<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674</id><updated>2012-01-02T05:52:34.493+01:00</updated><title type='text'>ivancrico</title><subtitle type='html'>Di arte, poesia e riflessioni varie
Ivan Crico Official Website: http://sites.google.com/site/ivancric/</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>90</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-3988831171810021377</id><published>2011-12-31T04:55:00.010+01:00</published><updated>2012-01-02T05:52:34.502+01:00</updated><title type='text'>Ivan Crico ai Musei Provinciali di Gorizia con "Italicus Saurus"</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/-hikvkh7hEqQ/TwE3HB5lO3I/AAAAAAAAARg/OuF3BMwaW2M/s1600/installazione%2Bitalicus%2Bsaurus.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 383px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-&lt;br /&gt;hikvkh7hEqQ/TwE3HB5lO3I/AAAAAAAAARg/OuF3BMwaW2M/s400/installazione%2Bitalicus%2Bsaurus.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5692891997881580402" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://http://www.google.it/imgres?&lt;br /&gt;imgurl=http://www.exibart.com/profilo/imgpost/rev/841/rev116841(1).jpg&amp;imgrefurl=http://www.exibart.com/profilo/eventiv2.asp%3Fpreview%3Dsi%26stampa%3Dsi%26idelemento%3D116841&amp;usg=__Ir1RSNMck6_JWzNnipdTAVEbv4A=&amp;h=212&amp;w=180&amp;sz=19&amp;hl=it&amp;start=82&amp;zoom=1&amp;tbnid=l7KQOE1zMx945M:&amp;tbnh=106&amp;tbnw=90&amp;ei=a5P-TrvXCOjP4QTp7dCNCA&amp;prev=/search%3Fq%3Divan%2Bcrico%26start%3D63%26hl%3Dit%26safe%3Doff%26sa%3DN%26gbv%3D2%26tbm%3Disch&amp;itbs=1"&gt;&lt;/a&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-dpMfE6LFGYY/Tv6Jkvu5v3I/AAAAAAAAARU/Xlw0y8hoWw8/s1600/Depli_A5_Retro%2Bweb.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 140px; height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-dpMfE6LFGYY/Tv6Jkvu5v3I/AAAAAAAAARU/Xlw0y8hoWw8/s400/Depli_A5_Retro%2Bweb.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5692138243424370546" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-z4gIhBvGmJ4/Tv6IadWKeFI/AAAAAAAAARI/foRrZJNtpYA/s1600/19.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 339px; height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-z4gIhBvGmJ4/Tv6IadWKeFI/AAAAAAAAARI/foRrZJNtpYA/s400/19.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5692136967178451026" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Particolare dell'opera "Italicus Saurus" di Ivan Crico esposta fino al 29 gennaio 2012 ai Musei Provinciali di Gorizia all'interno della mostra "Le connessioni dello stivale" organizzata dall'associazione di promozione dell'arte contemporanea "Prologo" di Gorizia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le connessioni dello stivale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Ogni grande Artista è storico o profeta.”&lt;br /&gt;Tra unità e pluralità&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Venire a riflettere, a 150 di distanza, sul valore e sul significato dell'unità d'Italia, comporta non poche difficoltà a chi è sempre più preso dai problemi e dalle questioni poste dalla contemporaneità, da un mondo che è sempre più globale, da una comunicazione che è sempre più connessa in rete. Al richiamo delle celebrazioni del 150° anniversario dell'unità d'Italia, tutti noi abbiamo in qualche modo risposto rivedendo con occhi nuovi il tricolore, rinfrescando più o meno recenti memorie scolastiche che ci parlavano dell'impresa dei Mille, della Giovine Italia o della “rivoluzione senza rivoluzione”. Le immagini di Garibaldi, Mazzini, Cavour, rispolverate per l'occasione, ci sono passate davanti agli occhi, insieme a quelle di alcuni dipinti di Fattori, o magari ad alcune scene di certi film di Visconti. &lt;br /&gt;Ma tornando poi alla nostra contemporaneità, il valore e il significato dell'unità d'Italia oggi, non potevano che apparirci nella loro difficoltà e contraddittorietà, o, quantomeno, nella loro molteplicità di significati, nella loro necessità di rinnovarsi. &lt;br /&gt;Soprattutto in un territorio quale il nostro, unitosi all'Italia 57 anni più tardi, avente una sua peculiarità, una sua pluralità di lingue, d'identità, di culture, nel suo essere marginale, nel suo essere terra di confine, il punto di vista da cui si pone l'osservazione sia sull'identità nazionale sia sull'unità non può che essere plurale. E soprattutto in un momento dove fondamentale è l'educazione al cosmopolitismo, alla condivisione, il punto di vista non può che essere molteplice, in un'idea di confronto tra le diverse parti, in un'idea di relazione, italiana e europea, che tenga conto dalla dimensione globale.&lt;br /&gt;Ecco dunque che qui non parliamo di unità ma di “connessioni”, ovvero di altri legami, ulteriori, più stretti, multiformi, più intimamente sentiti; e non parliamo di Italia, bensì più affettuosamente, e anche più concretamente, dello “stivale”.&lt;br /&gt;La forma dello stivale sta infatti alla base della riflessione di 16 artisti goriziani e di territori limitrofi, che su questa forma, per certi versi pure bizzarra, hanno espresso le loro idee, le loro speranze, i loro dubbi, alla luce della contemporaneità, alla luce del concetto di unità oggi. Pensieri e riflessioni che hanno portato a risultati molto diversi, assumendo toni talvolta ironici, talvolta disillusi se non addirittura severamente critici, ma sempre e comunque “appassionati”.&lt;br /&gt;Perché l'arte è un'“espressione appassionata, simpatica, poetizzata dell’ideale, come l’umanità lo concepisce, lo intuisce, o lo desidera”, come scriveva Giuseppe Mazzini, del quale senz'altro molti conoscono la statura di patriota, quella del politico e del filosofo, sicuramente meno i suoi pensieri intorno all'arte. &lt;br /&gt;E' molto interessante invece il suo saggio intitolato “La peinture moderne en Italie” pubblicato negli anni del suo esilio a Londra su una prestigiosa rivista inglese, la “London and Westminster Review” del 1841. Trattando del Romanticismo come un'arte nazionale e popolare, viene ad affermare, tra l'altro, che l'artista, il “grande artista”, è “storico o profeta”.... &lt;br /&gt;Un po' storici e un po' profeti credo possano essere considerati anche questi 16 artisti che hanno affrontato il tema comune dell'unità d'Italia, coniugandolo alla loro personale sensibilità, ponendo uno sguardo verso il passato, ancora una volta comune e personale, e cercando di analizzare il nostro presente, da diversi punti di vista, sotto diversi aspetti, per individuare un probabile o soltanto possibile futuro.&lt;br /&gt;Alessandra Ghiraldelli del tricolore ha selezionato il rosso, un rosso sangue, un rosso passione, per dare vita alla sua “Italia Rossa”. Ogni singola regione viene progressivamente “cucita” insieme alle altre, seguendo il percorso legato all'esperienza individuale dell'artista, relativamente alla conoscenza della propria nazione. Come fosse un fragilissimo puzzle o una personalissima tela di Penelope, l'operazione, nel suo farsi, necessita di una continua attenzione affinché i pezzi, o i fili, non si disperdano o si confondano, affinché i legami non smettano di avere un senso e di esserci. &lt;br /&gt;All'opposto fa Claudio Mrakic che con il colore bianco cancella l'“Italia” dall'Europa: la meticolosità e la pazienza del processo di cancellazione, che avviene mediante una sovrascrittura di numeri, segni, parole, non può non sottendere un sincero desiderio di far tabula rasa da cui, tuttavia, poter poi ripartire, ricominciare, ricostruire. Dall'immagine finale, per certi versi anche molto poetica con l'idea del Mediterraneo che giunge ad accogliere e confondere la nostra nazione, si può solo attendere una riapparizione, una nuova Italia che rinasca quale nuova Venere, dalle spume delle onde del mare.&lt;br /&gt;La “Mappa visionaria” di Paola Gasparotto rischia di incantare in maniera quasi ipnotica chi guarda, come una sorta di mandala che trasforma in immagine iconica la forma della penisola italiana e in simboli archetipici i vari elementi naturali. E' proprio l'aspetto di icona dalla magica fissità, che rende indubitabile ciò che vi è rappresentato, conferendogli un valore che va al di là dello spazio e del tempo consueti, nostri, per approdare in una dimensione sospesa, ammaliante, carica di suggestioni.&lt;br /&gt;A confondere le acque e le regioni d'Italia gioca invece Silvia Klainscek, nello stupore della constatazione che lo sperone, il tacco, la punta, le due isole maggiori e le altre parti dell'Italia risultino facilmente interscambiabili con le altre regioni. Questo è ciò che avviene infatti nei suoi “Arcipelaghi in forma di stivale”: in parte puro divertissement, in parte occasione di riflessione sull'importanza della forma e della sostanza, sul valore dell'unità dell'insieme, a prescindere dalle singole peculiarità e individualità.&lt;br /&gt;Un'immagine che appare e scompare, creata dalla luce, in mezzo ad una natura vaga, seducente e inquieta, è quella dell'Italia delle immagini fotografiche intitolate “Rievoluzione” di Franco Spanò, nate dalla fascinazione della ricchezza narrativa del libro “I profeti e i re” di Tabari e dalla rilettura della nostra costituzione. Qui analisi storica e anelito profetico si mescolano sovrapponendosi a creare un racconto che inizia dall'idea di un Eden luminoso, prosegue attraverso la volontà di costruire una struttura, per giungere infine alla necessità di un ritorno alla natura: in un desiderio di rinascita e di rigenerazione.&lt;br /&gt;Nika Šimak sembra voler suggerire un'idea del tricolore e dell'Italia che vada rinnovata, rinfrescata da una corrente pura e trasparente in cui i confini della penisola ritagliata al suo interno, appaiono più flessibili, adattabili, tutto sommato relativi. Parallelamente l'artista ha ideato un'altra opera in cui prevale il concetto di unità come legame, espresso con delle scarpe dai lacci tricolori, appese ad un filo. Il loro cammino, sotteso, ricorda il percorso della storia, e sembra ammiccare a Van Gogh, o a Sigalit Landau insieme.&lt;br /&gt;Alle “Connessioni invisibili” è dedicata l'installazione di Damjan Komel, artista che già da qualche tempo nella sua opera riflette su questo tema. I 27 tasti sparsi, liberati dalla console di un computer, vengono raccolti su una tavola rotonda, decorata con delle stelle  che potrebbero essere quelle della bandiera europea. Uno dei tasti ha la sagoma dello stivale al posto del segno grafico consueto; tutti sono fatti di polistirolo e ricoperti si briciole di pane: struttura e sovrastruttura, artificiosità e naturalità, legami in rete invisibili e possibili, che richiedono un confronto più diretto, più vero e più sincero, urgente.&lt;br /&gt;In una dimensione europea si proietta pure il lavoro di Lara Steffe, il cui titolo è volutamente proposto in lingua inglese: “Into my mind”. I pensieri dell'artista si riflettono in un'Italia trasformata in uno stato di effervescenza, tagliata a metà, con il Sud che occupa la parte superiore e il Nord quella inferiore, a testimonianza, di una confusione, di un “equilibrio instabile”, di un'unità insufficiente, non bastante a se stessa. Forse per questo la figura che sta in alto, metafora dell'ideale, della tensione del pensiero, appare proiettata altrove, alla ricerca di riferimenti più certi, sicuri, più ampi.&lt;br /&gt;Che a tenerla unita questa “Italia 2011” ci voglia la forza e la volontà dell'ottimismo e della ragione ce lo dice Lia del Buono offrendoci un'immagine vera, concreta, reale dello “stivale” quanto vero e concreto è il materiale scelto per l'opera: la juta. Una corda, spessa, lo tiene unito: è l'idea della forza, della volontà, l'idea che la forma, lo stato esistente da soli non bastano; c'è bisogno di una partecipazione diretta, di una presa di posizione chiara; c'è bisogno di credere in un legame tanto resistente quanto lineare, semplice, essenziale. &lt;br /&gt;E all'Italia come un qualcosa di cui ci dobbiamo riappropriare nel modo più semplice e immediato, pensa Paolo Figar che nella sua opera invita a voltare pagina, come si cambia canale alla televisione, come lo può fare un bambino, cercando ciò che è veramente interessante e veramente importante. Il titolo dell'opera, “Volumealto”, allude infatti al gesto del bambino che se ne sta in piedi, con la sua Italia portatile in una mano e il telecomando nell'altra, intento ad annullare l'immagine caotica della “Piccola geografia mediterranea” che gli sta difronte, per dar voce ad un altro possibile scenario.&lt;br /&gt;Alessio Russo immerge un'Italia appena riconoscibile in un vortice di colori, in un fantasmagorico universo fatto di segni forti e contrastanti, in un mare di banane, in un mondo che unisce e confonde “Gorizia – Nova Gorica - New Dehli”. L'immagine dello Stivale si confronta con quella di Ganesha, la Divinità Indu col viso elefantino. La testa d'elefante è simbolo benaugurante di forza e di coraggio intellettuale, il fiore di loto che spesso l'accompagna, simboleggia la più alta meta dell'evoluzione umana. A tale divinità si attribuisce la capacità di distinguere la verità dall'illusione, il reale dall'irreale.&lt;br /&gt;Alla nostra più illustre tradizione letteraria si richiama invece Stefano Ornella  nella sua opera intitolata “Purgatorio 76, Italia politica” in cui riattualizza i celebri versi di Dante: “ Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello!”. Le parole (ancora una volta storiche e profetiche insieme) paiono infrangersi sulle coste della penisola, paiono minacciarne la sua stessa esistenza, prendendo corpo nelle immagini poste a lato che accentuano il senso di decadenza, di assenza di una guida, di un riferimento.&lt;br /&gt;Sullo stesso tenore si pone l'opera di Francesco Imbimbo, “Pizza connections”, che descrive un'Italia che non c'è più perché divorata dal debito pubblico, umiliata dai suoi storici mali, dalla corruzione, dalla mafia, nei suoi valori più veri. La bandiera agitata dal vento non garrisce sulla cima di un'asta ma si trova ad occupare il posto di una tovaglia, dove i resti di una pizza, triste metafora dell'italianità, rappresentano ciò che rimane su cui poter riflettere, per cercare di cogliere ancora un senso, una ragione. &lt;br /&gt;L'“Italia prospettica” di Angelo Simonetti propone uno sguardo verso l'interno che è insieme un affondo storico e un invito a guardare le cose più in profondità. Lo spettatore è invitato a riflettere sul cammino, lungo, faticoso, travagliato dei diversi territori italiani verso l'Unità, interpretando lo spazio come tempo, la profondità prospettica come sequenza cronologica. Lo sguardo procede dall'esterno verso l'interno e dal fondo verso la superficie, facendo emergere la forma dell'Italia quale risultato finale di una conquista da non poter sottovalutare, in un certo senso, imprescindibile.&lt;br /&gt;Una sollecitazione positiva all'unità pare venir suggerita anche da Roberto Merotto nella sua “Italia”, una scultura caratterizzata da spinte dinamiche, linee flessuose e melodiche, al tempo stesso continue e divise. Diviso appare lo Stivale rispetto alle sue isole maggiori, mentre continuo è il ritmo plastico dell'opera che procede in forma prevalentemente ascendente seppur interrotto qua e là da stacchi complementari, per certi versi imprevedibili, comunque necessari: come un controcanto che giunge a sottolineare il tema principale.&lt;br /&gt;Infine una storia immaginaria è quella raccontata da Ivan Crico dove protagonista è un fantomatico dinosauro, l'“Italicus Saurus” le cui zampe hanno lasciato delle orme, di recente riscoperte, che ricordano in modo sconcertante la forma del nostro paese. L'insieme può alludere alla “fossilizzazione” di alcune questioni difficili da affrontare, o alle stratificazioni di un passato mai indagato e conosciuto fino in fondo; ma può far anche pensare ad una storia da riscoprire, ponendo attenzione ai suoi più inediti risvolti, nei mobili riflessi di un cielo che continua a rispecchiarvisi, tra la luce del sole e l'ombra delle nuvole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Franca Marri&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-3988831171810021377?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp?idelemento=116841' title='Ivan Crico ai Musei Provinciali di Gorizia con &quot;Italicus Saurus&quot;'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/3988831171810021377/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=3988831171810021377' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/3988831171810021377'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/3988831171810021377'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2011/12/ivan-crico-ai-musei-provinciali-di.html' title='Ivan Crico ai Musei Provinciali di Gorizia con &quot;Italicus Saurus&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-&#xA;hikvkh7hEqQ/TwE3HB5lO3I/AAAAAAAAARg/OuF3BMwaW2M/s72-c/installazione%2Bitalicus%2Bsaurus.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-1647619821285835156</id><published>2011-12-31T04:38:00.006+01:00</published><updated>2011-12-31T04:53:59.994+01:00</updated><title type='text'>Ivan Crico: "Skull and Japanese flowers"</title><content type='html'>Presentazione in anteprima, nello storico Caffè Carducci di Monfalcone (GO), dell'opera "Skull and japanese flowers" di Ivan Crico. A cura del giornalista de "Il Piccolo" Paolo Posarelli" e di Paolo Maritani. Presentazione critica di Silvio Cumpeta con la partecipazione del gruppo di musica contemporanea "Le Voci Inconsuete". 11 gennaio 2011-12 gennaio 2012.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/-5wPW8ziXHNw/Tv6HGbSKqFI/AAAAAAAAAQ8/nmiOX1RfTyc/s1600/11.12.2011%2BInaugurazione%2Bmostra%2BIvan%2BCrico-Caff%25C3%25A4%2BMaritani-Monfalcone%2B060.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 178px;" src="http://4.bp.blogspot.com/-5wPW8ziXHNw/Tv6HGbSKqFI/AAAAAAAAAQ8/nmiOX1RfTyc/s400/11.12.2011%2BInaugurazione%2Bmostra%2BIvan%2BCrico-Caff%25C3%25A4%2BMaritani-Monfalcone%2B060.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5692135523515803730" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Le voci inconsuete"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-kKkIz_XHj7c/Tv6EiT-VQVI/AAAAAAAAAQk/1_HGhPtJWrU/s1600/11.12.2011%2BInaugurazione%2Bmostra%2BIvan%2BCrico-Caff%25C3%25A4%2BMaritani-Monfalcone%2B013.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 240px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-kKkIz_XHj7c/Tv6EiT-VQVI/AAAAAAAAAQk/1_HGhPtJWrU/s400/11.12.2011%2BInaugurazione%2Bmostra%2BIvan%2BCrico-Caff%25C3%25A4%2BMaritani-Monfalcone%2B013.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5692132704055017810" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Con il critico Silvio Cumpeta&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/-jUflgbJc4hE/Tv6EShdAioI/AAAAAAAAAQY/tMHL7Iv7yzo/s1600/11.12.2011%2BInaugurazione%2Bmostra%2BIvan%2BCrico-Caff%25C3%25A4%2BMaritani-Monfalcone%2B065.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 240px;" src="http://3.bp.blogspot.com/-jUflgbJc4hE/Tv6EShdAioI/AAAAAAAAAQY/tMHL7Iv7yzo/s400/11.12.2011%2BInaugurazione%2Bmostra%2BIvan%2BCrico-Caff%25C3%25A4%2BMaritani-Monfalcone%2B065.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5692132432795437698" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Con l'Assessore alla Cultura di Monfalcone Paola Benes&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-HZFVmj3cp6Q/Tv6EKEYFMnI/AAAAAAAAAQM/1_aZNk41-TA/s1600/11.12.2011%2BInaugurazione%2Bmostra%2BIvan%2BCrico-Caff%25C3%25A4%2BMaritani-Monfalcone%2B052.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 266px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-HZFVmj3cp6Q/Tv6EKEYFMnI/AAAAAAAAAQM/1_aZNk41-TA/s400/11.12.2011%2BInaugurazione%2Bmostra%2BIvan%2BCrico-Caff%25C3%25A4%2BMaritani-Monfalcone%2B052.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5692132287551189618" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Davanti all'opera "Martyre"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/-pe8Uw72JY6A/Tv6D9yfC_wI/AAAAAAAAAQA/G07wwC78NAw/s1600/11.12.2011%2BInaugurazione%2Bmostra%2BIvan%2BCrico-Caff%25C3%25A4%2BMaritani-Monfalcone%2B018.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 267px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-pe8Uw72JY6A/Tv6D9yfC_wI/AAAAAAAAAQA/G07wwC78NAw/s400/11.12.2011%2BInaugurazione%2Bmostra%2BIvan%2BCrico-Caff%25C3%25A4%2BMaritani-Monfalcone%2B018.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5692132076590137090" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con il critico Silvio Cumpeta ed il curatore Paolo Posarelli&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-1647619821285835156?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/1647619821285835156/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=1647619821285835156' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1647619821285835156'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1647619821285835156'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2011/12/ivan-crico-skull-and-japanese-flowers.html' title='Ivan Crico: &quot;Skull and Japanese flowers&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/-5wPW8ziXHNw/Tv6HGbSKqFI/AAAAAAAAAQ8/nmiOX1RfTyc/s72-c/11.12.2011%2BInaugurazione%2Bmostra%2BIvan%2BCrico-Caff%25C3%25A4%2BMaritani-Monfalcone%2B060.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-6768559059951086539</id><published>2010-11-23T08:06:00.001+01:00</published><updated>2010-11-23T08:08:23.743+01:00</updated><title type='text'>"De arzènt zù" di Ivan Crico si aggiudica il Premio Percoto</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TOtoXV0ot7I/AAAAAAAAAPM/9_T6B04CFzo/s1600/Percoto.png"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 160px; height: 328px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TOtoXV0ot7I/AAAAAAAAAPM/9_T6B04CFzo/s400/Percoto.png" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5542638516613724082" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Dopo aver vinto lo scorso anno il "Premio Nazionale di Poesia Biagio Marin" (considerato il più importante premio dedicato alla poesia nei vari idiomi locali italiani), il libro di Ivan Crico "De arzènt zù" ottiene un altro prestigioso riconoscimento.&lt;br /&gt;Assieme all'opera "Samartin" del poeta Giacomo Vit, quest'opera così particolare - recensita di recente anche da Franco Loi sulle pagine de "Il Sole 24 Ore - si è aggiudicata il primo premio ex aequo in questo concorso che, nel corso degli anni, è diventato il maggior premio dedicato ad opere scritte in lingua friulana, anche grazie ad una giuria composta da autorevoli nomi della letteratura e della critica, da Paolo Maurensig a Mario Turello. "De arzènt zù" parte dagli studi di Crico, cultore dell'idioma bisiaco, sull'antica parlata tergestina, oggi estinta, e di cui nella parlata bisiaca sopravvivono alcune preziose reliquie.&lt;br /&gt;Saranno consegnati dunque l’11 dicembre, alle 17.30, all’Antico Foledor Boschetti della Torre di Manzano, i premi ai vincitori della 5° edizione del Premio letterario biennale “Caterina Percoto” dedicata alla poesia. Il concorso è organizzato e promosso dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Manzano in onore della celebre scrittrice manzanese Caterina Percoto - alla quale è stata intitolata la Biblioteca Comunale di Manzano - e per valorizzare la produzione letteraria del Friuli storico. Un evento che si conferma di rilievo per la produzione letteraria contemporanea: ogni edizione, infatti, raccoglie sempre numerosi iscritti, tra cui anche scrittori e poeti noti a livello nazionale. Alla cerimonia interverranno la presidente del Club Unesco di Udine, Renata Capria D'Aronco, che tratterà del tema della poesia femminile contemporanea e gli attori dell'Accademia teatrale Nico Pepe di Udine, i quali interpreteranno la poesia in una “mise en espace”, accompagnandola con “suggestioni” visive ed uditive. Infine, alla presenza delle autorità e dei componenti della giuria, presieduta dal prof. Mario Turello, verranno consegnati i premi ai vincitori nelle rispettive categorie, che sono per la sezione poesia in lingua italiana Franco Romano Falzari, 1° premio con “Battaglie”, il 2° classificato è Francesco Tomada con “A ogni cosa il suo nome”. Per la sezione poesia in lingua friulana hanno vinto ex aequo a Ivan Crico con “De Arzènt zù" e a Giacomo Vit con “Sanmartin”; il 2° premio se lo è aggiudicato Lucina Dorigo con “In Venas di ingjustri” mentre è stato segnalato Enzo Driussi con l’opera “Peraulis tasudis”. Infine la segnalazione per il premio speciale, che è andato a Marco Floreani per il suo “In ponte di pîts”. Per informazioni: Biblioteca Comunale “Caterina Percoto”, Piazza della Repubblica 25, Manzano. Tel. 0432 -754617, biblioteca@comune.manzano.ud.it Rosalba Tello.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-6768559059951086539?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/6768559059951086539/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=6768559059951086539' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/6768559059951086539'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/6768559059951086539'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2010/11/de-arzent-zu-di-ivan-crico-si-aggiudica.html' title='&quot;De arzènt zù&quot; di Ivan Crico si aggiudica il Premio Percoto'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TOtoXV0ot7I/AAAAAAAAAPM/9_T6B04CFzo/s72-c/Percoto.png' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-5118975924507728035</id><published>2010-11-09T06:43:00.004+01:00</published><updated>2010-11-09T06:52:58.813+01:00</updated><title type='text'>Ivan Crico Official Website</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TNjgrEH9ooI/AAAAAAAAAPE/PnmJ6j-vU-s/s1600/Distances%2B214x90.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 172px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TNjgrEH9ooI/AAAAAAAAAPE/PnmJ6j-vU-s/s400/Distances%2B214x90.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5537422772298162818" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Segnalo qui il mio nuovo sito. Basta cliccare sul titolo. Opere, notizie sul mio lavoro (ancora in allestimento ma già consultabile).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-5118975924507728035?