ci circonda. I limiti del nostro pensiero che tutto vorrebbe dominare, controllare, e che in realtà quasi niente sa di sé e, ancor meno, conosce ciò che gli sta attorno.

Che ruolo ha lo scrivere, poesia in particolare, nel nostro presente? E nel suo quotidiano?

Rispondo citando una frase bellissima del premio Nobel per la poesia Seamus Heaney: "Penso che il ruolo del poeta abbia a che fare con la sopravvivenza dell'interiorità più profonda dell'uomo. I poeti devono aiutare le persone a preservare la fiducia nel proprio futuro".

Si collega la sua poesia al pensiero, o solo al sentire? Quale è il suo gesto creativo, la sua direzione?

Lo studio è per me fondamentale. Ma non scrivo mai se non sento vibrare dentro di me, vive, le parole. Sulla scia luminosa di Holderlin, Rilke, Char, Jabés, Celan - autori la cui opera accompagna quasi ogni mio giorno - immagino una poesia in perenne cammino, in cui conoscenza e sentimento devono andare necessariamente di pari passo, come diceva un testo medioevale, "di inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine".

Per chi scrive, la parola è un inganno, o una verità?

Le parole sono semi. Non sappiamo se questi semi riusciranno a generare il frutto che celano in sé. L'unica cosa che sappiamo è che se non li piantiamo, sicuramente, il frutto non vedrà mai la luce. La vita dell'artista non è altro che questa oscura, paziente semina silenziosa di sogni. La nostalgia, insopprimibile, di qualcosa che ancora non c'è.

mercoledì 14 ottobre 2009

Ivan Crico, opere grafiche

Alcune opere grafiche (incisioni, tecniche miste) realizzate per la mostra "Segni della metamorfosi", curata dal critico Giancarlo Pauletto, in occasione di "Pordenonelegge 2007" dalla Biblioteca Civica di Pordenone.