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://sites.google.com/site/ivancric/home' title='Ivan Crico Official Website'/><link rel='enclosure' type='' href='http://sites.google.com/site/ivancric/home' length='0'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/5118975924507728035/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=5118975924507728035' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/5118975924507728035'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/5118975924507728035'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2010/11/ivan-crico-official-website.html' title='Ivan Crico Official Website'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TNjgrEH9ooI/AAAAAAAAAPE/PnmJ6j-vU-s/s72-c/Distances%2B214x90.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-6504930966129678144</id><published>2010-10-26T09:09:00.001+02:00</published><updated>2010-10-26T09:13:34.855+02:00</updated><title type='text'>Franco Loi sull'ultimo libro di Ivan Crico</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TMZ-8BPwsTI/AAAAAAAAAO8/Isncj1iAoCM/s1600/loi+foto.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 276px; height: 189px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TMZ-8BPwsTI/AAAAAAAAAO8/Isncj1iAoCM/s400/loi+foto.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5532248761863024946" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Senti come suona bene il bisiac&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Franco Loi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; "La lingua che i poeti si fingono e modellano è sempre inaudita e come tale stupisce, sollecitando emozioni nuove, e dissolve confini, aprendo orizzonti impensati a ogni intelligenza sensibile all'avventuroso mistero del vivere" scrive Gianfranco Scialino nella prefazione al nuovo libro di Ivan Crico, De arzent zù (D'argento scomparso), raccolta di poesie in tergestino, lingua ormai scomparsa che attraverso Trieste legava il Friuli a parte dell'Istria e di cui oggi ancora rimangono alcune "tracce preziose, miracolosamente sopravissute", nel bisiac del Goriziano, e il critico fa bene a precisare: " Una arcaicità non sterilmente filologica e lessicografica, ma coincidente quasi con una appropriazione dell'essenza delle cose". &lt;br /&gt;  Tanto più che il bisiac è la lingua naturale di questo poeta che nel 1997 ha pubblicato Piture a cura di Giovanni Tesio, nel 2003 Maitàni con prefazione di Antonella Anedda e nel 2006 Ostane a cura di Mariuccia Coretti. Ivan Crico, che è anche pittore e disegnatore di valore, ha una straordinaria capacità di captare, attraverso i suoni, la bellezza di un paesaggio, fin quasi a sfiorare odori e colori della stagione e persino il fremere di alberi e petali di fiori: " Uàrla inlò in tiàra, dauànt l'ultima / ciàsa de chelis dola che una uolta / in tol uod l'umièr col sòuo pùngol / al butèua drènto òu de fred, la fuèja / muarta, la scuàrza che aimò la se fau / plùi scura, e fora de chei tai el uem / un sug fis de dì che no se ued. (Vedi là in terra, davanti all'ultima / casa di quelle dove un tempo / nel vuoto l'inverno col suo aculeo / deponeva uova di gelo, le foglie / morte, la scorza che ora / si scurisce, e fuori da quei tagli fuoriuscire / un umore denso di giorni che si tenevano nascosti) ".&lt;br /&gt;  Una vocalità che dà a questa descrizione un andamento arioso, quasi uno sfarsi della natura nel movimento misterioso dell'autunno che trascorre.&lt;br /&gt;  Ma non solo di questo si parla nei versi del pittore-poeta. Lo sparire di un mondo è anche segno e presagio del morire dell'uomo: " Ma inlò no xe nissùm mont, arbòi / dolache per l’òglo ciatà repòs. Sempre / auk che mància, imfrà el rìde zouèna / po, debòt, la fàza de cùi ch’el n’au / lassàdi. Com prèst desmientegà. Fora / de dut ciatarse senza nissùm. Uèner / un pumt de clar inciantà in tòl negro /fred, negra aria de noiàltri im flor. (Ma là non c’è nessun monte, alberi / dove per l’occhio trovare riposo. Sempre / qualcosa che manca, tra il riso giovane / poi, all’improvviso, il volto di chi ci ha / lasciati. Quanto presto dimenticato. Fuori / da tutto ritrovarsi senza nessuno. Venere / un punto di luce ferma nel nero / freddo, nera aria di noi fiorita)". Ma nel paesaggio delle morenti vegetazioni all'uomo ecco che un fiato di speranza, "una luce ferma nel nero", viene improvvisa a mutare il lutto di quel "riso giovane" finito nel "volto di chi ci ha lasciati" in un risplendere di Venere, quasi un grido di rinascita.&lt;br /&gt;  E tuttavia, come sempre, mi spiace non far sentire al lettore la sciolta maestria con cui queste cose sono dette, quel suo vocalico trasalire nella descrizione delle cose e dei sentimenti e dei pensieri che sempre si muovono nel dire di Crico quasi da far da contraltare al silenzio della natura. Ma spero di aver incuriosito chi sa ascoltare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;da "Il Sole 24 Ore", domenica 24 ottobre 2010, p. 30, n.292&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-6504930966129678144?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/6504930966129678144/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=6504930966129678144' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/6504930966129678144'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/6504930966129678144'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2010/10/franco-loi-sullultimo-libro-di-ivan.html' title='Franco Loi sull&apos;ultimo libro di Ivan Crico'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TMZ-8BPwsTI/AAAAAAAAAO8/Isncj1iAoCM/s72-c/loi+foto.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-966778873934851726</id><published>2010-07-15T08:01:00.005+02:00</published><updated>2010-10-07T09:48:56.142+02:00</updated><title type='text'>La cantante Elisa: "La passione per la poesia di Ivan Crico"</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TD6mIpbf_pI/AAAAAAAAAOk/rL0K_baeeGI/s1600/elisa+toffoli+1.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 220px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TD6mIpbf_pI/AAAAAAAAAOk/rL0K_baeeGI/s400/elisa+toffoli+1.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5494011262928944786" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Elisa davanti ad un dipinto di Ivan Crico nello studio nel Castello De Bona Urbanis&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'INTERVISTA, da "Il Messaggero Veneto, 14 luglio 2010"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Elisa: "Aiuterò i nostri talenti a sbocciare"&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La cantante monfalconese ci racconta il suo ritorno in Friuli Venezia Giulia, sabato in piazza Unità a Trieste, e sogna una 'palestra' di musica per i giovani. L’attenzione per le band emergenti Breakfast e Jade e la passione per la poesia di Ivan Crico. Il tour: "Amo le piazze, stare fra la gente. Mia figlia è sempre con me, sono felice"&lt;br /&gt;di Nicola Cossar&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elisa «La mia terra è speciale. Qui ci sono tanti artisti, giovani e bravi, che si propongono con spontaneità e con idee buone; sono poco omologati e poco conformisti, hanno un’identità forte. Ti dirò che nutro da tempo un sogno: aprire un locale in Friuli per offrire ad almeno una parte di loro la possibilità di esprimersi dal vivo in un contesto giusto e importante. Se non è un locale, può essere un festival. Adesso non ho molto tempo, ma appena possibile ci penserò concretamente: voglio aiutare i giovani talenti della nostra regione a sbocciare». Parola di Elisa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elisa ieri era in pullman verso Milano, per aprire la parte estiva del suo Heart Tour che sabato la riporterà a casa: si esibirà nella stupenda piazza Unità d’Italia a Trieste. Nonostante i preparativi, la grande artista monfalconese trova, tra una galleria e l’altra, il tempo per un’amabile conversazione, rigorosamente e simpaticamente in bisiaco: «Sono in pullman – attacca –, ma è un pullman tutto per me e con tutto quello che serve per stare bene anche con questo caldo. Sto andando all’Arena per il primo concerto».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«La picia la xe con ti?», domandiamo in madrelingua. Elisa risponde sorridendo: «Sì, Emma è con me, buona e tranquilla. C’è anche la mia mamma, siamo felici e rilassati, pronti ad una nuova importante prova per me».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;– Questa parte del tour è molto diversa da quella nei palazzetti partita da Conegliano, vero?&lt;br /&gt;«Sì, quella aveva tante cose extra-musicali, come i ballerini e molte immagini, una scelta di spettacolo complicata, legata un po’ all’acustica non felice dei palasport: uno show diverso per compensare in qualche modo quelle carenze. Tuttavia, è stata una bella esperienza, anche se ho un rammarico: mi dispiace che i biglietti siano costati troppo; sai che non ho mai voluto che costasse tanto venire ai miei concerti. Comunque, ora si cambia registro, si va nelle piazze e nelle arene, si torna alla dimensione che più ci appartiene: io, il mio gruppo e la musica su un palco più piccolo ma più adatto al concerto. Ci sarà qualche ripresa video perché tutti possano vedere bene, ma la musica, e solo la musica, sarà al centro dello spettacolo». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;– Finalmente torni a casa?&lt;br /&gt;«Hai ragione, sono stata poco a casa negli ultimi anni. Ma i posti in Friuli in cui ho cantato sono stati sempre magnifici: per esempio, la splendida villa Manin. E sabato sarò in piazza Unità a Trieste, una delle più belle d’Europa. Sì, sarà un’altra serata speciale ed emozionante!».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;– Elisa, tu sei sempre stata attenta a quanto accade nella tua terra, soprattutto in campo musicale. Come vedi la situazione oggi?&lt;br /&gt;«È una scena che si muove molto, diversa, originale, poco omologata. Mi è sempre piaciuta. Se vuoi dei nomi, ti faccio quello di Giorgio Pacorig, già mio tastierista e oggi lanciatissimo nel free jazz. E poi i Breakfast, i Jade e un gruppo di ragazzi triestini di cui non ricordo il nome e che ho visto su Mtv. Ma non solo musica: io amo molto la poesia e uno dei miei migliori amici è Ivan Crico, che ha appena vinto un premio importante, il Malattia della Vallata».&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;– Da qui l’idea di aiutare questa scena?&lt;br /&gt;«È un mio sogno. Ora ho altre cose e poco tempo, ma sto pensando di aprire un locale in Friuli o magari di organizzare un festival. Non sarà subito, però cercherà di aiutare i nostri giovani».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;– Nel tuo futuro, a ottobre, c’è l’America.... &lt;br /&gt;«È una cosa piccola. Terremo due concerti a un festival italiano. Ovviamente ci andiamo volentierissimo».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;– Modugno, la Pfm. Altri non hanno sfondato in America. Tu ci pensi?&lt;br /&gt;«A quelli che hanno sfondato, fatte le debite proporzioni, ci aggiungerei il metal dei Lacuna Coil, anche per restare in tempi più vicini a noi. Da parte mia, un po’ di successo l’ho avuto con Dancing. E poi Eros e la Pausini vanno alla grande in Sudamerica. Non nego che sarebbe bello sfondare negli States, ma per riuscirci devi avere una grande squadra, affiatata e tutta composta da numeri 1, sul piano artistico e su quello tecnico e organizzativo: una squadra che sappia lottare. E non basta, perché ci vuole sempre anche un po’ di fortuna. Però ti dirò che in America hanno un’idea molto diversa dalla mia sulla musica italiana».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;– Dici che hanno idee sorpassate?&lt;br /&gt;«Non dico sorpassate, ma poco aggiornate sì. Pensano alla musica italiana come espressione folcloristica, non moderna. La Pfm resta una bellissima eccezione. È un mondo ancora troppo lontano e allora vedi che per me l’America non è un problema o un obiettivo immediato. Vado per la mia strada». Con successo, come ha confermato il concerto di eri sera a Milano. L’ennesimo trionfo per Elisa, il nostro orgoglio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Alcuni commenti:&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;"Penso che se arrivi al punto di essere sincero, se arrivi a raggiungere un equilibrio di sincerità, umiltà e coscienza, necessariamente crei qualcosa che ti appartiene. Che appartiene più a te che al mondo. È lì che vorrei arrivare." QUESTA è già musica!!!!!!!!&lt;br /&gt;di Sciretti Alberto su Intervista alla cantante Elisa di Ivan Crico il 16/09/10&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;peccato aver letto quest'intervista solo ora...ero sicura che Elisa s'interessasse anche di arte. Le sue parole, la sua voce spesso assomigliano a colori e immagini distinte. Grazie per averla postata!&lt;br /&gt;di gio su Intervista alla cantante Elisa di Ivan Crico il 31/08/10&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;è solo e semplicemnte GRANDIOSA ! Blumy&lt;br /&gt;di Blumy su Oh flama, oh scûr: la poesia di Ida Vallerugo il 27/08/10).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-966778873934851726?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/966778873934851726/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=966778873934851726' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/966778873934851726'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/966778873934851726'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2010/07/la-cantante-elisa-la-passione-per-la.html' title='La cantante Elisa: &quot;La passione per la poesia di Ivan Crico&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TD6mIpbf_pI/AAAAAAAAAOk/rL0K_baeeGI/s72-c/elisa+toffoli+1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-7228370261396355984</id><published>2010-07-12T12:58:00.004+02:00</published><updated>2010-07-12T18:09:49.731+02:00</updated><title type='text'>Primo premio a Ivan Crico al "Premio Giuseppe Malattia della Vallata"</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TDr2eMsG3RI/AAAAAAAAAOc/OB2H-t57DhE/s1600/barcis+premio.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 234px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TDr2eMsG3RI/AAAAAAAAAOc/OB2H-t57DhE/s400/barcis+premio.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5492973694194474258" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Consegna del primo premio per la poesia delle minoranze linguistiche e le parlate locali. Barcis, 12 luglio 2010. Nella foto da sinistra il presidente della Giuria Maurizio Salvador, il poeta veneto Fabio Franzin, la vincitrice della sezione in lingua italiaana Anna Elisa De Gregorio, Ivan Crico e in basso Pierluigi Cappello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;I linïamenti de la levada&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;De 'na luʃe pìzula ta'l cór &lt;br /&gt;de la note te scrivo. Te scrivo a ti&lt;br /&gt;forest como mi, ta sta tera de fógo &lt;br /&gt;deʃmentegà e de stéle che le 'nvultìza &lt;br /&gt;la to sono de àle vèrte ta'l scur, caʃéi &lt;br /&gt;altóni par quei che i riva de mar &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;luntani. Stii ʃnegradi i verbi&lt;br /&gt;ta'l albìz del sfoi i sfriʃa le óʃe &lt;br /&gt;sfogonande dei ànƺui, la vègia &lt;br /&gt;che la tende 'l to viaƺo lóngo &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;'ncòntraghe de nantri - formént &lt;br /&gt;de cunfìn che ta la màʃena del tenp &lt;br /&gt;'l se muda in farina e pan cunpèna &lt;br /&gt;fést - de ziel sugo ta'l fundi del mumént&lt;br /&gt;che ta l'unbrìa la va in zerca del troƺo &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;par tornar fóia ta'l vént de avrìl. Scolto &lt;br /&gt;'l diman ta le batude doventar sangue &lt;br /&gt;e man par catar ta'l zito la vena de óro &lt;br /&gt;dei insonii mai pirdudi, óro de ardor&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;de àqua ta'l colfo vèrt dei oci tovi. &lt;br /&gt;Xe drìo sonar; boti lónghi e remandi &lt;br /&gt;de drento 'ntant che zerco de maƺinàr &lt;br /&gt;comòdo saràsto, 'ntant che ƺà in ti &lt;br /&gt;lumo, neve sacreta de unidùn che 'l va&lt;br /&gt;che 'l ven, i linïamenti de la levada.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I LINEAMENTI DELL'ALBA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da una luce piccola nel cuore / della notte ti scrivo, scrivo / a te straniero come me su questa terra di fuoco / dimenticato e stelle che incoronano / ora il tuo sonno di ali aperte sul buio, alti roghi / per chi giunge da mari lontani. Lame oscure le parole // incidono sul bianco della pagina le voci / incendiate degli angeli, la veglia / che accompagna il tuo lungo viaggio / verso di noi -  grano / d'esodo che nella macina dei tempi / si fa farina e caldo pane - / linfa del cielo tra le fibre degli attimi / che nel buio ricerca la via // per tornare foglia nel vento d'aprile. Ascolto / nei tuoi battiti il futuro farsi sangue / e mani per trovare nel silenzio la vena d'oro / dei sogni mai perduti, oro di notturne / fosforescenze sul golfo aperto dei tuoi occhi. / Suonano le campane; rintocchi lunghi ed echi / dentro, mentre cerco d'immaginare / come sei, mentre già in te / vedo, neve segreta di ogni uomo che va / o che arriva, i lineamenti dell'alba.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-7228370261396355984?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/7228370261396355984/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=7228370261396355984' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7228370261396355984'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7228370261396355984'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2010/07/primo-premio-ivan-crico-al-premio.html' title='Primo premio a Ivan Crico al &quot;Premio Giuseppe Malattia della Vallata&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TDr2eMsG3RI/AAAAAAAAAOc/OB2H-t57DhE/s72-c/barcis+premio.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-1431867131749328246</id><published>2010-05-25T07:08:00.000+02:00</published><updated>2010-05-25T07:10:24.409+02:00</updated><title type='text'>Da un commento sulla poesia</title><content type='html'>Niente sarebbe più lontano &lt;br /&gt;dalla realtà, si dice, di queste cacce &lt;br /&gt;di segni invisibili, come rabdomanti &lt;br /&gt;che sentono scorrere sorgenti &lt;br /&gt;limpide dove &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;tutti non scorgono altro che pietra &lt;br /&gt;scura e fango. Ma la poesia, i suoi volti&lt;br /&gt;di ocre trafitte da infinite frecce &lt;br /&gt;e cieli riflessi nei resti di trasparenti&lt;br /&gt;battaglie, rimane l'ultimo &lt;br /&gt;luogo rimasto dove &lt;br /&gt;dirsi -comunque - dire &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;la propria verità, piccola o grande &lt;br /&gt;che sia, non importa. Non possiamo &lt;br /&gt;essere tutto eppure, vedi, il mondo&lt;br /&gt;non potrebbe essere ciò che è senza &lt;br /&gt;di noi, senza questo bianco &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di ciliegi che si inabissano nella notte, il vento &lt;br /&gt;che parla attraverso questi rami &lt;br /&gt;neri sul blu profondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;25.05.2010&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-1431867131749328246?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/1431867131749328246/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=1431867131749328246' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1431867131749328246'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1431867131749328246'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2010/05/da-un-commento-sulla-poesia.html' title='Da un commento sulla poesia'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-2367834692141488957</id><published>2010-04-14T21:42:00.003+02:00</published><updated>2010-04-14T21:46:17.308+02:00</updated><title type='text'>Ivan Crico: "Di un'altra lingua" su "La dimora del tempo sospeso"</title><content type='html'>Il testo integrale lo si può leggere su: http://rebstein.wordpress.com/2010/04/08/di-unaltra-lingua/&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-2367834692141488957?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/2367834692141488957/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=2367834692141488957' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/2367834692141488957'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/2367834692141488957'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2010/04/ivan-crico-di-unaltra-lingua-su-la.html' title='Ivan Crico: &quot;Di un&apos;altra lingua&quot; su &quot;La dimora del tempo sospeso&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-4939449158454866118</id><published>2009-12-20T13:26:00.001+01:00</published><updated>2009-12-20T13:28:38.566+01:00</updated><title type='text'>Le radici antiche della nuova arte</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sy4YStxJdDI/AAAAAAAAAOE/OeLmInUZWeU/s1600-h/suelzu.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 279px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sy4YStxJdDI/AAAAAAAAAOE/OeLmInUZWeU/s400/suelzu.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5417294111575733298" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Olio su tela dell'artista goriziano Luca Suelzu&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Messaggero Veneto — 18 dicembre 2009   &lt;br /&gt;pagina 11   sezione: CULTURA - SPETTACOLO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di IVAN CRICO L’incertezza nei confronti di quel grande punto di domanda che è il futuro ci porta, spesso, a cercare rifugio nel nido - solidamente intrecciato e caldo - della cosiddetta tradizione. Dimenticando però che ogni tradizione, nel momento in cui è nata, è stata anch'essa, sempre, innovazione. L'avvento di qualcosa di nuovo, diverso e quindi, per definizione, perturbante. La tradizione non è, in fondo, che un'innovazione che la società ha deciso, per svariati motivi, di adottare. Oggi molti ascoltano Beethoven per rilassarsi, ma, se leggiamo qualche recensione dell'epoca, ci rendiamo subito conto che quei suoni per noi così suadenti, per le orecchie dei suoi contemporanei non dovevano risultare meno digeribili delle note prodotte dai nastri magnetici del veneziano Luigi Nono. Va detto però che, fino agli inizi del Novecento almeno, fino a Picasso e a Rilke per intenderci, il dialogo con ciò che gli artisti avevano creato nel passato è sempre stata una pratica ineludibile. Un passaggio obbligato. L'artista, ancor prima che inventore, doveva essere conoscitore. Ogni nuovo virgulto si innestava dunque, producendo frutti sempre diversi, sul tronco di pratiche manuali e teoriche collaudate nel corso di millenni all'interno delle botteghe, nelle cantorie, durante le lezioni di metrica. Negli ultimi decenni questo dialogo si è spesso interrotto e, dalla maggior parte della popolazione (ma non solo), l'arte contemporanea è stata percepita spesso come un organismo a sé, autoreferenziale, il cui solo “fin è la maraviglia”, parafrasando i versi del poeta barocco Giambattista Marino. Una sorta di gara, in fondo, a chi la spara più grossa. Se non c'è alla base una vera volontà di dialogare con chi ci sta di fronte, anche il pensiero più geniale però, alla fine, rimane lettera morta. E così, come ha fatto notare di recente la critica Angela Vettese, le opere di molti artisti osannati negli ultimi anni sono presto cadute, velocemente come velocemente erano state acclamate, nel dimenticatoio delle cose che mai diventeranno, con il tempo, tradizione. Complici il mercato dell'arte, gallerie potentissime che - a suon di dollari, euro, sterline, rubli o yen - decidono nelle grandi capitali del mondo cosa andrà la prossima stagione. Per cui si scelgono, il più delle volte, artisti funzionali al raggiungimento di determinati obiettivi, relegandoli poi in soffitta quando non servono più. L'arte, se non desidera ridursi ad altro che a merce, deve riappropriarsi della sua capacità di indicare nuove vie, vie percorribili a un'umanità sempre più allo sbando. Offrendo futuro, nuovo ossigeno, non strade senza uscita. Facendo, come diceva Saba, della «poesia onesta». Non importa poi se un artista dipinge su tela o fa un’installazione, se uno scrive sonetti o recita i suoi versi gridandoli in un centro sociale. L'importante è che la sua opera nasca da una sincera volontà di comunicare ciò che sente e pensa. Senza infingimenti, doppi fini. Non si può non accogliere con grande interesse, dunque, il lavoro che con impegno e in forma disinteressata sta portando avanti da anni, in regione, l'artista e curatore di mostre Paolo Toffolutti assieme alla Neo Associazione Culturale. Un lavoro teso a mettere in luce la produzione artistica locale e, al tempo stesso, capace di far conoscere spazi pubblici bellissimi (ma a lungo poco sfruttati) come quelli proposti per accogliere le opere presentate nel progetto Spazi Pubblici Arte Contemporanea. Un progetto che, a partire dal 7 novembre, con la mostra Specchio specchio delle mie brame chi è il più artista del reale? si propone come una riflessione sul recente lavoro di alcuni tra i nostri più interessanti artisti visivi. La mostra ha coinvolto quattro comuni, tra cui Buttrio e Venzone, e continua ancora (fino a domenica) nel suggestivo medievale Castello di San Pietro a Ragogna e nello splendido, ignorato dai più Palazzo Locatelli a Cormòns fino al 27 dicembre. Si tratta di mostre che testimoniano innanzitutto il grande livello qualitativo raggiunto dagli artisti del Friuli Vg negli ultimi decenni, come la pittrice Manuela Sedmach o il fotografo goriziano Kusterle, solo per citare qualche nome, apprezzati a livello internazionale per le straordinarie invenzioni e la raffinatezza esecutiva. Non più dimenticata periferia la nostra regione, ma, come nella Trieste di Joyce, di Svevo, di Blazen, laboratorio di nuove visioni e pensieri capaci di unire la valorizzazione delle radici culturali e uno sguardo ampio, libero sul resto del mondo. Opere in forma di video, pittura, oggetto, istallazione, grafica, fotografia, scultura che - spiega Paolo Toffolutti - sono poste «in dialettico rapporto fra soggetti, pratiche, idee per costruire relazioni tra i siti storico-artistici che le ospitano e il pubblico, invitato in questo periodo autunnale a compiere un petit-tour fatto di luoghi, visite, inaugurazioni, incontri...». Particolare non trascurabile, quello di indurre le persone a spostarsi, perché spesso dimentichiamo che quando vi sono tagli alla cultura togliamo - di riflesso - lavoro anche a benzinai, trasportatori, negozi di abbigliamento, parrucchieri, ristoranti, bar, alberghi e chi più ne ha più ne metta. Se rimani in pantofole a casa a guardare la tv, difficilmente metti in moto l'economia locale. I nostri amministratori dovrebbero ricordarlo sempre. Non ultimo tra i meriti di questa iniziativa - occorre sottolinearlo - è l'uso davvero lodevole dei finanziamenti regionali, invero assai scarsi, concessi per realizzare queste quattro splendide mostre, curatissime e accompagnate da un ottimo catalogo. A dimostrazione che con poco si può far tanto. E che bisognerebbe iniziare - a differenza di quanto si fa di solito, con curatori strapagati e ospiti i cui cachet da noi si decuplicano per magia - a premiare chi dimostra di far buon uso del pubblico denaro, facendo vera cultura, valorizzando il territorio e chi ci vive. «L'arte serve a ritrovarsi» dice L. Vergine. Ed è sempre una sorpresa, questo rientro, se siamo sempre molto di meno e molto di più di ciò che pensiamo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-4939449158454866118?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/4939449158454866118/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=4939449158454866118' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/4939449158454866118'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/4939449158454866118'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/12/le-radici-antiche-della-nuova-arte.html' title='Le radici antiche della nuova arte'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sy4YStxJdDI/AAAAAAAAAOE/OeLmInUZWeU/s72-c/suelzu.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-45376851112559847</id><published>2009-11-22T05:57:00.001+01:00</published><updated>2009-11-22T06:00:03.130+01:00</updated><title type='text'>Presentazione del libro "Mani in Pasta" a Gorizia</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SwjFRgKKQHI/AAAAAAAAAN4/d28y3qgtqnE/s1600/mani+in+pasta.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 150px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SwjFRgKKQHI/AAAAAAAAAN4/d28y3qgtqnE/s200/mani+in+pasta.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5406788257139277938" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   I sogni, spesso, scompaiono con il risveglio. A volte invece trovano, nello spazio del risveglio interiore, nel lampo della visione, un terreno adatto a farli diventare fiori colorati ma dalla breve vita oppure alberi dai lunghi rami che si spingono dentro i cieli di anni, secoli, millenni. I sogni di Basaglia, come certe piante che crescono tra le fenditure della pietra di dirupi abissali, sono arrivati molti anni fa  in una terra difficile, dal suolo indurito dal sangue di migliaia di giovani e dal gelo di confini irreali, com'è quella di Gorizia. E tenacemente, da allora, sferzati dalla pioggia e dai venti dei pregiudizi, dei luoghi comuni, hanno iniziato a crescere e fiorire. Alcuni di quei semi luminosi non sono riusciti ad attecchire. Altri, ancor oggi, producono - a distanza di quarant'anni e più - germogli meravigliosi, impensati. La scoperta di queste nuove, incantevoli realtà è nata per me durante una serie di incontri che si sono tenuti nel Parco Basaglia, intitolati, "Percorsi di-versi", organizzati dai gruppi AMA e dal Collettivo Linea di Sconfine con la collaborazione dei poeti Giovanni Fierro e Francesco Tomada. Una serie di incontri all'aperto, nel segno della leggerezza e della condivisione, tra i raggi di sole filtrati dagli alberi, dove alcuni tra i migliori poeti del Triveneto da due anni donano un po' del loro tempo e le gemme preziose dei loro testi ad un pubblico sempre attento, dove si mescolano senza distinzione cultori della poesia e persone con più o meno forti problemi di disagio, in quella sorta di allergia della realtà - spesso più che giustificata - che è il malessere psichico. Alla fine di ogni incontro, poi, ognuno può leggere se lo desidera i suoi testi: sfoghi, pensieri, versi perlopiù non nati per essere pubblicati quanto per dare un volto alle proprie ombre. Ma anche - come mi è capitato di udire con ammirato timore dalla voce tesissima, cupa di un giovane spettatore - lacerti di visioni degne di un William Blake. &lt;br /&gt;  Quest'anno, dopo la proiezione di un video di Carmelo Fasolo che raccontava la storia di questi incontri, sono stato invitato a rimanere per quello che, in teoria, doveva essere - temevo - il solito buffet fatto di tartine con maionese, salatini e bottiglie di plastica riempite di liquido giallastro che, del profumato agrume, non conservano, ormai, null'altro che il nome. Lo offriva un gruppo di donne chiamato "Mani in pasta". Mi resi subito conto di trovarmi proiettato in un'esperienza unica, invece, una gloriosa successione di profumi delicatissimi investì i presenti, sulla volta del palato aromi  noti e sconosciuti, passando senza problemi dal dolce al salato, si fondevano assieme senza mai stridere. I volti, le vesti di quelle donne, la discrezione antica con cui portavano brocche d'acqua di rose, limonate alchemiche, parlavano del mondo, dei suoi tanti volti più o meno lontani. Mai uguali, uniti dalla diversità che accomuna ogni cosa. E dalla sacralità del cibo, attraverso cui di giorno in giorno abbiamo la possibilità di vivere, stando attenti a ciò che mangiamo, in comunione con il mondo. La psicologa Corinna Michelin del Centro di Salute Mentale Alto Isontino Integrato, ricorda che si tratta di "donne con percorsi di vita molto diversi tra loro, alcune contattate perché attualmente afferenti al Centro, altre perché familiari o parenti di persone in carico ed altre ancora perché amiche contagiate dall'entusiasmo di quelle che avevano iniziato a partecipare al progetto". Il dottor Franco Perrazza, direttore del Centro, difatti scrive difatti che non è importante offrire solo cure mediche, partendo dal desiderio di Basaglia di ridare dignità e valore di persona  a chi sperimenta questa sofferenza, ma anche "opportunità, occasioni, possibilità, atmosfere, luoghi di scambio, spazi per esprimersi, per essere assieme agli altri, per diventare protagonisti del proprio percorso di cura anche attraverso la partecipazione ad attività sociali e culturali". Da questa esperienza straordinaria, che continua, è nato un libro bellissimo edito dalla "Libreria Editrice Goriziana" intitolato appunto "Mani in pasta" che verrà presentato a Gorizia, presso la sede della Fondazione Carigo lunedì 23  alle ore 17.00.&lt;br /&gt;  Un libro costellato di importanti ed estesi contributi, come quelli di Carlo Petrini, Presidente Internazionale di Slow Food, o Massimo Cirri, psicologo e noto conduttore del programma radiofonico su Rai 2 "Caterpillar". Un libro di ricette di donne che vivono a Gorizia e nei dintorni. Ma che arrivano dai paesi vicini come dalla Sicilia, dall'Istria, dalla Repubblica Dominicana, dalla Macedonia o dall'Algeria. Ma, ancor più delle ricette, delle foto dei loro sorrisi, delle loro mani intente a preparare con cura i piatti tipici dei loro paesi, colpiscono le loro storie. Che sono storie drammatiche a volte ma, tutte, meravigliose e vere nella loro semplicità e profondità. In cui è impossibile non riconoscere le storie di noi, popolo di emigranti. Scrive Petrini nell'introduzione: "In un mondo che tende all'omologazione, dove la diversità è vissuta come una cosa pericolosa o infruttuosa, è nostro compito ricordare a tutti che la diversità è invece la più grande forza creativa esistente, come la natura insegna grazie ai miracoli che fa in virtù della biodiversità delle specie e delle razze. È con la massima apertura che si realizzano grandi cose, che si costruisce realmente qualcosa di nuovo". &lt;br /&gt;  Kheira, algerina, vive in Italia con la sua famiglia da quasi vent'anni. Ricorda, da vera poetessa, che quando cucina si sente, ogni volta, nascere di nuovo. I suoi versi sono fatti d'acqua di fiori d'arancio, di mandorle e cannella. Ricorda com'è necessario dare importanza a tutto. Capire, a fondo, la realtà in cui ti trovi a vivere. Per questo ha voluto imparare, oltre all'italiano, anche il friulano, la lingua della suocera, del marito. "Bisogna voler imparare!", dice. Kheira, assieme a tutte le donne di questo progetto, ci ricorda che solo aprendosi all'altro possiamo superare le barriere, portare in alto lo sguardo per guardare oltre. Leggendo queste pagine, dopo un po', noi non leggiamo più le storie di donne straniere ma quelle delle nostre nonne, mamme, sorelle (ma anche padri!) che trasmettono nei cibi che cuociono tutte le loro speranze, le loro memorie. Impastate, da mani piene d'amore e attenzione, con la pasta dei sogni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ivan Crico&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-45376851112559847?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/45376851112559847/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=45376851112559847' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/45376851112559847'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/45376851112559847'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/11/presentazione-del-libro-mani-in-pasta.html' title='Presentazione del libro &quot;Mani in Pasta&quot; a Gorizia'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SwjFRgKKQHI/AAAAAAAAAN4/d28y3qgtqnE/s72-c/mani+in+pasta.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-2042324743973006404</id><published>2009-11-22T05:37:00.004+01:00</published><updated>2009-11-22T05:56:25.971+01:00</updated><title type='text'>Da "I fiumi invisibili": versione in lingua logudorese di Marlene Carboni della poesia "Lisonz" di Ivan Crico</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SwjD-Fo8FnI/AAAAAAAAANw/UPbFHOEF0m8/s1600/Logudoro-Mejlogu.gif"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 320px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SwjD-Fo8FnI/AAAAAAAAANw/UPbFHOEF0m8/s320/Logudoro-Mejlogu.gif" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5406786824091473522" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Sardegna&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;RIPAS (S’ ISONZU)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In ripas jaras de nudda oru- oru m’ avvìo, &lt;br /&gt;lògos de isoladu isplendore, inùe dae &lt;br /&gt;sempre si ràttat su petrarzu velàdu  &lt;br /&gt;de silenziu. S’ aèra affogazzàda s’indùlchidi &lt;br /&gt;cun delicàdu alènu de fiòres ‘e sisìa; addàe&lt;br /&gt;in  fundu, cunsunta dàe sa lughe, zente &lt;br /&gt;istrànza repòsada a sa mùda, chèna  isettare. &lt;br /&gt;S’ammentu mèu s’ischìdat dae su sonnu &lt;br /&gt;s’isgiàrit cun sos lampos - chi annùnziana &lt;br /&gt;in su chelu temporale - s’allùmant subra &lt;br /&gt;puntas de àrvures, contra ojos de mare. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;GRETI (ISONZO)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;                                                                        &lt;br /&gt;S’ ISONZU               &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In ripas jaras de nudda&lt;br /&gt;oru-oru m’ avvìo&lt;br /&gt;lògos de isoladu isplendore,&lt;br /&gt;inùe, dae sempre &lt;br /&gt;si ràttat su petrarzu                               &lt;br /&gt;velàdu  de silenziu. S’ aèra&lt;br /&gt;affogazzàda&lt;br /&gt;s’indùlchidi cun delicàdu alènu&lt;br /&gt;de fiòres ‘e sisìa; addàe in  fundu- cunsunta&lt;br /&gt;dàe sa lughe - zente istrànza repòsada&lt;br /&gt;a sa mùda, chèna  isettare.&lt;br /&gt;S’ammentu mèu s’ischìdat &lt;br /&gt;dae  su  sonnu                      &lt;br /&gt;s’isgiàrit cun sos lampos,&lt;br /&gt;chi annùnziana in su chelu temporale&lt;br /&gt;s’allùmant subra puntas  de àrvures,&lt;br /&gt;contra su chelu limpìu. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;                                            &lt;br /&gt;Nota:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Della poesia "Lisonz" si propongono qui due versioni. Una, più filologicamente aderente al testo originale, e l'altra liberamente reinventata in forma poetica. Da noi i fiori di topinambùr o girasoli del Canada, tuberi che si usano per condire il cibo, non esistono. I fiori selvatici più simili sono quelli di “sisìa”, dal forte afròre. In Sardegna per indicare il colore azzurro puro si usa dire "occhi di mare" ("ojos de mare", pronuncia *osgios * de mare).&lt;br /&gt;&lt;a href="&lt;br /&gt;file:///Users/ibook/Desktop/Sardo%20logudorese%20-%20Wikipedia.webarchive"&gt;&lt;br /&gt;file:///Users/ibook/Desktop/Sardo%20logudorese%20-%20Wikipedia.webarchive&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-2042324743973006404?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/2042324743973006404/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=2042324743973006404' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/2042324743973006404'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/2042324743973006404'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/11/da-i-fiumi-invisibili-versione-in.html' title='Da &quot;I fiumi invisibili&quot;: versione in lingua logudorese di Marlene Carboni della poesia &quot;Lisonz&quot; di Ivan Crico'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SwjD-Fo8FnI/AAAAAAAAANw/UPbFHOEF0m8/s72-c/Logudoro-Mejlogu.gif' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-8719544634604593948</id><published>2009-11-03T13:26:00.002+01:00</published><updated>2009-11-03T13:28:55.560+01:00</updated><title type='text'>Da "I fiumi invisibili": versione di Mario Di Stefano nella parlata romanesca della poesia "Lisonz" di Ivan Crico</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SvAh9xVBVCI/AAAAAAAAANo/R0W5LdTqjNA/s1600-h/belli+per+facebook.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SvAh9xVBVCI/AAAAAAAAANo/R0W5LdTqjNA/s400/belli+per+facebook.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5399853298314466338" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;ER FIUME ISONZO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zur bbianco letto comme de carcia, ch'arilusce&lt;br /&gt;de gnente der fiume sò ito, lochi de splennore&lt;br /&gt;deselto, indove abbeterno er sasso s'arrota&lt;br /&gt;cecàto de zilenzi. L'aria de foco s'addorcisce&lt;br /&gt;co l'odore fine de fiori ggialli servatichi; in fonno&lt;br /&gt;in fonno, squajata de la solina, ggente forastiera&lt;br /&gt;s'arriposa in pasce, senz'aspettà. La momoria&lt;br /&gt;mia dar dimenticamme se ripja co li brillori&lt;br /&gt;che i 'narto - preannunceno er giorno der giudizzio -&lt;br /&gt;s'accenneno sulle foje dell'arberi, contro l'azuro celo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ISONZO &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nota:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La presente libera versione in romanesco recupera, al suo interno, diversi termini oggi ormai disusati ma che troviamo, ancora, nei versi di Gioacchino Belli. Con una piccola forzatura (concordata con l'autore), i "greti chiari" diventano allora un "letto bianco comme de carcia" "letto bianco come calce": materia di un bianco abbagliante, come abbaglianti sono, in questo caso, i greti sassosi dell'Isonzo d'estate. Un'immagine molto viva, intensa, che rinvia a certe allucinate descrizioni di paesaggi belliani. Ho trovato poi i termini antichi "arilusce" ed il bellissimo "deselto". "M'incammino" è stato sostituito con "sò ito" che, seppur spostando l'azione nel passato, può riferirsi, anche, ad un passato molto recente, di qualche ora, o minuto addirittura; ma ci permette, però, di inserire una forma tipica e antica, molto riconoscibile, del romanesco. Al posto di "sempre" ho trovato, derivata dal latino chiesastico, la forma "abbeterno", che rispecchia - tra l'altro - con maggior fedeltà il termine bisiaco "saldo", che non vuol dire semplicemente "sempre" ma indica qualcosa di ininterotto,che sembra non finire mai. "Consuma" è stato sostituito invece con "arrota" ("affila"): del resto i sassi prima di diventare sabbia diventano sempre più piatti, affilati come lame sottili di pietra.&lt;br /&gt;Sempre in Belli ho trovato poi il vecchio termine "solina" che vuol dire "sole forte, da cui non c'è riparo": perfetto per la situazione descritta (così "erosa" vien qui sostituito, con ancor maggior pregnanza, da "squajata"). Ho trovato inoltre il termine "momoria" che suona più vetusto e suggestivo del semplice "ricordo". "Rianima" credo che in romanesco suoni meglio tradotto con "ripja", termine popolare, squillante, di fresca immediatezza. Mi sono anche imbattuto in un altro termine molto suggestivo, nel sonetto 47 intitolato "Campidoglio", che è assolutamente perfetto in questo contesto: in bisiàc, con "burlaz" s'intende quel tipo di temporale che arriva di colpo, non previsto, e "er giorno der giudizzio" vuol dire proprio "temporale improvviso". Bellissimo e quasi apocalittico. Testimone di una lingua popolare e alta al tempo stesso, dove sacro e profano, creando una  straniata armonia, s'intersecano da sempre. MDS&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LISONZ (di Ivan Crico)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Par giaroni ciari de gnente me 'nvïo,&lt;br /&gt;loghi de lisért spiandor, onde che 'l còdul&lt;br /&gt;al se frua saldo 'nzeà de ziti. Al vént&lt;br /&gt;de boi se 'ndulzisse cu'l udor fiéul&lt;br /&gt;dei pirantoni; là in cau, smagnada&lt;br /&gt;del ciaro, zente foresta la polsa &lt;br /&gt;zidìna, senza spetar. Del desmentegarme&lt;br /&gt;al me recordo de nóu al se ànema&lt;br /&gt;cui lusori che in alt - virtindo del burlaz -&lt;br /&gt;i se 'npïa ta le ponte, contra al biau nét.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;in bisiàc, antica parlata veneta del monfalconese)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-8719544634604593948?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/8719544634604593948/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=8719544634604593948' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/8719544634604593948'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/8719544634604593948'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/11/da-i-fiumi-invisibili-versione-di-mario_03.html' title='Da &quot;I fiumi invisibili&quot;: versione di Mario Di Stefano nella parlata romanesca della poesia &quot;Lisonz&quot; di Ivan Crico'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SvAh9xVBVCI/AAAAAAAAANo/R0W5LdTqjNA/s72-c/belli+per+facebook.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-8272812436842987705</id><published>2009-11-03T13:26:00.000+01:00</published><updated>2009-11-03T13:27:45.247+01:00</updated><title type='text'>Da "I fiumi invisibili": versione di Mario Di Stefano nella parlata romanesca della poesia "Lisonz" di Ivan Crico</title><content type='html'>ER FIUME ISONZO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zur bbianco letto comme de carcia, ch'arilusce&lt;br /&gt;de gnente der fiume sò ito, lochi de splennore&lt;br /&gt;deselto, indove abbeterno er sasso s'arrota&lt;br /&gt;cecàto de zilenzi. L'aria de foco s'addorcisce&lt;br /&gt;co l'odore fine de fiori ggialli servatichi; in fonno&lt;br /&gt;in fonno, squajata de la solina, ggente forastiera&lt;br /&gt;s'arriposa in pasce, senz'aspettà. La momoria&lt;br /&gt;mia dar dimenticamme se ripja co li brillori&lt;br /&gt;che i 'narto - preannunceno er giorno der giudizzio -&lt;br /&gt;s'accenneno sulle foje dell'arberi, contro l'azuro celo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ISONZO &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nota:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La presente libera versione in romanesco recupera, al suo interno, diversi termini oggi ormai disusati ma che troviamo, ancora, nei versi di Gioacchino Belli. Con una piccola forzatura (concordata con l'autore), i "greti chiari" diventano allora un "letto bianco comme de carcia" "letto bianco come calce": materia di un bianco abbagliante, come abbaglianti sono, in questo caso, i greti sassosi dell'Isonzo d'estate. Un'immagine molto viva, intensa, che rinvia a certe allucinate descrizioni di paesaggi belliani. Ho trovato poi i termini antichi "arilusce" ed il bellissimo "deselto". "M'incammino" è stato sostituito con "sò ito" che, seppur spostando l'azione nel passato, può riferirsi, anche, ad un passato molto recente, di qualche ora, o minuto addirittura; ma ci permette, però, di inserire una forma tipica e antica, molto riconoscibile, del romanesco. Al posto di "sempre" ho trovato, derivata dal latino chiesastico, la forma "abbeterno", che rispecchia - tra l'altro - con maggior fedeltà il termine bisiaco "saldo", che non vuol dire semplicemente "sempre" ma indica qualcosa di ininterotto,che sembra non finire mai. "Consuma" è stato sostituito invece con "arrota" ("affila"): del resto i sassi prima di diventare sabbia diventano sempre più piatti, affilati come lame sottili di pietra.&lt;br /&gt;Sempre in Belli ho trovato poi il vecchio termine "solina" che vuol dire "sole forte, da cui non c'è riparo": perfetto per la situazione descritta (così "erosa" vien qui sostituito, con ancor maggior pregnanza, da "squajata"). Ho trovato inoltre il termine "momoria" che suona più vetusto e suggestivo del semplice "ricordo". "Rianima" credo che in romanesco suoni meglio tradotto con "ripja", termine popolare, squillante, di fresca immediatezza. Mi sono anche imbattuto in un altro termine molto suggestivo, nel sonetto 47 intitolato "Campidoglio", che è assolutamente perfetto in questo contesto: in bisiàc, con "burlaz" s'intende quel tipo di temporale che arriva di colpo, non previsto, e "er giorno der giudizzio" vuol dire proprio "temporale improvviso". Bellissimo e quasi apocalittico. Testimone di una lingua popolare e alta al tempo stesso, dove sacro e profano, creando una  straniata armonia, s'intersecano da sempre. MDS&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LISONZ (di Ivan Crico)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Par giaroni ciari de gnente me 'nvïo,&lt;br /&gt;loghi de lisért spiandor, onde che 'l còdul&lt;br /&gt;al se frua saldo 'nzeà de ziti. Al vént&lt;br /&gt;de boi se 'ndulzisse cu'l udor fiéul&lt;br /&gt;dei pirantoni; là in cau, smagnada&lt;br /&gt;del ciaro, zente foresta la polsa &lt;br /&gt;zidìna, senza spetar. Del desmentegarme&lt;br /&gt;al me recordo de nóu al se ànema&lt;br /&gt;cui lusori che in alt - virtindo del burlaz -&lt;br /&gt;i se 'npïa ta le ponte, contra al biau nét.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;in bisiàc, antica parlata veneta del monfalconese)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-8272812436842987705?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/8272812436842987705/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=8272812436842987705' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/8272812436842987705'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/8272812436842987705'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/11/da-i-fiumi-invisibili-versione-di-mario.html' title='Da &quot;I fiumi invisibili&quot;: versione di Mario Di Stefano nella parlata romanesca della poesia &quot;Lisonz&quot; di Ivan Crico'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-7934906996411900811</id><published>2009-11-02T10:48:00.001+01:00</published><updated>2009-11-02T10:49:51.090+01:00</updated><title type='text'>Versione di Donato Muscillo della poesia "Lisonz" di Ivan Crico nella parlata lucana della zona appula</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Su6rM4xeoMI/AAAAAAAAANg/Oz7iAOSaDAk/s1600-h/appula.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 300px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Su6rM4xeoMI/AAAAAAAAANg/Oz7iAOSaDAk/s400/appula.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5399441241150496962" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lèmët d'aimarë&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;M'abbijë sóp a nu lèmët bianc d'aimarë &lt;br /&gt;dë nint, luc dë lucë dësirt, addó la prét&lt;br /&gt;së chënzum 'ncëcagliùt da sëlènzijë. L'arië&lt;br /&gt;'mbucat s'assërèn chë l'addòr dë fiurë giallë &lt;br /&gt;salvatëchë; dà abbascë, strótt da la lucë, cétt&lt;br /&gt;crëstian scanësciut së rëpósën, sènz  spëttà. &lt;br /&gt;Scurdannëm s'avvëvëlèscë u' rëcurd dë lucë &lt;br /&gt;ca 'ncil - arruann u' mal timpë - s'appëccën &lt;br /&gt;sóp la cimë dë l'albër, 'mbaccë all'azzórr.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per ulteriori informazioni:&lt;br /&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetti_lucani&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LISONZ (di Ivan Crico)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Par giaroni ciari de gnente me 'nvïo,&lt;br /&gt;loghi de disért spiandor, onde che 'l còdul&lt;br /&gt;al se frua saldo 'nzeà de ziti. Al vént&lt;br /&gt;de boi se 'ndulzisse cu'l udor fiéul&lt;br /&gt;dei pirantoni; là in cau, smagnada&lt;br /&gt;del ciaro, zente foresta la polsa &lt;br /&gt;zidìna, senza spetar. Del desmentegarme&lt;br /&gt;al me recordo de nóu al se ànema&lt;br /&gt;cui lusori che in alt - virtindo del burlaz -&lt;br /&gt;i se 'npïa ta le ponte, contra al biau nét.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ISONZO &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-7934906996411900811?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/7934906996411900811/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=7934906996411900811' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7934906996411900811'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7934906996411900811'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/11/versione-di-donato-muscillo-della.html' title='Versione di Donato Muscillo della poesia &quot;Lisonz&quot; di Ivan Crico nella parlata lucana della zona appula'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Su6rM4xeoMI/AAAAAAAAANg/Oz7iAOSaDAk/s72-c/appula.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-1616739888568338242</id><published>2009-11-02T10:46:00.001+01:00</published><updated>2009-11-02T10:47:55.074+01:00</updated><title type='text'>Gianni Serena, versione nell'idioma barese-palesino della poesia "Lisonz" di Ivan Crico</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Su6qv8vn60I/AAAAAAAAANY/EfqGgKdPkpk/s1600-h/serena+gianni.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 150px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Su6qv8vn60I/AAAAAAAAANY/EfqGgKdPkpk/s400/serena+gianni.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5399440744000252738" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ISONZE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sóp’a ssècche de fiùme chiàre &lt;br /&gt;de nudde m’abbièsceche, vanne addò &lt;br /&gt;u nnudde resplènne, addò u rascìdde &lt;br /&gt;se strusce da sèmbe accecàte &lt;br /&gt;mménz’o ccitte. L’àrie appecciàte  &lt;br /&gt;ndelgèssce cu-addòre settìle de le fiùre &lt;br /&gt;giàlle salvàtece; ddà  mbònde, strutte&lt;br /&gt;da la lusce, cresctiàne frastìire arrecheièscene&lt;br /&gt;citte citte, sénz’aspettà. Da scherdàmme&lt;br /&gt;u recuèrde abbevèssce che le lambe&lt;br /&gt;ca ngìile – avvesànne u male &lt;br /&gt;tìimbe – s’appìccene sop’a la cime &lt;br /&gt;de l’àrue, mbàcce o u-azzurre stèrse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nota:  Si tenga presente che nel dialetto barese tutte le vocali “e” non accentate (o toniche) non si pronunziano, soprattutto quelle finali.  La vocale “e” si usa nella scrittura, per far “consuonare” appunto la consonante che la precede, altrimenti spesso ci troveremmo di fronte ad un rincorrersi di consonanti.&lt;br /&gt;Palese-Macchie, di cui questa versione testimonia l'originale parlata, si trova ad una decina di chilometri a Nord-Ovest di Bari, sulla costa adriatica. Questa zona possiede un patrimonio storico-culturale, artistico e naturale espressione di un'antica vita - quella rurale - finora non sufficientemente valorizzata. Esso è stato anche oggetto di studio da parte di alcuni ricercatori, come Gianni Serena,  risultando alquanto ricco e variegato: testimonianze di insediamenti preistorici (Neolitico, Età del Bronzo, Età del Ferro), edicole confinarie del Cinquecento, chiese rurali e rupestri, un'antica via dell'olio che costeggiava trappeti ipogei, torri secentesche, masserie e palmenti settecenteschi, paliare a forma di trullo; una chiesa del XIX secolo in stile neoclassico (purtroppo abbattuta), ville e palazzi ottocenteschi e novecenteschi. Un patrimonio purtroppo spesso abbandonato al degrado e all'incuria (come le tante masserie), oppure gravemente danneggiato dall'intervento dell'uomo (si pensi alla demolizione di Torre di Brencola, al crollo della chiesa rupestre di S. Angelo di Camerata causato da una vicina cava, agli insediamenti preclassici andati per sempre perduti). L'unica zona ancora conservatasi rimane quella della Lama Balice, recentemente trasformata in Parco regionale. Un territorio in ogni caso splendido, che merita di essere visitato e conosciuto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LISONZ (di Ivan Crico)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Par giaroni ciari de gnente me 'nvïo,&lt;br /&gt;loghi de disért spiandor, onde che 'l còdul&lt;br /&gt;al se frua saldo 'nzeà de ziti. Al vént&lt;br /&gt;de boi se 'ndulzisse cu'l udor fiéul&lt;br /&gt;dei pirantoni; là in cau, smagnada&lt;br /&gt;del ciaro, zente foresta la polsa &lt;br /&gt;zidìna, senza spetar. Del desmentegarme&lt;br /&gt;al me recordo de nóu al se ànema&lt;br /&gt;cui lusori che in alt - virtindo del burlaz -&lt;br /&gt;i se 'npïa ta le ponte, contra al biau nét.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ISONZO &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-1616739888568338242?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/1616739888568338242/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=1616739888568338242' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1616739888568338242'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1616739888568338242'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/11/gianni-serena-versione-nellidioma.html' title='Gianni Serena, versione nell&apos;idioma barese-palesino della poesia &quot;Lisonz&quot; di Ivan Crico'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Su6qv8vn60I/AAAAAAAAANY/EfqGgKdPkpk/s72-c/serena+gianni.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-1765473585658900451</id><published>2009-11-02T10:42:00.002+01:00</published><updated>2009-11-02T10:44:36.116+01:00</updated><title type='text'>Traduziòn in lingua milanesa della poesia "Lisonz" di Ivan Crico a cura di Elena Paredi</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Su6p-YsoPqI/AAAAAAAAANQ/0cIA1A1-Yyc/s1600-h/paredi+elena.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 79px; height: 84px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Su6p-YsoPqI/AAAAAAAAANQ/0cIA1A1-Yyc/s400/paredi+elena.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5399439892510424738" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ISÒNZO (GERI) &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adree geri ciar de nagòtt, me sanii,&lt;br /&gt;loeugh di desert splendor, in doe &lt;br /&gt;ch’el rizzoeu de semper se destruga &lt;br /&gt;scigaa di silenzi. Al vent foeugaa &lt;br /&gt;s’indolzìss cont l’odor fin de fior &lt;br /&gt;de piranton; de là a la fodrìna, smangiaa &lt;br /&gt;de’ l’ ciar, gent forestera la requia &lt;br /&gt;in silenzi, senza speccià. El mè regòrd &lt;br /&gt;de’l desmentegamm se anema de noeuv &lt;br /&gt;cont i lusiss che in alt – preavvisand &lt;br /&gt;el temperi - se pizzen sora i s’cim&lt;br /&gt;di erbol, contra el bloeu s’cett.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nota di Elena Paredi:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io scrivo in Meneghino che è diverso - per tanti aspetti e sfumature - da quello parlato in periferia e che, a volte, risulta un po' più "rustico" (rustegh).&lt;br /&gt;Per quel che riguarda il termine "topinambùr" ( che, ai tempi delle mie nonne, si usava spessissimo in cucina, con la trippa e la faraona), un termine antico esiste: a Milano, difatti, lo chiamavano "piranton" (si pronuncia "pirantùn").&lt;br /&gt;Per restare in tema di traduzioni in Milanese antico, di recente ho pubblicato un libro "Andeghee". Lo si trova sul sito http://www.unibook.com/it/nuovi-titoli è una raccolta di vocaboli del Milanese antico oggi in disuso o completamente dimenticati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ulteriori informazioni: http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto_milanese&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LISONZ (di Ivan Crico)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Par giaroni ciari de gnente me 'nvïo,&lt;br /&gt;loghi de lisért spiandor, onde che 'l còdul&lt;br /&gt;al se frua saldo 'nzeà de ziti. Al vént&lt;br /&gt;de boi se 'ndulzisse cu'l udor fiéul&lt;br /&gt;dei pirantoni; là in cau, smagnada&lt;br /&gt;del ciaro, zente foresta la polsa &lt;br /&gt;zidìna, senza spetar. Del desmentegarme&lt;br /&gt;al me recordo de nóu al se ànema&lt;br /&gt;cui lusori che in alt - virtindo del burlaz -&lt;br /&gt;i se 'npïa ta le ponte, contra al biau nét.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ISONZO &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lungo greti chiari di niente mi avvio, / luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo / si consuma da sempre / abbagliato di silenzi. L'aria / infuocata si addolcisce con l'odore sottile / dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa / dalla luce, gente sconosciuta riposa / in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi / il mio ricordo si rianima con i chiarori / che in alto - preannunciando il temporale - / si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(poesia scritta in bisiàc, antica parlata veneta del monfalconese: http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto_bisiaco)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-1765473585658900451?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/1765473585658900451/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=1765473585658900451' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1765473585658900451'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1765473585658900451'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/11/traduzion-in-lingua-milanesa-della.html' title='Traduziòn in lingua milanesa della poesia &quot;Lisonz&quot; di Ivan Crico a cura di Elena Paredi'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Su6p-YsoPqI/AAAAAAAAANQ/0cIA1A1-Yyc/s72-c/paredi+elena.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-5559447903296814496</id><published>2009-10-17T05:29:00.002+02:00</published><updated>2009-10-17T05:31:52.255+02:00</updated><title type='text'>Premio Marin al bisiaco Ivan Crico</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Stk6kxBqmqI/AAAAAAAAANI/0mYCzpD2MGo/s1600-h/marin.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 190px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Stk6kxBqmqI/AAAAAAAAANI/0mYCzpD2MGo/s400/marin.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5393406432062904994" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;DI GIOVANNI FIERRO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;il Piccolo — 16 ottobre 2009   &lt;br /&gt;pagina 12   sezione: GORIZIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per il poeta e pittore Ivan Crico è un momento importante. La sua più recente raccolta poetica, “De arzent zu-D’argento scomparso”, edita dall’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione, si è aggiudicata il “Premio nazionale Biagio Marin” edizione 2009, da quasi vent'anni il maggior premio dedicato alla poesia nei dialetti e nelle lingue minoritarie in Italia. La vittoria di Crico è giunta ad ex aequo con il poeta brianzolo Piero Marelli, e la sua silloge “I nocc-Le notti”, edita da Lieto Colle. Per Crico, vissuto da sempre a Pieris e ora trasferitosi a Tapogliano, questo riconoscimento è una ulteriore conferma della sua ricerca artistica, che con l’uso e lo studio del dialetto bisiàc, lo ha già da tempo portato all’attenzione di pubblico e critica nazionali. La cerimonia di consegna del premio si terrà a Grado, domani alle 17.30 nella sala consiliare del Municipio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Crico, cosa significa vincere questo premio? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo premio mi sembra, innanzitutto, un inaspettato raggio di luce sul lavoro mio ma anche, di riflesso, su quello di molti miei validissimi coetanei la cui opera  non è stata scandagliata con la dovuta attenzione in questi ultimi decenni dalla nostra critica nazionale. Un vuoto che dovrebbe essere al più presto colmato, anche per far capire al pubblico che esiste ancora una poesia viva, problematica in Italia, intrisa di bellezza e speranza. E che molto ancora si fa e molto si farà, ne sono certo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qual è il bisogno odierno dello scrivere in dialetto?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esistono zone dove queste antiche parlate sono quasi scomparse; altre, come da noi, in cui questi linguaggi, seppur naturalmente modernizzati, sono ancora molto vivi. Per chi come ha imparato prima il bisiaco e poi l'italiano - e che, soprattutto, in bisiaco si esprime ogni giorno - è una scelta del tutto naturale. Così facendo, inoltre, contribuiamo a mantenere viva in noi e negli altri l'immagine di un mondo ricco, pieno di sfaccettature, di suoni, colori, profumi diversi: un mondo che si oppone ai deserti, al nulla dell'omologazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E la sua forza? Apre forse nuovi e diversi mondi di sensibilità ed evocazione? Uno sguardo ‘altro’?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rispetto alle lingue nazionali, gli idiomi locali assorbono, dei luoghi in cui si formano, molte caratteristiche particolari. Non sono frutto soltanto della mente dell'uomo ma dell'incontro/scontro tra l'uomo e la natura che lo circonda. Si tratta di linguaggi nati senza la mediazione del potere e dunque, in essi, si cela intatta la carica sovversiva della vita che non è mai uguale a se stessa, che incessantemente diventa 'altro' da ciò che è stata, mobile, inafferrabile, insofferente ad ogni definizione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è la necessità di fare di ogni dialetto una lingua?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ogni dialetto, potenzialmente, può diventare lingua nazionale ed ogni lingua nazionale può trasformarsi in dialetto. La storia insegna. Dipende da quale prospettiva si guardano le cose. Dante ha trasformato il volgare fiorentino in un linguaggio illustre, Pasolini il rustico casarsese, parlato per secoli soltanto da poveri contadini, in una lingua raffinatissima. La nobiltà di una lingua dipende dalla nobiltà del pensiero di chi la impiega.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In ‘Piture’, c’è una fondamentale presenza dei colori (azzurri, viola, rossi, neri…). Ha trasportato su carta il suo dipingere? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono un pittore e guardo le cose con gli occhi di un pittore, non potrebbe essere altrimenti; ma scrivo per dire ciò che con i pennelli, con il silenzio dei colori non potrei mai dire. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il paesaggio è protagonista degli scritti che compongono ‘Piture’, come mai? Cosa vede in lui?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il paesaggio rappresenta tutto ciò che sta al di fuori dell'uomo, oltre l'uomo. Simboleggia ciò che non possiamo sapere, il mistero immenso che ci circonda. I limiti del nostro pensiero che tutto vorrebbe dominare, controllare, e che in realtà quasi niente sa di sé e, ancor meno, conosce ciò che gli sta attorno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che ruolo ha lo scrivere, poesia in particolare, nel nostro presente? E nel suo quotidiano?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rispondo citando una frase bellissima del premio Nobel per la poesia Seamus Heaney: "Penso che il ruolo del poeta abbia a che fare con la sopravvivenza dell'interiorità più profonda dell'uomo. I poeti devono aiutare le persone a preservare la fiducia nel proprio futuro".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si collega la sua poesia al pensiero, o solo al sentire? Quale è il suo gesto creativo, la sua direzione?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo studio è per me fondamentale. Ma non scrivo mai se non sento vibrare dentro di me, vive, le parole. Sulla scia luminosa di Holderlin, Rilke, Char, Jabés, Celan - autori la cui opera accompagna quasi ogni mio giorno - immagino una poesia in perenne cammino, in cui conoscenza e sentimento devono andare necessariamente di pari passo, come diceva un testo medioevale, "di inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per chi scrive, la parola è un inganno, o una verità?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le parole sono semi. Non sappiamo se questi semi riusciranno a generare il frutto che celano in sé. L'unica cosa che sappiamo è che se non li piantiamo, sicuramente, il frutto non vedrà mai la luce. La vita dell'artista non è altro che questa oscura, paziente semina silenziosa di sogni. La nostalgia, insopprimibile, di qualcosa che ancora non c'è.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-5559447903296814496?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/5559447903296814496/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=5559447903296814496' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/5559447903296814496'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/5559447903296814496'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/10/premio-marin-al-bisiaco-ivan-crico.html' title='Premio Marin al bisiaco Ivan Crico'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Stk6kxBqmqI/AAAAAAAAANI/0mYCzpD2MGo/s72-c/marin.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-9122295521965350447</id><published>2009-10-14T15:12:00.004+02:00</published><updated>2009-10-14T15:20:32.916+02:00</updated><title type='text'>Ivan Crico, opere grafiche</title><content type='html'>Alcune opere grafiche (incisioni, tecniche miste) realizzate per la mostra "Segni della metamorfosi", curata dal critico Giancarlo Pauletto, in occasione di "Pordenonelegge 2007" dalla Biblioteca Civica di Pordenone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StXPl46z0aI/AAAAAAAAANA/fjKupyeyY30/s1600-h/scogli.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 379px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StXPl46z0aI/AAAAAAAAANA/fjKupyeyY30/s400/scogli.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392444378687197602" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StXPlTcnhQI/AAAAAAAAAM4/vy5vGS4KfCw/s1600-h/equiseto.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 396px; height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StXPlTcnhQI/AAAAAAAAAM4/vy5vGS4KfCw/s400/equiseto.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392444368628450562" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StXPEr0w7vI/AAAAAAAAAMw/K0Hx06B9zUw/s1600-h/DSCN5767.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 397px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StXPEr0w7vI/AAAAAAAAAMw/K0Hx06B9zUw/s400/DSCN5767.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392443808236498674" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StXPEOY158I/AAAAAAAAAMo/XyYYLl40gbY/s1600-h/DSCN5766.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 263px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StXPEOY158I/AAAAAAAAAMo/XyYYLl40gbY/s400/DSCN5766.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392443800334755778" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StXPDjr-V4I/AAAAAAAAAMg/3chZEzOAxb8/s1600-h/DSCN5765.JPG"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; 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height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StXPC-7Ft3I/AAAAAAAAAMQ/0aeolQsoSAA/s400/DSCN5760.JPG" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5392443779003561842" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-9122295521965350447?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/9122295521965350447/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=9122295521965350447' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/9122295521965350447'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/9122295521965350447'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/10/ivan-crico-opere-grafiche.html' title='Ivan Crico, opere grafiche'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StXPl46z0aI/AAAAAAAAANA/fjKupyeyY30/s72-c/scogli.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-1851286581155218096</id><published>2009-10-13T06:52:00.001+02:00</published><updated>2009-10-13T06:56:46.570+02:00</updated><title type='text'>A Ivan Crico il premio nazionale di poesia Biagio Marin</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StQIge0hpII/AAAAAAAAAL0/jeio9aJu258/s1600-h/Biagio_Marin_con_figlio_Falco.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 222px; height: 380px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StQIge0hpII/AAAAAAAAAL0/jeio9aJu258/s400/Biagio_Marin_con_figlio_Falco.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5391944007991534722" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Da "Il Piccolo" 11.10.2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sabato 17 ottobre saranno consegnati i riconoscimenti ai vincitori del “Premio nazionale Biagio Marin” edizione 2009, da quasi vent'anni il maggior premio dedicato alla poesia nei dialetti e nelle lingue minoritarie in Italia, nato per ricordare l'opera e la figura del grande poeta gradese. &lt;br /&gt; A testimonianza della riconosciuta serietà del premio, la giuria ha la facoltà di premiare difatti, oltre ai libri presentati, qualsiasi altro volume in dialetto o saggio edito in Italia negli ultimi due anni. Nel tempo la commissione giudicatrice è stata composta, fin dagli inizi, dai maggiori studiosi e poeti italiani, dal compianto Carlo Bo a Franco Brevini, da Pietro Gibellini a Franco Loi, da Edda Serra a Giovanni Tesio. Tra i vincitori delle scorse edizioni inoltre troviamo alcuni tra i più significativi poeti in dialetto e studiosi del Novecento: basti qui ricordare soltanto i nomi di Paolo Bertolani, Enesto Calzavara, Amedeo Giacomini, Franca Grisoni e, per la sezione dedicata alla saggistica, Dante Isella, Cesare Segre, Alfredo Stussi. &lt;br /&gt;  Quattro sono le persone che riceveranno il prestigioso riconoscimento. All’unanimità la giuria ha deliberato di assegnare il premio Marin di 5000 euro ex aequo al poeta bisiaco Ivan Crico, per la raccolta “De arzent zu-D’argento scomparso”, edito dall’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione e al brianzolo Piero Marelli per la silloge “I nocc-Le notti” edita da Lieto Colle.  Ne dà notizia la presidente del Centro Studi Biagio Marin, Edda Serra. La giuria del Premio per la poesia in dialetto edita formata da Franco Loi, Giovanni Tesio, Pietro Gibellini, Gianni Oliva, Edda Serra e Flavia Moimas, si è riunita a Brescia e ha stabilito altresì di assegnare altri due premi. Quello riservato alla personalità che nel corso della sua attività ha onorato la poesia in dialetto e contribuito alla sua conoscenza, sempre con giudizio unanime, è stato assegnato a Lucio Felici, al quale va il premio del Comune di Grado di 2500 euro. Felici è noto per i suoi studi su autori in romanesco dal ‘300 a oggi e sui poeti di marca Trevigiana, in particolare Calzavara e Zanzotto. Infine, sempre all’unanimità, per la saggistica su Biagio Marin e il suo mondo il premio sarà assegnato a Caterina Conti per la tesi di laurea “I diari e le lettere di Falco Marin: slanci idealistici ed esperienza militare” discussa all’Università di Trieste. &lt;br /&gt;La cerimonia di consegna si terrà  a Grado (GO) il 17 ottobre alle 17.30 nella sal consiliare del municipio.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-1851286581155218096?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/1851286581155218096/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=1851286581155218096' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1851286581155218096'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1851286581155218096'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/10/ivan-crico-il-premio-nazionale-di.html' title='A Ivan Crico il premio nazionale di poesia Biagio Marin'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/StQIge0hpII/AAAAAAAAAL0/jeio9aJu258/s72-c/Biagio_Marin_con_figlio_Falco.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-3307460909002284103</id><published>2009-10-01T03:32:00.002+02:00</published><updated>2009-10-01T03:33:40.344+02:00</updated><title type='text'>L'insegnamento dei dialetti a scuola: alcune necessarie puntualizzazioni</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SsQG6ejSsqI/AAAAAAAAALc/uoJfN78gthM/s1600-h/DIALETTI+foto.gif"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 266px; height: 320px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SsQG6ejSsqI/AAAAAAAAALc/uoJfN78gthM/s320/DIALETTI+foto.gif" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5387438655945224866" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  So che rischio di apparire poco simpatico ma ho la necessità, nata da una ventennale frequentazione della materia ormai, di puntualizzare alcune cose. Bisogna stare molto attenti, quando si parla di questi argomenti, altrimenti c'è il rischio di impantanarsi, come anche qui talvolta è accaduto, nella palude (spesso quasi invisibile) dei luoghi comuni. Nel nostro paese, mi riferisco anche alle persone più preparate, si tende a dire la propria su tutto anche quando, in realtà, non si ha alcuna conoscenza dell'argomento su cui si vuol parlare. Mi spiego. Alcuni esponenti di un partito politico propongono di portare l'insegnamento dei dialetti nelle scuole e, l'indomani, sbucano ovunque - alla radio, in televisione, sui giornali, nei blog - migliaia di persone che pontificano su una questione così delicata. Ognuno è libero di esprimersi, è ovvio, ma se si vuol rispondere in modo ragionevole a certi sproloqui bisogna opporre, in primis, all'ignoranza la conoscenza approfondita di ciò di cui si parla. Altrimenti non si fa altro che aggiungere confusione a confusione. Facendo il gioco (di cui ha parlato così bene Mattiuzza) di tutti quelli che in realtà, sia a destra che a sinistra, segretamente si augurano la scomparsa di queste parlate.&lt;br /&gt;  Detto questo, senza spirito polemico si badi, vorrei chiedere: chi, tra coloro che parlano a favore o contro l'insegnamento dei dialetti nelle scuole, si è mai confrontato seriamente, a lungo, con insegnanti che hanno già sperimentato queste cose assieme ai bambini? Credo nessuno. O quasi. In realtà in Italia, nei luoghi in cui risiedono le minoranze linguistiche riconosciute dalla legge 482/99, dai ladini ai friulani, dai sardi agli albanesi, già si sperimenta da anni l'insegnamento nelle scuole di questi altri linguaggi accanto a quello dell'italiano: basterebbe far parlare questi insegnanti. Cosa che, ovviamente, nessuno si cura di fare. Anch'io del resto un tempo intervenivo pubblicamente su queste questioni (senza in realtà conoscerle a fondo, lo ammetto) finché, un giorno, non ho incontrato l'ex deputata e illustre studiosa di insegnamento plurilingue Silvana Schiavi Facchin. Un giorno, a pranzo, mi disse: "Ma perché parli di cose che non conosci? Prova a parlare con le insegnanti di friulano che ci sono in regione e fatti raccontare, da loro direttamente, come e se funzionano queste cose". Ho seguito il suo consiglio e devo ammettere che molte delle paure o perplessità che avevo sono, oggi, del tutto scomparse. Il mio insegnante di lettere mi diceva: prima di adoperare una parola, se non la conosci bene, prendi il dizionario e leggi bene, prima, che cosa significa. Impariamo a comportarci sempre così. &lt;br /&gt;  Cominciamo quindi a sfatare alcuni luoghi comuni. E partiamo, innanzitutto, dalla realistica constatazione che in Italia, con tutta la più buona volontà, se si riesce a tirar fuori un'ora alla settimana per l'insegnamento dei dialetti siamo già fortunati. Tolte feste e vacanze, in poco più di una trentina di ore distribuite in un anno cosa si può fare? Ben poco. Qualche cenno, velocissimo, di grammatica; l'insegnamento di qualche termine particolare (nomi di piante, animali, di oggetti..); un paio di ricerche sulla storia locale; e poi, se tutto va bene, l'allestimento di qualche recita o spettacolino. Più che di insegnamento, come si può ben capire, parliamo di un modo (necessariamente semplificato) per ricordare ai bambini ed ai ragazzi che si tratta di un mondo che merita di essere valorizzato e conservato in quanto parte integrante del patrimonio culturale del nostro paese. Attentare all'unità nazionale in questa maniera, come qualcuno paventa, con questi tempi a disposizione sopratutto, mi sembra assai improbabile...&lt;br /&gt;  Una delle ragioni, poi, per cui sarebbe impossibile insegnare i dialetti - dicono alcuni - nasce dalla loro eccessiva frammentazione interna. Innanzitutto, dire che in Italia ogni paese o quasi ha una sua parlata particolare non è del tutto esatto. Quando in un paese gli abitanti di un borgo dicono di parlare un linguaggio molto diverso dai loro vicini sappiamo bene che, nel novantanove per cento dei casi, si tratta in realtà di microdifferenze alimentate da una forte (ma spesso del tutto ingiustificata) volontà di differenziazione. Queste cose accadono, di solito, soltanto in aree di confine dove lingue molto diverse si incontrano. Per cui, se è vero che un abitante di Padova impiega un veneto diverso da quello impiegato da un abitante di Belluno, è anche vero che, se analizziamo a fondo queste parlate, i punti in comune sono infinitamente superiori rispetto alle differenze. Per cui, di solito, com'è accaduto anche per il friulano, si parte da ciò che è comune a tutti e poi, di volta in volta, nei singoli paesi si tenderà a valorizzare le peculiarità della parlata locale. Per capirci: tutti i veneti possono capire e studiare Goldoni, anche se non sono nati a Venezia, mentre se dobbiamo fare una ricerca su come i contadini chiamavano la gallina possiamo tranquillamente impiegare, di volta in volta, "gaìna" o "pita" impiegando le varietà locali. Sono, in realtà, cose più semplici da farsi che a dirsi: l'importante, è ovvio, è formare degli insegnanti con un'approfondita conoscenza del linguaggio locale. Ma questo vale per qualsiasi altra materia. Ricordiamoci infine che l'Italia, seconda solo all'India, è il paese più ricco di diversi linguaggi del mondo. Questo che dovrebbe essere un vanto è vissuto invece, da noi, come una tragedia. Perché?&lt;br /&gt;  Altro luogo comune. Invece di insegnare queste parlate perché non dedicare più tempo all'insegnamento dell'inglese? Bisognerebbe chiedersi invece: perché in Italia, oltre a non aver fatto nulla per salvaguardare il patrimonio linguistico locale, la scuola in 150 anni ha fatto poco o nulla per diffondere la conoscenza nel paese delle lingue straniere? E i media, quelli controllati dallo Stato intendo, cosa fanno per rendere familiare alle nostre orecchie la lingua inglese, ad esempio? Non si fanno programmi in orari decenti per imparare l'inglese, non si proiettano film in lingua originale, le canzoni straniere non compaiono mai sullo schermo con i sottotitoli. Anche qui molte chiacchiere, tanto fumo e poco arrosto. Oggi i maggiori studi scientifici ci dicono, invece, che il bambino che cresce impiegando diversi linguaggi sviluppa in realtà una maggiore capacità di rapportarsi, guardandole istintivamente da più punti di vista, alle varie situazioni che la vita gli pone davanti. Ottimi artisti di fama internazionale, come la nostra giovane cantante Elisa, sono la conferma che si può cantare in un ottimo inglese e, al tempo stesso, essere fieri custodi della propria parlata nativa. Pensando a persone come lei, come a tantissimi altri personaggi del mondo della cultura e dell'imprenditoria (ricordiamo qui il caso davvero eclatante di Missoni, che rilascia spesso  interviste impiegando a man bassa il dialetto!), ci si rende immediatamente conto di quanto sia ridicolo dire, come alcuni dicono, che se vogliamo essere cittadini del mondo dobbiamo sbarazzarci di questi nostri antichi linguaggi. Se qualcuno lo vuol fare, lo faccia, ma si presenterà al mondo con qualcosa in meno, non in più.&lt;br /&gt;  Per finire, sempre in Friuli abbiamo visto che praticamente tutti gli immigrati, smentendo un altro luogo comune, iscrivono spontaneamente i loro figli ai corsi di friulano, segno che vedono in questa lingua un modo per integrarsi con maggiore facilità in questi territori. La conoscenza della realtà locale, poi, ha anche il merito di dare una fisionomia a questi luoghi che, per gli stranieri ma anche per le nostre nuove generazioni, rischiano di essere percepiti come non luoghi: spazi senza un volto, senza una voce, senza un passato alle spalle né un futuro davanti verso cui incamminarsi. Essere moderni e, al tempo stesso, attaccati alle proprie radici non è cosa impossibile, del resto, anche se per noi quasi inimmaginabile: qui, a pochi chilometri dal luogo da cui vi scrivo, in Slovenia, trovate giovani punk che parlano cinque, sei lingue intenti a mangiare piatti tipici e sottofondo di musiche tradizionali. Noi non siamo capaci di fare altrettanto. E forse, anche per questo, non sappiamo valorizzare come si dovrebbe ciò che fa parte del nostro passato come non sappiamo proiettarci pienamente verso nuove direzioni.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-3307460909002284103?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/3307460909002284103/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=3307460909002284103' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/3307460909002284103'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/3307460909002284103'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/10/linsegnamento-dei-dialetti-scuola.html' title='L&apos;insegnamento dei dialetti a scuola: alcune necessarie puntualizzazioni'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SsQG6ejSsqI/AAAAAAAAALc/uoJfN78gthM/s72-c/DIALETTI+foto.gif' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-1488800848733023153</id><published>2009-08-26T09:21:00.001+02:00</published><updated>2009-08-26T09:22:50.815+02:00</updated><title type='text'>Tra arte e artigianato, note su un saggio di Gian Ruggero Manzoni</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SpTiutGMQ_I/AAAAAAAAAJM/ufCt86Fi2lM/s1600-h/Gian_Ruggero_Manzoni_2.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 150px; height: 200px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SpTiutGMQ_I/AAAAAAAAAJM/ufCt86Fi2lM/s320/Gian_Ruggero_Manzoni_2.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5374169547367269362" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho letto con molto piacere un bel saggio, intitolato "REGRESSO ARTE A DIFESA DELL’ARTIGIANATO" di Gian Ruggero Manzoni. Un saggio che mi ha fatto ricordare e pensare a tante cose. Io sono nato in un piccolo paese bagnato dalle acque dell'Isonzo, nei pressi di Monfalcone, a Pieris, lo stesso del noto allenatore di calcio Fabio Capello per intenderci. Una regione di confine, che fino a novant'anni fa non faceva nemmeno parte dell'Italia. Verso la fine degli anni Settanta, inizi Ottanta in paese c'era un solo laureato, mi sembra, e qualche pittore. Tre o quattro. Tutti figurativi. Eravamo, non è difficile capirlo, tagliati fuori da tutto. O quasi. Io frequentavo la prima media e volevo, a tutti i costi, imparare a disegnare bene. Mi recai da uno di questi pittori, bravissimo, che vendeva quadri di nature morte in mezza Europa, e gli chiesi se poteva darmi delle lezioni. Mi disse che non aveva tempo ma, se mi andava bene, potevo mettermi vicino a lui e, di tanto in tanto, avrebbe dato un'occhiata a quel che facevo. Ricordo ancora i lunghi pomeriggi passati in quello studio avvolto in una luce soffusa, morbida, la stessa che permeava i suoi quadri, le pagine di antichi volumi, il mappamondo, i drappi davanti al giallo dorato dei vetri piombati che facevano da sfondo a quelle sue composizioni così precise, equilibrate, dove i contorni di ogni cosa si sfumavano l'uno nell'altro tra ombre fonde, cangianti luccichii ottenuti depositando, con la punta di martora, minuti grumi di bianco di zinco o titanio, giallo di Napoli sul fondo preparato con sapienti tocchi dei polpastrelli. Io avevo undici, dodici anni ed ero molto diligente. Mi impegnavo a fondo accettando tranquillamente i suoi metodi piuttosto severi. Anche se si trattava di un uomo buono. A quell'età i giochi stavano diventando parte del mio passato, avevo pochi amici e le mie coetanee non suscitavano in me ancora alcun interesse. Ero una spugna pronta ad assorbire, libero da ogni condizionamento, e l'unico mio pensiero fisso era quello di leggere e guardare i libri d'arte, disegnare e dipingere. Walter, così si chiamava e ancora per fortuna si chiama, mi disse senza mezzi termini che non si poteva dipingere senza saper disegnare. Con lui, per tre anni, non presi mai in mano un pennello. Solo molti anni più tardi mi resi conto, parlando con vecchi pittori e artigiani, che il mio primo maestro era forse uno degli ultimi pittori a portare avanti i metodi di insegnamento delle botteghe rinascimentali. Per un anno intero dovetti copiare delle semplici composizioni di piatti, bicchieri e brocche. Non potevo divertirmi provando ad ombreggiarli ma dovevo concentrarmi soltanto a riprodurre con precisione i rapporti di lunghezza, larghezza, altezza degli oggetti. Le linee di contorno, fossero rette, mezze curve od ellissi, dovevo imparare ad eseguirle con un unico tratto di matita. Cosa difficilissima anche perché impone di forzare la mano imprimendole, spesso, dei movimenti innaturali. La naturalezza, in arte, del resto si conquista superando i propri limiti, non assecondandoli travestendoli di spontaneit L'uso della gomma, quindi, era ridotto ai minimi termini; e solo per fare chiarezza nei primi, inevitabili grovigli di linee. Mi diceva sempre: "Non bisogna farsi distrarre dalla superficie degli oggetti, non serve a niente saper riprodurre esattamente la venatura di un legno o i riflessi su un vetro: bisogna capire, prima, le relazioni che esistono fra i vari oggetti e lo sfondo: questa è la composizione e la composizione sta alla base di tutto". Quel primo anno fu dedicato interamente a questo serrato dialogo tra il pieno ed il vuoto. Poi le lezioni continuarono e, via via, mi diede le prime nozioni di prospettiva, mi spiegò la teoria delle ombre fino al momento in cui, terminate le scuole medie, mi iscrissi all'Istituto Statale d'Arte di Gorizia. A cui approdai da disegnatore ormai smaliziato. Nel metodo di Walter non c'era nulla - apparentemente - di stimolante, creativo. Si trattava quasi di un percorso zen dove l'ego dell'individuo, con i suoi desideri, le sue fantasie, veniva messo per un momento a tacere per poter fuoriuscire finalmente al di fuori di sé e guardare il mondo in silenzio, con attenzione estrema. Riscoprire, al di sotto del caos delle emozioni, dei turbamenti che creano in noi le cose che vediamo, le strutture profonde della nostra realtà. Mi faceva capire che nessuna cosa è bella in sé ma soltanto se riesce ad instaurare un rapporto armonico con ciò che le sta attorno. Se vogliamo valorizzare davvero un diamante lo spazio che lo circonda non è meno prezioso del diamante stesso. Allo stesso modo equilibrati rapporti spaziali possono fare di un guscio di noce o di un pezzo di matita gemme non meno preziose e lucenti. Così noi, i nostri pensieri e le nostre azioni, che acquistano senso e profondità soltanto se cominciano un dialogo con lo spazio del mondo che sta fuori di noi.&lt;br /&gt;  A cosa mi fa pensare, dopo tanti anni, tutto questo? Che alla base del lavoro dell'artista ci dovrebbe essere forse, prima del bisogno di apparire grazie all'invenzione di cose nuove, il bisogno di capire il mondo, sempre, liberandosi dai condizionamenti del proprio io. Il nuovo non può che emergere da visioni nuove. Altrimenti, come oggi accade, l'arte rischia di trasformarsi in un'inquietante catena di montaggio di prodotti in apparenza sempre diversi (ma che in realtà non sono che collage di ciò che già sappiamo) per un pubblico che nessuna novità riesce più a saziare. Non un luogo dove porre domande e meditare su possibili risposte ma un'arena al cui interno, per soddisfare gli istinti più bassi degli spettatori, siamo costretti ad assistere ad una continua escalation di orrori. Con la complicità di critici che non visitano più gli studi dei giovani artisti, non conoscono spesso né la storia antica né le tecniche di cui dovrebbero parlare. Che dedicano saggi e mostre a smaliziati pubblicitari, senza alcuna preparazione artistica, presentati di volta in volta come artisti rivoluzionari, salvo dimenticarli all'apparire poi - su questo orizzonte avvelenato da mille speculazioni e riciclaggio di denaro - della nuova stella di turno.&lt;br /&gt;  Il mio primo maestro era dunque, per concludere, soltanto un'abile artigiano o un'artista? Distinzione superflua anche perché, oltre il metodo, c'era anche della poesia, vera, in molti suoi lavori. Comunque un tempo tutti erano abili artigiani e così tutti si consideravano anche se significativamente dalle mie parti gli artigiani, tutti gli artigiani dal decoratore al falegname, erano chiamati "artisti". Poi, è logico, da queste botteghe da cui uscivano centinaia, migliaia di ottimi pittori, scultori, stuccatori, doratori, ogni tanto emergeva anche qualche allievo particolarmente dotato, capace di aggiungere a schemi ormai consolidati qualcosa di suo, di nuovo. Simili, in questo, a squadre di atleti che migliorano di continuo i propri record fino ad ottenere risultati impensati. In questi grandi autori la novità era il naturale risultato di una ricerca di verità che portava a nuovi sconosciuti approdi. La ricerca della novità a tutti i costi rischia, se non ci sarà un'inversione di rotta, di far arenare gran parte degli autori contemporanei sulle spiagge di una fama tanto veloce da ottenere quanto esposta, pericolosamente, all'incessante erosione di ogni nuova marea.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-1488800848733023153?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/1488800848733023153/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=1488800848733023153' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1488800848733023153'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1488800848733023153'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/08/tra-arte-e-artigianato-note-su-un.html' title='Tra arte e artigianato, note su un saggio di Gian Ruggero Manzoni'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SpTiutGMQ_I/AAAAAAAAAJM/ufCt86Fi2lM/s72-c/Gian_Ruggero_Manzoni_2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-1485027782560393443</id><published>2009-07-07T12:57:00.001+02:00</published><updated>2009-08-17T21:47:18.206+02:00</updated><title type='text'>Biagio marin un poeta fra mare e vento</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Somzs0QjtkI/AAAAAAAAACE/Mbc5a73lEL4/s1600-h/biagio+marin.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 119px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Somzs0QjtkI/AAAAAAAAACE/Mbc5a73lEL4/s200/biagio+marin.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371021613139736130" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;da: Messaggero Veneto — 05 luglio 2009   pagina 09   &lt;br /&gt;sezione: CULTURA - SPETTACOLO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di PAOLO MEDEOSSI &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In principio c’era un uomo che, stanco della solitudine, sognava di far uscire dal loro silenzio gli abitanti dell’isola dov’era stato bambino. Quell’uomo, un poeta, provò a bussare a tutte le case dell’antico borgo, piccolo nido protetto da quel nido più grande che era l’isola. Inutilmente. Nel silenzio delle calli e dei campielli si sentiva solo l’eco del suo bussare. Allora capì che era arrivata l’ora di lasciare l’isola e i suoi anni bambini e di avviarsi con coraggio verso strade sconosciute, se voleva spezzare il cerchio che lo teneva prigioniero di quel suo mondo di sassi. Quell’uomo era Biagio Marin che in una fiaba lirica autobiografica ( Stanco de solitae/ l’omo a batuo a la porta... ) narrò la condizione del poeta nella Grado di inizio Novecento mentre appunto cercava chi gli aprisse per ascoltare i versi scritti nel dialetto parlato da una minuscola comunità di pescatori in un’isola sperduta fra mare e laguna, poco conosciuta nel 1912 quando cominciava la grande avventura della poesia mariniana. Insomma, doveva proprio partire per andare a scoprire i suoi veri fratelli. Un’avventura diventata a poco a poco, nel tempo, nei 94 anni di vita di Biaseto (morto nel 1985) e anche dopo, assolutamente straordinaria tanto che le sue liriche e le sue parole si sono posate, come le foglie di un albero, dovunque negli angoli più impensati di città, paesi, contrade sconosciute. A proporre queste intuizioni e queste immagini splendide legate a Marin, a ciò che ha scritto e ci ha lasciato, è adesso Anna De Simone che ha curato il volume Cinquanta poesie per Biagio Marin , pubblicato per i Quaderni del Centro studi dedicato al poeta gradese, in una collana diretta da Edda Serra. È stato presentato nei giorni scorsi, esattamente il 29 giugno, anniversario della nascita di Biagio che così è stato festeggiato con una intensità naturale e sorprendente. All’origine del libro c’è proprio l’idea di completare quello che era nella mente del poeta che aveva voluto sfidare la solitudine, un destino, un mondo per far largo alle sue fragili, potentissime e magiche parole, che restarono sempre simili a quelle pronunciate dai bambini. «Altri poeti – scrive Anna De Simone -, seguendo anche inconsapevolmente le orme di Marin in quel loro silenzioso obbedire a una musa vestita di stracci, hanno raccontato, ciascuno nel proprio dialetto, la vita, il mondo, se stessi. Io credo che i cinquanta autori delle cinquanta liriche proposte in questa piccola antologia siano proprio i fratelli tanto a lungo cercati da Marin. Fratelli più giovani, provenienti da luoghi diversi, i cui testi in molti casi si spingono fino alle spiagge del terzo millennio». Si tratta, come spiega Edda Serra, di cinquanta voci che fanno coro per onorare Marin, voci di risposta oggi al suo canto e dialogo, ciascuno nella propria diversità, eppure coro compatto di voci scelte, a rappresentare cinquanta dialetti, cinquanta linguaggi poetici, cinquanta paesaggi, cinquanta piccole patrie, che sorprendono però nella loro unità. Un’unità fatta di fedeltà al poetare, di scelta coraggiosa, di cura amorosa e tenace della propria opera e del suo destino, che supera ogni narcisismo. Fra i cinquanta fratelli (e di ognuno è stata scelta una lirica), che rappresentano un po’ tutta l’Italia, tanti sono naturalmente i friulani, i bisiachi, i triestini, come Elio Bartolini, Luigi Bressan, Pierluigi Cappello, Ivan Crico, Nelvia Di Monte, Amedeo Giacomini, Claudio Grisancich, Federico Tavan, Umberto Valentinis, Ida Vallerugo, Gian Mario Villalta, Leonardo Zanier. Su ognuno di essi il libro propone un accurato apparato di note per cui l’antologia diventa alla fine uno sguardo appassionato e affidabile sulla condizione della poesia dialettale in Italia (narrata regione per regione) che, anche se pochi lo sanno al di là degli addetti ai lavori, sta vivendo un momento di particolare vivacità, in contrasto con l’apparente declino della poesia in genere. Anna De Simone, di origini siciliane, risiede a Milano e da sempre segue con grande attenzione i nostri autori avendo dedicato studi e saggi in particolare, oltre che a Marin, a Virgilio Giotti, a Cappello, Tavan e Vallerugo. Nel testo che apre questo suo nuovo libro, dopo aver ricordato lo straordinario impegno come poeta e scopritore di talenti di Amedeo Giacomini, che creò con la rivista Diverse lingue un punto di riferimento fondamentale per tutto il movimento di questi decenni, mette in luce in termini limpidissimi e definitivi un aspetto notevole, scrivendo: «Quello della poesia in Friuli nel secondo Novecento è un fenomeno che non ha precedenti e reclama un discorso a sé: questa terra ci ha dato infatti, nell’ultimo scorcio del XX secolo, assieme alla Romagna, il maggior numero di poeti di alto livello. Molti se ne sono accorti, pochi se ne sono occupati in maniera approfondita... I dialetti stanno morendo – su questo sono tutti d’accordo – ma la lingua friulana, nella molteplicità e ricchezza delle sue varianti, non aveva mai conosciuto in passato esiti tanto diversificati e originali, grazie ad autori che si sono collocati con decisione, consapevolezza e senso d’arte fuori dalle secche municipalistiche di troppa poesia dialettale, prima di Pasolini, per intenderci, e hanno raccontato con originalità, senza mai cadere nella maniera, la vita... Così i fili della poesia si sono diramati in tutte le direzioni lungo una terra il cui nome evoca un passato molto antico, e hanno creato un arazzo che più vario e ricco non potrebbe essere». «Io sono un golfo», disse un giorno Marin agli amici. E l’antologia che gli è stata dedicata assomiglia proprio a un golfo dove si intrecciano sguardi, talenti, lampi, parole perdute e ritrovate, le “parole di legno” evocate da Ernesto Calzavara. Questa musicalissima teoria di voci, lingue e suoni è aperta da una breve lirica scritta da Novella Cantarutti, un inno bellissimo in friulano per Marin, poeta fatto di mare e vento, mâr e buera , «fermo sull’onda dell’eternità». In conclusione del viaggio ci sono alcuni versi di Biaseto, quelli dove dice che nulla è passato e tutto vive ed è presente. Ninte no’ xe passào / e duto vive e xe presente / un sielo solo levante e ponente / un solo sol m’ha iluminào.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-1485027782560393443?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/1485027782560393443/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=1485027782560393443' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1485027782560393443'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1485027782560393443'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/07/biagio-marin-un-poeta-fra-mare-e-vento.html' title='Biagio marin un poeta fra mare e vento'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Somzs0QjtkI/AAAAAAAAACE/Mbc5a73lEL4/s72-c/biagio+marin.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-4596741778918438635</id><published>2009-06-30T01:16:00.004+02:00</published><updated>2009-08-17T22:01:48.638+02:00</updated><title type='text'>Alberto Cappi, in memoria</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som3DptVd-I/AAAAAAAAACU/gu9Hrr6pEqg/s1600-h/Cappi.png"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 191px; height: 200px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som3DptVd-I/AAAAAAAAACU/gu9Hrr6pEqg/s200/Cappi.png" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371025303979522018" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Vogliamo ricordare Alberto Cappi. Nato a Revere (MN) nel 1940 si è spento, dopo una lunga malattia, domenica 28 giugno 2009.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per la poesia: Passo Passo (Firenze, 1965); Alfabeto (Milano, 1973); 7 (Torino, 1976); Mapa (Mantova, 1980); Per Versioni (Milano, 1984); Casa delle Forme (Udine, 1992); Piccoli dei (Faenza, 1994); Il Sereno Untore (Latina, 1997).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per la saggistica: Il Testo e il Viaggio (Mantova, 1977); Materiali per un frammento (Udine, 1989); Linguistica e semiologia (Torino, 1994); Materiali per una voce (Grottammare, 1995); In atto di poesia (Napoli, 1997); Materiali per un'arca (Bologna, 1998); Il luogo del verso (Yale, 1998); Il passo di Euridice (Milano, 1999).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per la traduzione: Juan Liscano, Nella notte venne e baciò le mie labbra (Milano, 1981); Alain Jouffroy, Cerfs Volants (Mantova, 1993); Juan Liscano Fondazioni (Bologna, 1995); Florbela Espanca, Dodici Sonetti (Milano, 1997); Ernesto Cardenal, Quetzalcoatl (Faenza, 1999).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha curato le antologie Tutti li miei pensier parlan d'amore (Milano, 1988); L'acqua di Manto (Udine, 1989); And lovely is the rose (Milano, 1990); A las cinco de la tarde (Milano, 1993); Teoria e poesia (Pescara, 1993); Mamanto (Mantova, 1994); Parole nella leggenda (Mantova, 1997).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' stato redattore delle riviste "Anterem", "Quaderno", "Steve", "Testuale", "Tracce" e collabora ad altre tra cui "Poesia", "Testo a fronte", "La Clessidra", "Il Verri", "Hebenon", le americane "Gradiva" e "Differentia", la venezuelana "Zona Franca" e la spagnola "Serta".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha curato alcune collane di poesia e dirige "L'Albero Cavo" in Pescara, "La città dei poeti" e "Poesia del '900" in Mantova, "Nightigale" in Faenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quattro Canti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1996 - 1999&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;primo canto della neve&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;quando venne la neve&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;la neve portò bianchi glicini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;e dolci tortore di farina&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;quando venne la brina&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;anima candida luce di luna&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;quando candì il giorno intorno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;e l’oro si fece solo sole&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;quando la notte si annodò&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;e nodo e nido furono uno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;quando il violino suonò le note&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;della terra bruna e del mare&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;quando ritmando e poetando&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;siamo tornati ad amare&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;secondo canto del vento&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;dove venne il vento&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;il vento seminò sibilanti serpi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;sui sentieri del sonno e del sogno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;dove venne l’uomo e disse&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;sia detta aurora la prima&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ora del tempo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;benedetto sia il mattino&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;dove bambino colsi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;alle cose il senso&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;terzo canto della luce&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;perché venne la luce&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;la luce fuggì dal guscio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di attonita pietra dura&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;in zuccheri di filate stelle&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;e luce fu e venne&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;all’uscio della preghiera&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;al muschio delle lanterne&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ferme&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;nella materna sera&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;quarto canto del gelo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;come venne il gelo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;il gelo cantò i suoi occhi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;in acini di oscure uve&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;come venne il gelo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;il gelo calò il suo dente&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;in cocci&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;piccole nature&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;sulla pura&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;cecità delle lucciole&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;in fedeltà al volo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ai morsi di paura&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-4596741778918438635?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/4596741778918438635/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=4596741778918438635' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/4596741778918438635'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/4596741778918438635'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/06/alberto-cappi-in-memoria.html' title='Alberto Cappi, in memoria'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som3DptVd-I/AAAAAAAAACU/gu9Hrr6pEqg/s72-c/Cappi.png' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-4704295434684540511</id><published>2009-06-27T17:25:00.003+02:00</published><updated>2009-08-17T22:03:24.451+02:00</updated><title type='text'>Ivan Crico in "50 poesie per Biagio Marin"</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som3e640YNI/AAAAAAAAACc/l5r8NTPIiRs/s1600-h/grado_notte.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 142px; height: 200px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som3e640YNI/AAAAAAAAACc/l5r8NTPIiRs/s200/grado_notte.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371025772447555794" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Lunedì 29 giugno 2009 alle 18.00 nella Sala Consiliare del Comune di Grado verrà presentato il libro "50 poesie per Biagio Marin" di Anna De Simone, Quaderno n.2 del Centro Studi Biagio Marin. Il libro raccoglie poesie e testi di una cinquantina di poeti e studiosi che vanno da Pier Paolo Pasolini e Franco Loi e accoglie diverse poesie di autori contemporanei della nostra regione come, tra gli altri, Gian Mario Villlata, Pier Luigi Cappello, Giacomo Vit, Luigi Bressan ed Ivan Crico.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-4704295434684540511?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/4704295434684540511/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=4704295434684540511' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/4704295434684540511'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/4704295434684540511'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/06/ivan-crico-in-50-poesie-per-biagio.html' title='Ivan Crico in &quot;50 poesie per Biagio Marin&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som3e640YNI/AAAAAAAAACc/l5r8NTPIiRs/s72-c/grado_notte.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-7567760807068927498</id><published>2009-06-09T20:42:00.002+02:00</published><updated>2009-08-17T22:06:05.568+02:00</updated><title type='text'>Fra Collio e Grado alla ricerca di paesaggi e poeti</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som34iMBtEI/AAAAAAAAACk/JsQgSqdqudM/s1600-h/kitzmuller-copia.thumbnail.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 120px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som34iMBtEI/AAAAAAAAACk/JsQgSqdqudM/s200/kitzmuller-copia.thumbnail.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371026212493833282" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Messaggero Veneto — 01 giugno 2009   &lt;br /&gt;pagina 18   sezione: CULTURA - SPETTACOLO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di PAOLO MEDEOSSI &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il remo colpisce l’acqua con una carezza energica e il canotto scivola via sull’onda mentre un delfino solca frenetico il mare in lontananza, accompagnato da un gabbiano pigro. Immagini incollate nella memoria, ricordo di un ambiente puro, incontaminato. Fine anni Sessanta, prima delle grandi trasformazioni, prima del continuo peggioramento. Eppure questo paesaggio resiste in qualche modo e rimane ancora lì, sospeso fra sogno e realtà, in certi tramonti sotto le sferzate della bora, favorendo i viaggi nella fantasia e nella poesia, come accade ora ad Hans Kitzmüller che a questo mondo dedica un libro bellissimo, per fare il punto, per svelare personaggi e luoghi. E per rimettersi in cammino. I romanzi d’avventura intellettuale sono fatti per tale motivo: accendono il desiderio e scrollano di dosso ogni torpore. In questo caso non si tratta di andare sette anni in Tibet per ritrovare una dimensione più spirituale di se stessi, ma basta andare sette ore nel Goriziano, un territorio piccolo, raccolto, segnato dalle vicende di una frontiera difficile e anche tragica, sempre però affascinante nei suoi risvolti meno noti. Lo si attraversa in un baleno. In autostrada, da Palmanova al Lisert, è una corsa di pochi minuti. Ecco fatto, una volta arrivati al casello sotto il ponte ferroviario ad archi, l’Isontino è già alle spalle. Guardandolo dal mare, al largo di Duino, lo si abbraccia in un istante, dalle bocche del Timavo a Grado. Eppure in questi luoghi minuscoli, dove ogni lembo è ravvicinato e a portata di mano, è possibile vivere sensazioni e incontri sorprendenti, come quelli narrati da Kitzmüller in un libro che promette già bene dal titolo, il fascinoso E in lontananza Gorizia , perché fa capire come il discorso alla fine ruoti attorno alla città, che se ne sta lì appartata, silenziosa, quasi raggomitolata all’ombra del suo castello e della sua storia. Il volume (210 pagine, 20 euro) è uscito non a caso per una collana della Libreria editrice goriziana, che continua così nella intelligente opera di ricerca e perlustrazione, capace di fornire autentiche chicche con ristampe, che evocano il clima d’un certo passato, oppure con opere nuove di zecca, come questa che raccoglie impressioni risalenti fino allo scorso inverno visto che la descrizione di certi posti, sotto l’incalzare della modernità consumistica, è molto attuale e aggiornata. L’autore chiarisce che non ha voluto proporre una guida turistica per la promozione dei luoghi, ma un diario con le emozioni che i territori trasmettono attraversandoli velocemente oppure osservandoli da fermo. Non si tratta di sensazioni private, soggettive, narrate con lirico trasporto, bensì di intuizioni che tutti possono condividere e far proprie, nella consapevolezza che in definitiva l’ambiente siamo pur sempre noi, con i mutamenti che subiamo e il nostro modo di pensare e vedere. Il racconto di un paesaggio può diventare così una grande storia, la sua lettura e interpretazione trasformarsi nell’avventurosa esplorazione di una porzione di spazio in una frazione di tempo. In tutto questo, l’approccio letterario è essenziale, non per sfoggio di saccenza, quanto invece per un dato naturale, evidente a tutti. Davanti allo scenario di Grado, a esempio, saltano fuori limpidi e necessari i versi di Biaseto Marin che – dice Kitzmüller – «sono la formulazione più efficace dell’esperienza fisica della luce, del cielo, di vele gonfie e afflosciate, delle onde del mare e dello sciacquio della laguna lungo le rive delle barene». Il racconto parte dalla pineta dove approdò San Marco, a due passi di Aquileia, e si sofferma a lungo in questa porzione di Friuli in cui il punto di riferimento diventa il campanile della basilica, «una matita di sassi che scrive nuvole con la sua punta di coppi», come poeticamente spiega il professor Emilio Rigatti ai suoi allievi mentre attraversano questi posti avendo ben presente la lezione leopardiana, secondo la quale l’uomo sensibile e immaginoso è destinato a vedere il mondo e gli oggetti doppi perché solo così potrà percepire il bello e il piacevole delle cose. A due passi c’è l’Isonzo, uno dei più bei fiumi d’Europa e la sua presenza evoca i versi di Celso Macor, scritti in sonziaco , misterioso aggettivo che indica una varietà del friulano, caratterizzato da una predilezione per la vocale “a”. Il viaggio nell’Isontino è infatti anche un’escursione in un patrimonio linguistico originalissimo che però si sta semplificando visto che, se gli sloveni sono perfettamente bilingui, i friulani lo sono ormai solo parzialmente. E ancora ci sono il bisiaco e il gradese, diffusi nelle loro aree. Dunque la provincia di Gorizia può essere definita multilingue, ma solo in minima parte plurilingue mentre dallo scenario è sparito il tedesco che un secolo fa era invece alla base della cultura del territorio. Peculiarità che veniva esemplificata in modo emblematico dall’identità culturale degli studenti dell’istituto goriziano più prestigioso, lo Staatgymnasium , tra i quali c’erano Alojz Gradnik, Otto von Leitgeb, Ervino Pocar, Biagio Marin, Carlo Michelstaedter. Una ricchezza sparita dopo la prima guerra mondiale, che lascia tracce solo in libri da riscoprire o in biografie straordinarie, come quella dell’attrice Nora Gregor. Il viaggio nel paesaggio del Goriziano non dimentica le devastanti trasformazioni causate dal fiorire di capannoni e centri commerciali, come accade a Villesse. «Siamo – dice Kitzmüller – di fronte a una distruzione definitiva a favore dell’effimero, una scelta che determina un uso del territorio dalle conseguenze irreversibili, che si accompagna a uno spreco incredibile di risorse. L’eccesso del gigantismo della grande distribuzione cancella la misura del necessario». Meglio tornare allora ai maitàni , i segnali di mare di cui parla Ivan Crico, poeta raffinato e colto che nella Bisiacaria è andato a recuperare parole preziose e dimenticate, dando loro vita e arte. I maitàni erano i pali di legno alla cui sommità venivano legate stoffe colorate, che servivano ai pescatori per raggiungere il largo senza insabbiarsi. Segnali insomma come annunci di presenze, di qualcosa che non vediamo, ma avvertiamo. Segnali come quelli lanciati da questo libro da leggere cammin facendo, fra il Carso e il litorale, fra il Collio e Grado, dove qualche anno fa c’era il bar Mimi. Una mezza trattoria in riva Dandolo da dove si osservava l’uscita delle barche e si ripensava ai paesaggi perduti o ritrovati. Al suo posto c’è ora un condominio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Foto di Hans Kitzmuller realizzata da DANILO DI MARCO&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-7567760807068927498?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/7567760807068927498/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=7567760807068927498' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7567760807068927498'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7567760807068927498'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/06/fra-collio-e-grado-alla-ricerca-di.html' title='Fra Collio e Grado alla ricerca di paesaggi e poeti'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som34iMBtEI/AAAAAAAAACk/JsQgSqdqudM/s72-c/kitzmuller-copia.thumbnail.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-5138067340854305159</id><published>2009-06-08T20:33:00.005+02:00</published><updated>2009-08-18T05:49:17.448+02:00</updated><title type='text'>Con «De edentità e suvignìr (Di identità e memoria)" Ivan Crico vince l'edizione 2009 del "Premio Macor"</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooktA4IzDI/AAAAAAAAAHc/oAIl5j-vH3U/s1600-h/macor+celso.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 225px; height: 206px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooktA4IzDI/AAAAAAAAAHc/oAIl5j-vH3U/s320/macor+celso.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371145861340908594" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;il Piccolo — 07 giugno 2009   &lt;br /&gt;pagina 10   sezione: GORIZIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ROMANS. &lt;br /&gt;Davanti a un folto pubblico sì è tenuta all'auditorium «Mons.Galupin» di Romans, la premiazione del "IV Premio Letterario Celso Macor", che stavolta aveva come tema: «Identità e memoria delle genti del Friuli Venezia Giulia». Questi i premiati. Per la sezione narrativa riservata alle scuole medie vicnitori sono risultati gli studenti della 2.a A della «G. F. del Torre» di Romans, che hanno presentato l'opera «Imagina un mont plen di scovacis: ce gust varessie la vite? (Immagina un mondo pieno di rifiuti; che gusto avrebbe la vità?). Con loro sul palco c'erano il preside Paolo Buzzulini e l'insegnante Gabriella Tamburini. Da segnalare che quest'anno il premio di poesia riservato alle scuole medie e alle superiori non sono stati assegnati. Passando alla sezione prosa premio assoluto, sono stati segnalati: per la lingua italiana «L'arrotino e il miracolo dei fagioli» di Giacomo Miniutti di San Quirino, «Non sono» di Rita Mazzone di Padova e «L'asfalt» di Simone Devidi di Romans; per la lingua friulana «Frussons di zoventut» di Ivaldi Calligaris di Romans e «A cjapà aiar sul tor» di Stefano Gasti di Remazacco; per la lingua slovena «Zaponke sens (I fermagli delle ombre) di Vilma Puric di Trieste, mentre il vincitore del premio assoluto di prosa è stato Mario Schiavato di Fiume con «I giorni delle processioni». Per la sezione poesia premio assoluto sono stati segnalatie le poesie in lingua italiana «L'aria del miracolo» di Pamela Bravo di Romans e «Akilis» di Silvano Zamaro di Joannis-Aiello del Friuli; in lingua friulana «Stazion» di Stefano Gasti di Remanzacco e «Inta l'ombrena da urtis» di Silvano Zamaro, mentre il vincitore del premio assoluto di poesia è stato Enrico Colussi di Monfalcone con «La corte di cristallo» e «Lo sguardo». Per la sezione dialetto bisiaco sono stati segnalati: per la poesia «Sotonote» di Mauro Casasola di Fiumicello; per la prosa «La me' storia xe tante storie» di Marilisa Trevisan di Staranzano, mentre il vincitore è stato Ivan Crico di Ta pogliano con «De edentità e suvignìr (Di identità e memoria). Ricordiamo che la serata, organizzata in collaborazione con la Libreria Editrice "Leonardo" di Pasian di Prato, è stata allietata dal duo David Gregoroni (sax) e Andrea Valent (fisarmonica), mentre il professor Leopoldo Pagnutti ha letto alcuni brani delle opere vincenti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Edo Calligaris&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-5138067340854305159?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/5138067340854305159/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=5138067340854305159' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/5138067340854305159'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/5138067340854305159'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/06/con-la-raccolta-ivan-crico-di-ta.html' title='Con «De edentità e suvignìr (Di identità e memoria)&quot; Ivan Crico vince l&apos;edizione 2009 del &quot;Premio Macor&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooktA4IzDI/AAAAAAAAAHc/oAIl5j-vH3U/s72-c/macor+celso.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-1644735774770924439</id><published>2009-06-07T08:38:00.002+02:00</published><updated>2009-08-18T05:52:50.400+02:00</updated><title type='text'>"In lontananza Gorizia": Kitzmuller, il goriziano e la Bisiacaria</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soolhet9VRI/AAAAAAAAAHk/YZyIXVKjEBM/s1600-h/Castello-Gorizia-05.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 273px; height: 320px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soolhet9VRI/AAAAAAAAAHk/YZyIXVKjEBM/s320/Castello-Gorizia-05.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371146762704475410" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da Il Piccolo — 07 maggio 2009   &lt;br /&gt;pagina 12   sezione: GORIZIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Il paesaggio non è solo uno sfondo, una quinta decorativa ma è un testo che parla anche di noi; se vi ci si addentra senza pregiudizi diventa un’avventura, un viaggio di scoperta sul passato e sul nostro presente»: così ieri sera Hans Kitzmueller alla presentazione del suo nuovo libro «E in lontananza Gorizia» (Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2009, pagg. 208, 20 euro). Gremita la saletta della libreria, attenzione religiosa sia per l’autore («Originale e di assoluta levatura» lo definisce Adriano Ossola, l’editore) che per lo sponsor prestigioso, Sergio Tavano, storico dell’arte e della gorizianità. L’apertura è del giornalista Maurizio Bait: «Bisogna pensare a una regione, qualsiasi regione della terra, come a una biblioteca costituita soltanto da scaffali per testi primari». Hans Kitzmueller, germanista, traduttore, editore, come narratore ha sempre pubblicato romanzi di viaggio, quali «Viaggio alle Incoronate», 1999, «Arcipelago del vento», 2003, «Alle isole Marchesi», 2005, ma questo «E in lontananza Gorizia» presenta uno scarto rispetto al passato: non più l’esotismo delle isole oceaniche ma uno sguardo all’uscio di casa, sul modesto orizzonte del Goriziano, o meglio su quel che resta oggi del Goriziano storico, una porzione estremamente ridotta che pur restituisce, nella sua varietà, dal bosco in laguna allo splendore del Collio ed al solenne scorrer dei fiumi un patrimonio di rilievo assai poco valorizzato. Nei dodici capitoli del libro il paesaggio, l’ambiente in cui viviamo, diventa un testo da cui traspare la storia della città. I capitoli del libro scorrono fra passato e presente. Il paesaggio viene descritto così com’è oggi ma ci si prova anche a riflettere su com’era ieri. Ogni tappa viene raffrontata a suggestioni letterarie, di autori lontani e vicini, da von Mailly sino ad arrivare a Ivan Crico ed alle sue poesie in bisiaco ed alle escursioni ciclistiche, epperciò calme, meditate, di Emilio Rigatti. La foto o la pittura possono riprodurre solo dettagli ripresi in un momento determinato. Mentre il paesaggio è in continua trasformazione. «Le foglie crescono», dice Kitzmueller, che con il ricorso alle suggestioni letterarie si impegna a restituire il paesaggio alla sua complessità storica. «Io ne racconto l’attraversamento», dice. Anche superando le metamorfosi subite dal paesaggio, oggi che il mercato invade ogni spazio e che tutto viene utilizzato a fini di consumo: ne sono esempio i campi di Villesse invasi dall’Ikea. E ancora: «Bisogna confrontarsi con la nostra identità, soprattutto con quella perduta». E con la Gorizianità eliminata. Che non è solo quella rimasta al di là dei confini; c’è anche quella, Cervignano, Aquileia, parte del litorale, spartita fra le province vicine in nome dell’eliminazione delle radici austriache e delle potenzialità slovene. «Noi eravamo l’Europa», dice Sergio Tavano citando Stephan Zweig, «e nella Gorizia di un tempo c’era la consapevolezza di comporre un’identità europea». Con il vecchio vizio goriziano, aggiunge il professore, di «guardare alle cose non come sono ma come dovrebbero essere». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sandro Scandolara&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella foto Hans Kitzmuller ritratto da DANILO DE MARCO&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-1644735774770924439?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/1644735774770924439/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=1644735774770924439' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1644735774770924439'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1644735774770924439'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/06/in-lontananza-gorizia-kitzmuller-il.html' title='&quot;In lontananza Gorizia&quot;: Kitzmuller, il goriziano e la Bisiacaria'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soolhet9VRI/AAAAAAAAAHk/YZyIXVKjEBM/s72-c/Castello-Gorizia-05.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-6016006615784644669</id><published>2009-06-07T08:37:00.001+02:00</published><updated>2009-08-17T22:17:57.065+02:00</updated><title type='text'>Tutto cominciò con Tullio Crali</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som62NuOHKI/AAAAAAAAAC0/TORlgGPf_5s/s1600-h/crali.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 187px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som62NuOHKI/AAAAAAAAAC0/TORlgGPf_5s/s200/crali.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371029471175253154" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Da il Piccolo — 03 maggio 2009   pagina 05   sezione: GORIZIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma chi sono i talenti goriziani dell’arte cui fa riferimento l’assessore Devetag? Gorizia e il territorio limitrofo hanno sempre avuto un particolare predisposizione per quanto concerne l’attività artistica. Alla fine della seconda guerra mondiale a Gorizia si manifestò una evidente volontà di dialogo e confronto nell’ambito culturale e artistico. Gli Amici dell’arte, sotto la spinta dinamica di Tullio Crali, rianimarono l’ambiente degli artisti e promossero un premio di pittura e poesia che ebbe risonanza in tutta la regione. Questo fu il primo passo verso una rinascita grazie anche la riapertura di Palazzo Attems che ospitò importanti rassegne artistiche. Tra le prime, nel 1948, una rassegna d’arte riservata ai giovani, a cura dell’Associazione giovanile italiana, che riunì artisti della regione e della Carinzia in una mostra di pittura e scultura. La partecipazione fu notevole, soprattutto di artisti isontini come Orlando Poian, Demetrio Cej, Mario Tudor, Sergio Altieri, Cesare Mocchiutti, Armando Depretis, Ignazio Doliach, Gianna Marini, Antonio Verone, Mario Bardusco, Lorenzo Boemo, Aristide Marcozzi, Marino Vecchi, Fulvio Monai, diversi ancora attivissimi. Da allora, e fino ai giorni nostri, numerosissime sono state le iniziative che si sono susseguite, a cominciare dalle importanti e antesignane Biennali Giovanili a cura del Centro Culturale Stella Mattutina che dal 1963 fino al 1981 scoprì le nuove leve dell’arte e mise in evidenza le espressioni delle nuove generazioni: Mauro Mauri, Luciano de Gironcoli, Giorgio Valvassori, Giovanni Anglicani, Mario Palli, Giovanni Pacor, Mario di Jorio, Claudio Palcic, Gianni Borta, Sergio Colussa, Giogo Cisco, Paolo Marani, Giuseppe Onesti, Stelio Kovic, Sergio Pausig, Marino Cassetti, Arrigo Buttazzoni, Roberto Kusterle. Da non dimenticare poi la galleria Il Torchio, punto di riferimento per molti artisti goriziani, Franco Dugo espose le sue prime opere proprio nel 1972, le iniziative della galleria Spazzapan, del Kulturni dom, del Bratuz, del Museo Civico del Territorio di Cormons, della Biblioteca Statale isontina, per arrivare alla galleria Comuna di Monfalcone, solo per citare i più importanti e ricorrenti tutt’ora. La scena artistica goriziana può contare ancora su un foltissimo numero di pittori, scultori, fotografi, che continuano a ben rappresentare il territorio, tra questi Roberto Faganel, Andrea Kosic, Massimiliano Busan, Alfred de Locatelli, Patrizia Devidè, Michele Drascek, Paolo Figar, Claudio Mrakic, Ernesto Paulin, Luca Suelzu, Alessandra Bernardis, Vittorio Balcone, Stefano Comelli, Giancarlo Doliach, Ignazio Romeo, Franco Milani, Paul David Redfern, Maurizio Frullani, Sergio Scabar, Franco Spanò, Raffaele Lecce, Stefano Ornella, Stefano Padovan, Enzo Valentinuz, Luisa Baccaglino, Marco Bernot, Andrea Colussi, Ivan Crico, Lia Del Buono, Paola Gasparotto, Maurizio Gerini, Laura Grusovin, Francesco Imbimbo, Gianpietro Carlesso, Silvia Klajnscek, Raffaele Lecce, Marco Faganel, Evaristo Cian, Marcello e Manuel Grosso, David Marinotto, gli scomparsi Nico Di Stasio e Roberto Nanut, solo per ricordarne alcuni. Accanto a questa nutrita lista di artisti, con alle spalle molti anni di lavoro, studio, esposizioni, ce n’è una ancora più lunga, impossibile da citare completamente, che raccoglie un numero impressionante di pittori, scultori, ceramisti, fotografi che si dedicano all’arte perché se ne sono appassionati magari dopo un corso o una mostra, o in seconda battuta, dopo una vita dedicata ad altro. Su questo fronte, punti di riferimento sono le associazioni come il Centro Culturale Crali, attivo ormai da diversi anni, che organizza numerose iniziative in cui promuovere i lavori artistici dei soci. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cristina Feresin&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-6016006615784644669?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/6016006615784644669/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=6016006615784644669' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/6016006615784644669'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/6016006615784644669'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/06/tutto-comincio-con-tullio-crali.html' title='Tutto cominciò con Tullio Crali'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Som62NuOHKI/AAAAAAAAAC0/TORlgGPf_5s/s72-c/crali.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-7871403795356603283</id><published>2009-06-01T19:01:00.005+02:00</published><updated>2009-08-18T05:16:09.412+02:00</updated><title type='text'>Mario Benedetti. Il cielo per sempre</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sooc6jB0UyI/AAAAAAAAAFU/Mf78VH0uY6U/s1600-h/mario_benedetti.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 192px; height: 234px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sooc6jB0UyI/AAAAAAAAAFU/Mf78VH0uY6U/s320/mario_benedetti.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371137297753592610" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;(Questo testo del '96, rimasto inedito, è stato pubblicato per la prima volta su "Mario Benedetti - official site")&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Di sfuggita come tante altre volte - l’occhio a cercare freneticamente intorno un posto dove parcheggiare - tornai a intravedere la targa sulla casa di Michelstaedter mentre l’ombra della Chiesa di Sant’Ignazio, delle sue due verdi guglie laterali, si stendeva su Piazza Vittoria. Ero in ritardo. Sopra le case, in alto, il Castello di Gorizia avvolto nel crepuscolo afoso, torbido di luglio. Presso alcune mercerie ( negozi che qui, durante i giorni feriali, sono presi d’assalto da gruppi d’acquirenti frettolosi che arrivano d’oltre confine ) trovai un posteggio.  &lt;br /&gt;   Poche decine di metri mi dividevano dalla libreria di Giovanni come ugualmente vicina, svoltato l’angolo, si trovava la casa dov’era nato e vissuto Graziadio Isaia Ascoli. Insigne studioso, in una città di frontiera dell’altro secolo in cui gran parte della popolazione parlava ancora il friulano, come il tedesco o lo sloveno, da questo estremo, silenzioso angolo del nostro paese riuscì a rivoluzionare gli studi di linguistica: nell’Italia, un’Italia appena unificata difatti, al Manzoni che vedeva nel fiorentino colto la lingua da seguire, L’Ascoli ribatteva che anche il fiorentino in fondo non era che un dialetto e che la sua considerazione avrebbe portato a non tener conto della storia linguistica italiana precedente. Contro l’astrazione di un italiano parlato da una cerchia ristretta di persone Ascoli difese, in questo modo, la realtà dialettale. E, attraverso questo, una visione estremamente moderna della lingua intesa come una realtà mobile, aperta, impura: ma che in questo aprirsi ad altre influenze denuncia la sua vitalità, la sua capacità di incarnare la varietà e le continue trasformazioni del reale.&lt;br /&gt;   Combattivo nel difendere le sue idee, studioso instancabile, fondatore dell’Archivio Glottologico Italiano e Senatore del regno, era inoltre, tra i moltissimi altri, in stretto contatto con poeti come il Carducci e Pascoli. &lt;br /&gt;   Non sembrava così strano, allora, ritrovarsi in quella piccola libreria,  inconsapevolmente a novant’anni esatti dalla sua morte, a parlare della nuova poesia evocando le “Odi barbare”, molta dimenticata poesia di fine secolo, quasi per cercare, ripartendo da lontano, da una posizione eccentrica, strade poco battute per proiettarsi, con maggior forza, in avanti. &lt;br /&gt;   Incalzato da Gian Mario Villalta, Mario Benedetti, durante l’incontro, sembrava sottrarsi alle domande lanciando quasi casualmente, come fossero delle boutade, altri interrogativi, quasi che più della risposta importi quanto una domanda sia capace di creare nuove, ancora impensate domande. Aggiungere altri possibili punti di osservazione rispetto al problema. &lt;br /&gt;   Nel giorno già al termine fuori, uscendo nel buio, senza aver trovato una risposta ai propri interrogativi, ci si ritrovava in qualche modo cambiati; c’era stato come un balzo in avanti nel nostro pensiero, lungo il cammino si erano aggiunti nuovi sentieri, ponti per proseguire oltre. Gorizia, i suoi lunghi marciapiedi di pietra, lucidi sotto la luce dei lampioni, poche automobili, bar chiusi sempre troppo presto, si spalancava davanti, prolungata anch’essa, senza fine, nella notte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   I lineamenti fini, gli occhi di un celeste tenero. Mario Benedetti parla raramente. Sembra quasi, ad un primo incontro, poco interessato a ciò che gli sta succedendo intorno. Ma è soltanto un’impressione superficiale. In realtà, a volte dopo molto tempo, ci si accorge che i suoi silenzi sono il segno di un’attenzione profonda, di una curiosità che si esprime nell’ascolto, nello sguardo: particolari, anche minimi, frasi, nomi si imprimono nel suo ricordo con forza e, se capita di riparlarne assieme, di riferirsi a qualche occasione particolare, ci si accorge solo allora che fra tutti il più presente era sempre lui, il più apparentemente lontano.&lt;br /&gt;   Nato tra le colline di Nimis, in Friuli, Mario Benedetti vive da anni a Milano. Sul terrazzo di casa cerca un cielo scomparso. Un’aria irraggiungibile.&lt;br /&gt;   Torna spesso, appena può da queste parti, a trovare la sua famiglia. Con Donata, o da solo, approfitta di questi momenti per scoprire paesaggi sconosciuti. Paesi dimenticati tra le valli del Natisone, a cui si arriva per strade strette, accidentate. Le distese piatte della Bassa, con i pioppi nudi alla sera in un velo di nebbia. La gente, le tante genti diverse di qui. Con le parole ereditate, cariche di vita, che esplodono tra il fumo delle “private” come qui vengono chiamate le mescite stagionali di vino. Il profumo della landa carsica nel Terrano o del Traminer illimpidito dal gelo, come un discorso con questi luoghi mai interrotto, che si riapre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;                               Guardo vicino all’acqua l’acqua.&lt;br /&gt;                               Quando dici erba piango,&lt;br /&gt;                               quando nelle tue parole ci siamo noi e c’è tutto&lt;br /&gt;                               l’avere incominciato da piccoli&lt;br /&gt;                               qui in questa terra, dici, questa nostra terra...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Un rapporto profondo con la lingua, i luoghi, le persone su cui lo sguardo si è posato per la prima volta. Uno sguardo che, nel tempo, è andato spostandosi sempre più in là, lontano, intravvedendo e scontrandosi con problematiche profonde, sono la caratteristica più evidente - anche se non l’unica - del suo lavoro. Sono versi tratti dal suo primo libro di poesie e prose, “I secoli della primavera”, un libro il cui la parola, attraverso una dura e tesa scarnificazione del dettato lirico, tendeva ad avvicinarsi al manifestarsi della vita colta nel suo aspetto più nudo, anonimo, come a voler dar voce senza farle violenza a tutta quella infinita quantità di esistenze, di gesti e di paesaggi attraversati, destinata a non altro che a sparire, in silenzio: l’infanzia con i suoi tremori, la madre e il padre, le corse in bicicletta e il dischiudersi pieno di stupore nel vento, nei giorni, dei primi volti femminili amati. &lt;br /&gt;   Non si delineano risposte, rivelazioni in questi testi rapiti nel turbine dello sgomento di confrontarsi, senza nulla da opporre, al fluire degli anni che trascorrono cancellando, precipitando nella nebbia del ricordo ciò che fino ad un momento prima era tra noi, dentro di noi. &lt;br /&gt;   Eppure, lontana da ogni opaca immanenza, in queste parole che non parlano d’altro che di ciò che ci circonda, di una realtà umile, fatta di povere cose, si dilata fino a dissolverne i confini la percezione del mistero che le abita e in cui abitano. Le cose diventano allora il luogo in cui, da ogni direzione, il tempo precipita come sospendendole in un presente irreale, “un altro presente”:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E vedo - chissà dove - il bianco del soffitto, le porte che si aprono e si chiudono, soltanto più scure agli stipiti, dove tutto è presente: ciò che muore perché è ancora, perché rimane, perché continua ad essere...di nuovo all’angolo, dove le linee ripartono dal punto che conclude le pareti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Il suo secondo lavoro invece, Una terra che non sembra vera, è un piccolo libro uscito nel 1996. Sono ventun poesie appena ma, già ad una prima rapida lettura, si ha da subito l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo e di diverso rispetto al libro precedente e, insieme, a quanto offre in generale l’attuale produzione italiana.&lt;br /&gt;    Partendo ancora e sempre dalla vita quotidiana ad esempio - radicata profondamente nei drammi dell’oggi ma con vette d’intensità lirica inattese -  senza nessuna retorica questa poesia sembra la sola tra le tante che sia riuscita a restituire fino in fondo, attraverso le parole, il dramma, lo sgomento della guerra oltre confine. Un dramma senza fine che, in Slovenja, Slovenja, emerge senza mai essere nominato ma solo alluso nei versi finali:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ venuto con i passi nell’erba,&lt;br /&gt;è un vento che pensa e ha avuto un prato là&lt;br /&gt;e scende, va così, e sale nella mummia del fieno il suo forcone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su, qui, Silvano Berra ricorda Franco che tagliava ieri i càrpini.&lt;br /&gt;Io faccio fatica a dire chi sono perché non è più niente l’erba che capita.&lt;br /&gt;Aspetto sul muro il muro per sedermi, di poter guardare qui davanti&lt;br /&gt;il vento che è stato, i giorni che erano anche per me giornate di caldo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La nonna malata, ma era sempre un po’ magra malata,&lt;br /&gt;avvilita per le spese del funerale,&lt;br /&gt;come fate, lo ripeteva alla mamma.&lt;br /&gt;L’avevano portata con il carro all’ospedale e poi quando era venuta&lt;br /&gt;tra quelle due finestre si era fermato.&lt;br /&gt;Uno ubriaco l’aveva messa in spalla come un sacco, è morta così,&lt;br /&gt;l’hanno messa in terra ma era morta.&lt;br /&gt;Stava lì, nel suo vestito, con quello che si era visto sempre,&lt;br /&gt;era buona, era una donna buona.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Piangi qua, borgo senza nessuno&lt;br /&gt;carbone dei corpi e delle mucche&lt;br /&gt;vestiti bruciati, visi neri&lt;br /&gt;fumo delle carni e del fieno umido.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Un impressione di stupore e spaesamento insieme, accentuata anche dal fatto che la lingua di Benedetti non si discosta di molto da quella di ogni giorno: non troviamo, difatti, termini ricercati o preziosi, cari a tanti poeti; ed è quasi del tutto assente un uso  sperimentale della parola teso, a scardinare il linguaggio proiettandosi - attraverso un ribaltamento dei significati convenzionali - in altre non ancora esplorate dimensioni del dire. O, meglio, il lavoro di Benedetti parte dall’interno della lingua e procede per vie nascoste, lievi ma decisivi interventi, “scarti minimi” (parafrasando il titolo della rivista fondata assieme a Stefano Dal Bianco), in modo tale che, almeno apparentemente, non vi sia una differenziazione così evidente rispetto alla poesia della tradizione novecentesca. Eppure pochi ad esempio, quasi nessuno forse, hanno saputo convogliare la lezione estremamente moderna di Celan - senza forzature - all’interno della poesia italiana come questo autore. Una poesia come “Marzo”, soltanto per fare un esempio, si presenta come una sintesi rara di questo lavoro sulla parola:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un bianco dove non si mette niente,&lt;br /&gt;di notte&lt;br /&gt;si vede una pagina di Nerval,&lt;br /&gt;il sangue di Esenin, una baita, la strada nuda di una frontiera,&lt;br /&gt;un bungalow sulla costa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è mai tornare se diventa che mi vedi leggero.&lt;br /&gt;La mano attraverso le case è dirti guarda&lt;br /&gt;e già ti sporgi sul mare.&lt;br /&gt;E la primavera gira gli occhi nella primavera&lt;br /&gt;se ti dico guarda quante eriche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Difendimi, difendi questa notte bianca,&lt;br /&gt;il giorno ripetuto nel pensiero.&lt;br /&gt;Log, Ambleteuse,&lt;br /&gt;colpi dei piedi sulla strada, facce piene di vento scuro,&lt;br /&gt;i nostri visi nelle mani,&lt;br /&gt;il vento negli occhi chiusi per pensarlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E un albero di fiori&lt;br /&gt;sale sullo slargo con la marea&lt;br /&gt;perché la mano è così, amore,&lt;br /&gt;lei va alta tra i tuoi capelli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Nella parola, maturata nelle lunghe veglie, trovano asìlo tutte le cose minacciate, la notte condivisa dagli uomini, di cui l’umano fa parte. Proteggere la notte, porla in salvo, è mantenere viva, alta nel vento scuro, la fiamma del mistero. Le molte vite scomparse, i molti volti senza nome di cui siamo la sola, quasi sempre inconsapevole, testimonianza. Attraverso la memoria con cui un presente proiettato solamente nel futuro, nell’affinamento sempre più disumanizzante della tecnica, tende a recidere ogni legame. Decretando, per i morti, abbandonati a se stessi, una morte ulteriore, definitiva se nulla, più, li congiunge a noi, alla nostra vita. &lt;br /&gt;   Il peso di un’enorme responsabilità, di cui l’uomo deve farsi carico, viene ricordato, esplicitamente o implicitamente, in tutti questi versi . Parimenti, in altre forme, un medesimo appello veniva lanciato nell’ultima, lacerata poesia in friulano di Pasolini “Saluto e augurio”:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Difìnt i palès di moràr o aunàr,&lt;br /&gt;in nomp dai Dius, grecs o sinèis.&lt;br /&gt;Mòur di amòur par li vignis.&lt;br /&gt;E i fics tai ors. I socs, i stecs.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il ciàf dai to cunpàins, tosàt.&lt;br /&gt;Difìnt i ciàmps tra il paìs&lt;br /&gt;e la campagna, cu li so panolis,&lt;br /&gt;li vas’cis dal ledàn. Difìnt il prat&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;tra l’ultima ciasa dal paìs e la roja.&lt;br /&gt;I ciasàj a somèja a Glìsiis:&lt;br /&gt;giolt di chista idea, tènla tal còur.&lt;br /&gt;La confidensa cu’l soreli e cu’la ploja,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ti lu sas, a è sapiensa santa. *&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Nell’attimo in cui veramente capiamo come tutto ci sfugge, come noi sfuggiamo a noi stessi, cominciamo allora, per la prima volta, a comprendere quanto la sopravvivenza e la continuità delle cose può dipendere dal nostro volerle o non volerle custodire al nostro interno, garantendo loro - scomparse, sempre sul punto della cancellazione definitiva - uno spazio teso ancora ad accoglierle nel mondo. Dipende soltanto da noi - traghettandole con la nostra testimonianza verso il domani - se l’oblio assoluto avrà, o meno, il sopravvento.&lt;br /&gt;   Apparentemente - ma solo apparentemente appunto - rispetto ad altre ricerche più estreme questa poesia potrebbe allora forse apparire come un ritorno a forme e modi di esprimere più rassicuranti, come una sorta di riflusso, non riuscendo a trovare più alcun appiglio stabile, nell’alveo protettivo e materno di una realtà in cui questi riferimenti erano ancora intatti e vivi.&lt;br /&gt;   La frattura operata da Benedetti esiste invece; ma forse, per meglio dire, più che un distacco drammatico, un taglio netto, la sua è piuttosto da intendersi come una di quelle svolte decisive che accompagnano senza traumi, discretamente e senza il bisogno di doverlo manifestare, un passaggio naturale  da un’età della vita ad un’altra, per cui non c’è più bisogno di dover attaccare il nostro passato per liberarsene e proseguire oltre. Questo passaggio è anche il risultato di una rara sapienza nel riuscire a costruire testi estremamente equilibrati, in sé conclusi, “classici” quasi, con una misura ed un senso del ritmo che nulla, però, ha a che vedere con la metrica tradizionale. &lt;br /&gt;   Versi in cui il tempo batte, silenzioso, in perfetta sincronia con quello attuale. Il che li rende  quasi inavvertitamente familiari, vicini a noi, diversamente da ciò che accade con quanti credono (o sperano) di poter ristabilire un rapporto con il passato recuperando semplicemente forme già collaudate. Nate per altri, non più nostri, tempi.&lt;br /&gt;   La poesia di Benedetti - senza mai voler affermare nulla di definitivo, resa forte dalla sua a volte manifesta incapacità a dire - apre forse più di altre ricerche attuali un via, ancora percorribile e vera, verso il domani soltanto immaginabile della parola:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      &lt;br /&gt; Mi sento nel giro che facevi a prendere la legna,&lt;br /&gt; nel rumore del camion che va perché si possa entrare&lt;br /&gt; in trattoria durante l’ora di pausa: nei pensieri&lt;br /&gt;che accompagnano la terra da togliere nel cantiere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo è lo sguardo che lo tiene, quando si va la sera,&lt;br /&gt;e volendo ci si può chiedere com’è stata, che cosa, la giornata:&lt;br /&gt;restare in una melodia o con un disegno più nervoso e impossibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così mi penso nelle parole che risalgono il cortile,&lt;br /&gt;dopo averti sentita nell’aria che ti affaticava: un po’ intorno&lt;br /&gt;come una sera d’aria tra le pietre e sulla campagna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dove la neve è occuparsi di che cosa sono le erbe e i sassi,&lt;br /&gt;rimanere sulle cose per un po’, nel bianco della neve:&lt;br /&gt;con le piane che avevano il tuo sguardo grande,&lt;br /&gt;tu che diventavi le giornate, lavoro e prati di un mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Memorie e sguardi che si fondono nella luce smarrita di un unico, dilatato presente. Rivelazioni che sorgono ancora, anche dalle nuove poesie come questa, dall’ascolto di ciò che passa con noi, dentro di noi, e scompare, oltre una frontiera nascosta, inosservato. Intrattenibile. I muri strappati delle case che non ci sono, l’acqua sporca oltre le reti. I volti pieni di vento vivi fino a quando qualcuno continuerà, nel silenzio, ancora a pensarli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ivan Crico, 1996&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* “Difendi i paletti di gelso, di ontano, / in nome degli dei, greci o cinesi. / Muori di amore per le vigne. / Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi. // Per il capo tosato dei tuoi compagni. Difendi i campi tra il paese / e la campagna, con le loro pannocchie / abbandonate. Difendi il prato // tra l’ultima casa del paese e la roggia. / I casali assomigliano a Chiese: / godi di questa idea, tienla nel cuore. / La confidenza con il sole e la pioggia, // tu lo sai, è sapienza santa”. Pier Paolo Pasolini, “Saluto e augurio”, p. 257.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-7871403795356603283?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/7871403795356603283/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=7871403795356603283' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7871403795356603283'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7871403795356603283'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/06/mario-benedetti-il-cielo-per-sempre.html' title='Mario Benedetti. Il cielo per sempre'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sooc6jB0UyI/AAAAAAAAAFU/Mf78VH0uY6U/s72-c/mario_benedetti.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-7787155655854946577</id><published>2009-05-10T21:35:00.001+02:00</published><updated>2009-08-18T05:45:13.084+02:00</updated><title type='text'>Francesco Tomada, "A ogni cosa il suo nome"</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soojvhoa5XI/AAAAAAAAAHM/GSt8iQUHWXs/s1600-h/tomada.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 136px; height: 200px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soojvhoa5XI/AAAAAAAAAHM/GSt8iQUHWXs/s320/tomada.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371144804981466482" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;L'ultima prova poetica di Francesco Tomada, "A ogni cosa il suo nome" (pubblicato dalle edizioni "Le voci della luna"), non può che rincuorarci sui destini della poesia edita in Italia in questi ultimi anni. Si tratta di testi - dobbiamo dirlo - di diversa intensità lirica e, a volte, di diversa qualità dal punto di vista contenutistico e della ricerca formale, ma testi che sono tutti comunque, dal primo all'ultimo, figli di una "poesia onesta" (onesta fino ad essere dura, dolorosamente diretta) come direbbe Saba. &lt;br /&gt;  Sguardi, riflessioni di un autore che non finge con se stesso né con gli altri, che da anni si impegna per amore della poesia e a favore della poesia altrui (assieme all'amico Giovanni Fierro) in modo coerente, generoso e disinteressato. Qualità che fanno di lui, anche se non fosse l'ottimo poeta che conosciamo, una persona piena di qualità oggi - purtroppo - sempre più rare nel mondo dell'arte. Un mondo in cui si è soltanto nella misura in cui si appare e in cui spesso, troppo spesso, chi vuol apparire a tutti i costi è proprio colui che più soffre di una mancanza di senso da colmare ad ogni costo, in tutti i modi all'infuori dell'unico davvero necessario: affrontarla. In modo spietato se serve, senza infingimenti, magari cominciando a fermarsi a meditare sulle lettere di Van Gogh o i testi della Dikinson. Autori quasi del tutto sconosciuti in vita ma le cui opere, create completamente senza curarsi troppo - o per niente quasi - del giudizio altrui, continuano a parlarci da quegli anni lontani con una voce più viva della stessa vita presente che viviamo. Altrimenti tutto si risolve nell'inseguimento frenetico del consenso del pubblico, consenso che solo in apparenza giustifica questo vuoto oscurandolo con le maschere del successo e delle gratificazioni economiche. Ma chi scrive o dipinge non può continuare a comportarsi come uno stilista che deve sempre essere sotto le luci della ribalta - pena il rischio di veder le proprie collezioni invendute in magazzino - e misurare il valore della propria opera a seconda dei quadri venduti o il numero di inviti ai vari festival letterari. Bisognerebbe ritornare ad imparare a tacere, di tanto in tanto - e meglio se tanto -, operare in silenzio e solo per amore del far bene le cose, come quegli artigiani di un tempo che dedicavano la massima cura a particolari di capitelli che poi dal basso, tolta l'impalcatura, più nessuno avrebbe mai rivisto per secoli. Per noi stessi, per tornare ad imparare a donare agli altri i frutti di questo silenzio senza spargere manciate di semi ovunque ma che, difficilmente, troveranno poi terreni propizi, terreni fertili su cui attecchire. Essere parchi nel dire e nel mostrarsi, come ci insegna Kavafis, significa avere anche il massimo rispetto verso coloro a cui ci si rivolge: dare agli altri solo il meglio di sé, ciò in cui crediamo veramente e che crediamo meriti di essere condiviso per fare di questo mondo un mondo più bello, più giusto, non perfetto ma certamente - questo è possibile - un po' migliore di quello in cui viviamo.  &lt;br /&gt;  Ho parlato poco - volutamente - del libro di Tomada, lasciando ad altri  certo più di me adatti (vedi su Internet nel bel blog "La dimora del tempo sospeso" la bellissima recensione di Francesco Marotta) un commento  approfondito delle varie, toccanti sezioni. &lt;br /&gt;  I testi vanno letti in ogni caso, tutti, e meglio se letti tenendo fisicamente tra le mani questo libro, sfogliandone le pagine lentamente. Lentamente come entreremo nella sua casa, a Gorizia, attraverso la porta che ha lasciato appena aperta, mentre lui alla finestra guarda di fuori - nuvole che si raggomitolano nel cielo, una ragazzina che risponde al cellulare, le immagini nella memoria di volti scomparsi - e in quella luce ci sta aspettando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ivan Crico, 27 aprile 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Francesco Tomada, "A ogni cosa il suo nome", "Le voci della luna poesia" 2008, prezzo 10 €)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-7787155655854946577?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/7787155655854946577/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=7787155655854946577' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7787155655854946577'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7787155655854946577'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/05/francesco-tomada-ogni-cosa-il-suo-nome.html' title='Francesco Tomada, &quot;A ogni cosa il suo nome&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soojvhoa5XI/AAAAAAAAAHM/GSt8iQUHWXs/s72-c/tomada.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-3225529761531149267</id><published>2009-04-30T07:41:00.003+02:00</published><updated>2009-08-18T05:18:23.969+02:00</updated><title type='text'>"Gomorra? Una visione sua"</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoodO90vOlI/AAAAAAAAAFc/3EKLUbvctaI/s1600-h/chiambretti.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 146px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoodO90vOlI/AAAAAAAAAFc/3EKLUbvctaI/s320/chiambretti.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371137648543873618" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Giovedì 30 aprile. Ieri sera, alla show di Piero Chiambretti, spettacolo davvero penoso offerto da due "stelle" del calcio italiano: Quagliarella e Di Natale. Il conduttore ad un certo punto chiede ai due cosa ne pensano del film "Gomorra", tratto dall'omonimo libro di Saviano. Le risposte sono del tipo: "Ma è una visione sua" o banalità come "Napoli è comunque bellissima" (certo che è bella, ma cosa c'entra con la domanda?) seguite da imbarazzanti silenzi, mezzi sorrisi da amichetti delle elementari, sguardi che si rivolgono altrove. &lt;br /&gt;Una scena davvero indecente - pensando all'influenza che esercitano questi nuovi divi su milioni di giovani e non giovani in Italia e all'estero - e che inoltre getta ombre sinistre su un mondo ormai alla totale mercè del dio denaro, come quello del calcio, e sui suoi più che probabili legami con queste organizzazioni criminali. Tutto questo in un paese dove imberbi multimilionari, che a malapena sanno rispondere alle domande più elementari, sono invitati ovunque ad esporre il loro non pensiero mentre chi avrebbe davvero delle cose serie da dire e interessanti da ascoltare - come ha ricordato più volte Rita Levi Montalcini in questi giorni - è costretto a lavorare gratis o quasi in laboratori fatiscenti. Di fronte a tutto questo allora torno a dire: sinceramente sono stanco, molto stanco di veder parte delle mie tasse impiegate non per restaurare castelli, non per finanziare associazioni culturali, non per finanziare ricerche, ma per continuare, ad esempio, a pagare le nostre forze dell'ordine per controllare gli stadi il sabato e la domenica. Se queste società hanno a disposizione milioni di euro per pagare i vari Totti o Cannavaro, mi dico, vuol dire che possono pagarsi anche una propria vigilanza privata. Quei carabinieri e poliziotti vorremmo vederli impiegati per combattere questa cancrena che sta divorando il nostro paese (e non solo) e di cui questi incoscienti negano, in modo del tutto ingiustificabile, l'esistenza. &lt;br /&gt; Abbiamo penato due anni per raggiungere un obiettivo che sembrava quasi impossibile: offrire, attraverso la legge Bacchelli, un vitalizio al nostro amico poeta friulano Federico Tavan. Ecco, io vorrei vivere in un posto dove sia possibile ascoltare le voci di coloro che come questo poeta, con animo puro, sempre in modo disinteressato, hanno contribuito a migliorare il livello culturale e spirituale del paese. Non quelle di chi giustifica, per ignoranza (comunque intollerabile) o altro, chi lo sta distruggendo, chi lo fa precipitare in un baratro tenebroso d'inciviltà e barbara violenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ivan Crico&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-3225529761531149267?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/3225529761531149267/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=3225529761531149267' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/3225529761531149267'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/3225529761531149267'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/04/gomorra-una-visone-sua.html' title='&quot;Gomorra? Una visione sua&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoodO90vOlI/AAAAAAAAAFc/3EKLUbvctaI/s72-c/chiambretti.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-2614353661071294722</id><published>2009-04-26T00:55:00.002+02:00</published><updated>2009-08-18T05:19:19.612+02:00</updated><title type='text'>25 aprile 2009</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soodqoi9laI/AAAAAAAAAFk/GfvPdrBOgIA/s1600-h/terremoto.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 273px; height: 320px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soodqoi9laI/AAAAAAAAAFk/GfvPdrBOgIA/s320/terremoto.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371138123868509602" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;(A coloro che non ci sono più&lt;br /&gt;e a Simone, ritornato da Monfalcone&lt;br /&gt;nella terra dei suoi avi&lt;br /&gt;e miracolosamente sopravvissuto&lt;br /&gt;al crollo della sua casa)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;25 aprile. Sabato. Piove &lt;br /&gt;da ottanta ore sulle tendopoli&lt;br /&gt;degli sfollati.  La terra come una lastra&lt;br /&gt;di ghiaccio ora dove il piede &lt;br /&gt;scivola e non ci sono appigli per le mani &lt;br /&gt;più, per la vita a cui aggrapparsi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma forse sono già sogno le scale &lt;br /&gt;che crollano dietro di te, i muri fragili&lt;br /&gt;castelli di carta che un soffio&lt;br /&gt;basta per far cadere - casa&lt;br /&gt;che si fa trappola di polvere e macerie&lt;br /&gt;di giorni futuri - mentre corri incontro &lt;br /&gt;alla notte, a quel buio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;infinito di notti &lt;br /&gt;rimaste chiuse a chiavi, fuori &lt;br /&gt;verso dove non hai niente &lt;br /&gt;ormai non sei niente &lt;br /&gt;di ciò che eri e solo una cosa cerchi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;liberazione&lt;br /&gt;liberazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;IVAN CRICO&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-2614353661071294722?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/2614353661071294722/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=2614353661071294722' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/2614353661071294722'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/2614353661071294722'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/04/25-aprile-2009.html' title='25 aprile 2009'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soodqoi9laI/AAAAAAAAAFk/GfvPdrBOgIA/s72-c/terremoto.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-8325797506385660245</id><published>2009-03-14T00:10:00.002+01:00</published><updated>2009-08-18T05:20:13.363+02:00</updated><title type='text'>Ho visto anche degli zingari felici: omaggio a Claudio Lolli</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sood4SjgMbI/AAAAAAAAAFs/Bekl9Bbe7fI/s1600-h/lolli.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 264px; height: 320px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sood4SjgMbI/AAAAAAAAAFs/Bekl9Bbe7fI/s320/lolli.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371138358483366322" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Ho visto anche &lt;br /&gt;degli zingari felici&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' vero che dalle finestre&lt;br /&gt;non riusciamo a vedere la luce&lt;br /&gt;perché la notte vince sempre sul giorno&lt;br /&gt;e la notte sangue non ne produce,&lt;br /&gt;è vero che la nostra aria&lt;br /&gt;diventa sempre più ragazzina&lt;br /&gt;e si fa correre dietro&lt;br /&gt;lungo le strade senza uscita,&lt;br /&gt;è vero che non riusciamo a parlare&lt;br /&gt;e che parliamo sempre troppo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' vero che sputiamo per terra&lt;br /&gt;quando vediamo passare un gobbo,&lt;br /&gt;un tredici o un ubriaco&lt;br /&gt;o quando non vogliamo incrinare&lt;br /&gt;il meraviglioso equilibrio&lt;br /&gt;di un'obesità senza fine,&lt;br /&gt;di una felicità senza peso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' vero che non vogliamo pagare&lt;br /&gt;la colpa di non avere colpe&lt;br /&gt;e che preferiamo morire&lt;br /&gt;piuttosto che abbassare la faccia, è vero&lt;br /&gt;cerchiamo l'amore sempre&lt;br /&gt;nelle braccia sbagliate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' vero che non vogliamo cambiare&lt;br /&gt;il nostro inverno in estate,&lt;br /&gt;è vero che i poeti ci fanno paura&lt;br /&gt;perché i poeti accarezzano troppo le gobbe,&lt;br /&gt;amano l'odore delle armi&lt;br /&gt;e odiano la fine della giornata.&lt;br /&gt;Perché i poeti aprono sempre la loro finestra&lt;br /&gt;anche se noi diciamo che è&lt;br /&gt;una finestra sbagliata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' vero che non ci capiamo,&lt;br /&gt;che non parliamo mai&lt;br /&gt;in due la stessa lingua,&lt;br /&gt;e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero&lt;br /&gt;che abbiamo tanto da fare&lt;br /&gt;e non facciamo mai niente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' vero che spesso la strada ci sembra un inferno&lt;br /&gt;e una voce in cui non riusciamo a stare insieme,&lt;br /&gt;dove non riconosciamo mai i nostri fratelli,&lt;br /&gt;è vero che beviamo il sangue dei nostri padri,&lt;br /&gt;che odiamo tutte le nostre donne&lt;br /&gt;e tutti i nostri amici. Ma ho visto anche degli zingari felici&lt;br /&gt;corrersi dietro, far l'amore&lt;br /&gt;e rotolarsi per terra,&lt;br /&gt;ho visto anche degli zingari felici&lt;br /&gt;in Piazza Maggiore&lt;br /&gt;ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma ho visto anche degli zingari felici&lt;br /&gt;corrersi dietro, far l'amore&lt;br /&gt;e rotolarsi per terra,&lt;br /&gt;ho visto anche degli zingari felici&lt;br /&gt;in Piazza Maggiore&lt;br /&gt;ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-8325797506385660245?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/8325797506385660245/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=8325797506385660245' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/8325797506385660245'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/8325797506385660245'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/03/ho-visto-anche-degli-zingari-felici.html' title='Ho visto anche degli zingari felici: omaggio a Claudio Lolli'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sood4SjgMbI/AAAAAAAAAFs/Bekl9Bbe7fI/s72-c/lolli.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-7848296374964936299</id><published>2009-03-08T08:21:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T05:44:14.272+02:00</updated><title type='text'>INTERVISTA A IVAN CRICO A CURA DI SIMONE SOLDERA</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoojhV-Pu9I/AAAAAAAAAHE/wCbW4ky8vps/s1600-h/duemila.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 150px; height: 200px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoojhV-Pu9I/AAAAAAAAAHE/wCbW4ky8vps/s320/duemila.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371144561333615570" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;POESIA: IVAN CRICO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) QUALCHE ANEDDOTO SULLA SUA VITA? ESISTE UN INIZIO DELLA SUA CARRIERA NEL CAMPO CULTURALE?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Disegno da sempre ed ho un aneddoto, credo, abbastanza divertente a questo proposito. All'età di otto anni, quando mi chiesero cosa volevo fare da grande, risposi: o il becchino o il pittore. Ma, confesso, tra le due professioni comunque la pittura, già allora, mi intrigava molto di più. Così chiesi in regalo un cavalletto e dei colori. E non smisi più di dipingere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2) COME RIESCE A CONIUGARE LA PASSIONE PER L'ARTE, PER LA SCRITTURA CON IL RESTAURO?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  In realtà non posso definirmi un restauratore quanto, piuttosto, un'artista che ha avuto la possibilità fin da piccolo, grazie a bravi insegnanti e alla frequentazione di antiche botteghe artigiane, di conoscere le tecniche degli antichi maestri. Quindi, oltre ad ideare decorazioni ex novo, anche astratte, a volte mi capita di collaborare con valenti restauratori ricostruendo fedelmente pezzi - a volte anche di enormi dimensioni - di perdute decorazioni ed affreschi. &lt;br /&gt;  Non credo e non ho mai creduto ad assurde classificazioni come quelle che vorrebbero distinguere le arti tra "maggiori" e "minori": ci può essere più poesia nella laccatura prodigiosa di un violino che in un romanzo storico di mille pagine. Il segno, la parola, il suono, sono solo modi diversi per dar forma a ciò che sentiamo nel profondo. &lt;br /&gt;L'arte non ha confini e, se vogliamo viverla pienamente, anche noi non dobbiamo averne.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3) QUALI LAVORI L'HANNO IMPEGNATA MAGGIORMENTE NEGLI ULTIMI ANNI?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Assieme a Giovanna Nevyel e Claudia Ragazzoni abbiamo ricostruito, dopo il crollo di metà del soffitto, la parte mancante di un grande e ricco affresco barocco a Villa Brigido, alla periferia di Trieste. Un lavoro difficilissimo anche perché il confronto con l'originale non lasciava margini d'errore. &lt;br /&gt;  Attualmente sto decorando, su mio disegno, i due grandi saloni di una villa seicentesca veneta che si trova ad Aiello del Friuli che erano stati completamente devastati e intonacati dopo la seconda guerra mondiale. Sono quasi 500 metri quadri di decorazioni. Solo facendo lavori di questo tipo riesci però a renderti conto, veramente, del talento sconfinato di maestri come il Tiepolo e, insieme, della cecità dei nostri amministratori che nulla hanno fatto per mantenere viva questa grande tradizione decorativa che, come sa, per tanti secoli è stata motivo di vanto per tutto il nostro paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4) QUALI SONO GLI AUTORI CHE PREFERISCE? CI SONO PERSONAGGI CHE LA AFFASCINANO IN PARTICOLAR MODO?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'elenco sarebbe troppo vasto, anche qui mi interessano autori di ogni epoca e luogo, da Eraclito ai monaci zen, da John Donne a Paul Celan. Amo quegli autori che si interrogano senza tregua sul senso dell'esistere e non cedono alla tentazione di abbandonare le proprie speranze per accontentarsi - come tanti, troppi fanno - del mondo nei suoi aspetti più immanenti. Bisogna, come diceva Holderlin, non dimenticarsi di ciò che abbiamo lodato da bambini, non scordarci mai da quali sogni siamo partiti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;5) DOVE TROVA IL TEMPO PER DEDICARSI ANCHE ALL'ORGANIZZAZIONE DI EVENTI CULTURALI? LA AFFRONTA DA SOLO QUESTA AVVENTURA OPPURE PUÒ CONTARE SULL'AIUTO DI QUALCUNO?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutti dicono, guardi, che oggi c'è poco tempo. Ma non si interrogano sul come lo impiegano, il loro tempo. Serate passate ad inebetirsi davanti allo schermo, vacanze trascorse in demenziali villaggi turistici, a rincorrere la fortuna grattando biglietti pieni di inchiostri tossici. Ed il tempo per crescere interiormente? Non c'è più. Sparito. Io invece ho ancora bene in mente i miei nonni e vecchi zii, con la prima elementare, operai dei cantieri navali, che alla sera rimanevano a leggere fino a tardi i grandi classici perché, mi dicevano, solo così possiamo migliorare, guardare con altri occhi il mondo. Mi sono abituato a trovare del tempo per me anche se ho lavorato dalle sei di mattina fino a sera. Seguo il loro meraviglioso, commovente esempio. Così, se credo in qualcosa, la porto avanti sempre e comunque, indipendentemente se sono solo od ho cento persone che mi sostengono. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;6) COME STA VIVENDO, SECONDO LEI, LA CULTURA IN QUESTI TEMPI DIFFICILI? RIUSCIRÀ A "SOPRAVVIVERE"?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io ho molta fiducia nei giovani. Liberi dalle ideologie, dall'obbligo di stare da una parte o dall'altra, come se il mondo fosse fatto solo di nero o bianco e non da infiniti colori con infinite sfumature, potranno indicarci, lo spero, nuove direzioni. Purtroppo il potere, qui da noi ma non solo, è ancora tenuto ben stretto nelle mani di chi giovane non è e, forse, non lo è mai stato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;7) QUALI SONO I LUOGHI IN CUI SI RECA PIÙ VOLENTIERI?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quelli in cui sopravvivono ancora i segni di persone che facevano con amore e rispetto le cose, come certi borghi rurali del Friuli o dell'Istria scampati miracolosamente alle devastazioni del cosiddetto "progresso", e poi, sempre, i luoghi della mia infanzia, i grandi abbacinati greti dell'Isonzo ed il Carso, in autunno, quando le foglie dei sommacchi infiammano i grigi delle pietraie corrose dall'acqua e dal vento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;8) HA SOGNI NEL CASSETTO?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vorrei vedere le persone guardare gli altri non come nemici da combattere ma come fratelli con cui ridere insieme quando fiorisce il tempo della gioia e piangere, sempre insieme, quando arriva il tempo del pianto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;9) CHE LIBRI VALE LA PENA DI ACQUISTARE E DI LEGGERE?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un autore che pochi conoscono, ed è un vero peccato, è un grande poeta mistico persiano, il sufi Rumi. Nei suoi versi c'è davvero tutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;10) COME VEDE IL FRIULI VENEZIA GIULIA? COME, SECONDO LEI, È CAMBIATA LA REGIONE NEGLI ULTIMI ANNI?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Potevo andarmene a vivere all'estero ma ho deciso di costruire qui la mia casa.  Mi sembra un più che sufficiente segno di fiducia. &lt;br /&gt;  Si tratta, per me, di una regione di una bellezza unica, piena di persone di grande talento - basti pensare a Rubbia, ad Elisa, Cappello - ma anche di una regione ancora incapace di prendere il volo. Con Trieste immobilizzata in una sorta di eterno presente in cui diventa quasi impossibile immaginare per se stessi un domani, con un Friuli che di fronte ad ogni novità continua a rifugiarsi nelle nebbie della nostalgia e di stereotipi che non lo rappresentano più. Non è incredibile, difatti, che figli e nipoti di contadini oggi non si facciano alcuno scrupolo nel devastare con infrastrutture e centri commerciali i paesaggi cantati dalla Percoto e Pasolini? O che discendenti di generazioni di emigranti siano i primi a non riconoscere più il dolore, il tragico senso di sradicamento nell'anima dei nuovi immigrati? &lt;br /&gt;  Vi sono però anche molti segnali positivi. Ma è un po' presto per capire se avranno la costanza, la forza necessaria per scardinare le troppe porte ancora tenute ben chiuse da chi non sopporta venti nuovi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;11) COSA PENSA DELLA NATURA?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che ha, se la vogliamo ascoltare, ancora tante cose da insegnarci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(DUEMILA, MENSILE DI INFORMAZIONE CULTURALE &lt;br /&gt;DEL NORDEST EDITO DA MATTEO EDITORE, N. 3 MARZO 2009, P. 58)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-7848296374964936299?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/7848296374964936299/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=7848296374964936299' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7848296374964936299'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7848296374964936299'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/03/intervista-ivan-crico-cura-di-simone.html' title='INTERVISTA A IVAN CRICO A CURA DI SIMONE SOLDERA'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoojhV-Pu9I/AAAAAAAAAHE/wCbW4ky8vps/s72-c/duemila.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-4897539866249652848</id><published>2009-02-13T01:06:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T05:21:44.678+02:00</updated><title type='text'>Ivan Crico a Oderzo per l' Omaggio all'arte di Vittore Antonio Cargnel</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooeOoUhFYI/AAAAAAAAAF0/U6rQ8FSyOeo/s1600-h/cargnel.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 226px; height: 161px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooeOoUhFYI/AAAAAAAAAF0/U6rQ8FSyOeo/s320/cargnel.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371138742283212162" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Messaggero Veneto — &lt;br /&gt;12 febbraio 2009   pagina 08   sezione: PORDENONE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PORDENONE. Il territorio del Friuli Venezia Giulia e del Veneto ha riscoperto l’arte di Vittore Antonio Cargnel, uno dei suoi cantori più poetici e appassionati, grazie alle esposizioni organizzate da FriulAdria e dalla Fondazione Oderzo Cultura, a Pordenone e Oderzo. Le due mostre, che hanno riscosso un notevole successo, continueranno fino a domenica e, per agevolare l’afflusso dei visitatori, la banca ha deciso di tenere aperta la propria sede di rappresentanza di Palazzo Cossetti, a Pordenone, anche nel fine settimana. Chi lo desidera potrà quindi visitare “Bianche sensazioni”, con le opere di Cargnel dedicate al tema della neve, anche sabato e domenica dalle 16 alle 19. A coronamento del progetto espositivo si inserisce la poesia, con un’iniziativa realizzata con la partecipazione di pordenonelegge.it: un omaggio a Cargnel, dal titolo “Le strade dei poeti - Paesaggi, dialetti, sguardi tra Veneto e Friuli”, che si terrà oggi a Palazzo Foscolo, a Oderzo, alle 20.45. Friuli e Veneto sono intensamente presenti nell’opera di Cargnel, che ha amato cogliere i particolari caratteri dei paesaggi e dei borghi di queste contrade nelle loro analogie e nella loro unicità. Con le immagini, i colori, gli orizzonti quotidiani, anche la lingua dei poeti forma un paesaggio di suoni e di emozioni che compongono i luoghi della vita. Quale migliore omaggio, allora, alla pittura di Cargnel, se non ripercorrere idealmente le strade care alla sua opera ascoltando le voci dei poeti? Tra Veneto e Friuli, con il fascino delle diverse intonazioni dei dialetti, ma anche della lingua italiana, sei poeti oggi tra i più apprezzati - Pierluigi Cappello, Luciano Cecchinel, Ivan Crico, Igor De Marchi, Fabio Franzin e Gian Mario Villalta - leggeranno dalle loro raccolte i versi che meglio sentono intonati alle atmosfere pittoriche che pervadono le sale di Palazzo Foscolo, rievocando, tra pittura e poesia, il senso del nostro tempo attraverso la diversa sensibilità del passato e del presente, per accogliere il perduto e riconoscere il nuovo che appena adesso impariamo a guardare. (c.s.)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-4897539866249652848?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/4897539866249652848/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=4897539866249652848' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/4897539866249652848'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/4897539866249652848'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/02/ivan-crico-oderzo-per-l-omaggio-allarte.html' title='Ivan Crico a Oderzo per l&apos; Omaggio all&apos;arte di Vittore Antonio Cargnel'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooeOoUhFYI/AAAAAAAAAF0/U6rQ8FSyOeo/s72-c/cargnel.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-6677224279295160532</id><published>2009-02-13T00:55:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T05:23:11.845+02:00</updated><title type='text'>Ivan Crico in un sito web canadese</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooelWASWWI/AAAAAAAAAF8/FbiyNImIJ24/s1600-h/bandiera+mappa+canada.gif"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 256px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooelWASWWI/AAAAAAAAAF8/FbiyNImIJ24/s320/bandiera+mappa+canada.gif" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371139132503513442" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;da: il Piccolo — &lt;br /&gt;09 febbraio 2009   pagina 06   sezione: GORIZIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;RONCHI &lt;br /&gt;Ancora un riconoscimento per Ivan Crico, artista e studioso della bisiacaria, poeta e pittore. Oggi la prosa e la poesia di Crico si trovano anche su “Bibliosofia”,un sito web creato originariamente in Italia da Fabio Brotto e che in seguito ha aperto anche una sua sezione in Canada grazie a Egidio Marchesi, laureatosi a Toronto in studi italo canadesi. Lo scopo è quello di far conoscere in Italia sia scrittori italo canadesi, sia canadesi ed in Canada gli scrittori italiani. Da due anni, in Canada, a Egidio Marchesi sono subentrate le studiose Elettra Bedon e Licia Canton che curano la sezione “Letteratura canadese e altre culture”, con il compito di cercare i testi che sono sinora, nella maggior parte dei casi, in inglese accompagnati dalla relativa traduzione in italiano. Negli ultimi due numeri della rivista online si possono trovare anche alcuni testi poetici ed un saggio di Ivan Crico. Diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Ivan Crico ha esposto in Italia e all'estero. Affermato poeta in lingua, dal 1989 scrive nella lingua arcaica veneta chiamata "bisiàc". Suoi testi poetici e saggi critici sono apparsi sulle maggiori riviste letterarie italiane. Recentemente Crico, nell'ambito della “Rassegna di arte contemporanea”, ha presentato una sua nuova opera scultorea realizzata nel giardino della chiesetta di Borgo Fornasir a Cervignano.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-6677224279295160532?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/6677224279295160532/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=6677224279295160532' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/6677224279295160532'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/6677224279295160532'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/02/ivan-crico-in-un-sito-web-canadese.html' title='Ivan Crico in un sito web canadese'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SooelWASWWI/AAAAAAAAAF8/FbiyNImIJ24/s72-c/bandiera+mappa+canada.gif' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-2315791256616652933</id><published>2009-02-08T01:29:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T05:25:48.931+02:00</updated><title type='text'>FRANCO PIAVOLI, un grande regista da conoscere</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoofNDatPyI/AAAAAAAAAGM/k0GCmy_dV_A/s1600-h/piavoli.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 306px; height: 320px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoofNDatPyI/AAAAAAAAAGM/k0GCmy_dV_A/s320/piavoli.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371139814708821794" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Un profilo a cura di Enrico Danesi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Franco Piavoli è un bresciano di Pozzolengo. In questo splendido villaggio dell’entroterra gardesano, in un’antica casa situata nel centro del paese, Piavoli è nato nei primi anni Trenta e tuttora risiede con la moglie Neria e il figlio Mario. &lt;br /&gt;Dopo una svogliata laurea in Legge, un altrettanto faticoso praticantato, si ferma prima dell’accesso alla professione forense e si dedica all’insegnamento del Diritto nelle scuole superiori. Sono gli anni Sessanta, e in  Franco, che da sempre coltiva una passione per la poesia, la pittura, la musica (specie le composizioni polifoniche dei grandi maestri francesi) e per la fotografia, comincia a emergere la voglia di fare cinema.  &lt;br /&gt;Amore per il cinema che non tarda a fornire risultati di prestigio: Le stagioni (1961), Domenica sera (1962), Emigranti (1963), Evasi (1964), cortometraggi premiati in vari festival nazionali ed esteri, danno la misura di un approccio alla materia che offre qualità, spessore poetico e originalità stilistica.  &lt;br /&gt;Sono i sognatori che salveranno il cinema: e infatti Piavoli guarda le cose di ogni giorno rendendole nuove; microcosmi nascosti allo sguardo disattento dell’uomo sono recuperati da quello meticoloso di un sognatore che sa scovare il bello e l’emozione nel quotidiano. Piavoli, è ormai chiaro, ha qualcosa da dire e sa come dirla. Eppure per vent’anni non gira più nulla: forse per non ancorarsi a un modo consolidato di fare cinema, forse per attendere i tempi e l’occasione giusta o forse, più realisticamente, per documentarsi e predisporre un ritorno a più alti livelli.  &lt;br /&gt;Giungono infine gli anni Ottanta, una decade per tanti versi non esaltante. Anche il cinema sembra assopito in un torpore che sa di stanchezza, reiterazione di vecchi canoni espressivi, assenza di novità. In questo clima di stagnazione il primo lungometraggio di Piavoli, Il pianeta azzurro (1982), si impone come un raggio di sole, un gioiello in grado di riscattare la languente scuola registica italiana, indicando nuove strade e un modo diverso di fare cinema.  &lt;br /&gt;Chi, come Piavoli, sa rapportarsi alla vita ogni volta con immutato stupore non soffre di crisi di ispirazione, ma ha bisogno di tempi lunghi per dare forma alle idee, alle emozioni, alle suggestioni. Bisogna così attendere il 1989 per il secondo lungometraggio di questo regista-artigiano (e la definizione vuole esaltarne la personale disposizione a fare direttamente - con il solo prezioso aiuto della moglie Neria e ora anche del figlio Mario - tutto ciò che attiene al film), Nostos. Il ritorno, e poi, dopo altri sette anni di gestazione e lavoro sul campo, Voci nel tempo (1996).In questi anni Piavoli, che inizierà nella prossima estate le riprese di un nuovo film, per ora alquanto misterioso nel soggetto, non si è limitato al cinema: nel suo curriculum figurano regie teatrali (Suor Angelica di Puccini, La forza del destino di Verdi, Norma di Bellini) e il ritorno all’insegnamento, stavolta a livello accademico, con il corso di Istituzioni di Regia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia.&lt;br /&gt;FILMOGRAFIA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1953  Uccellanda, cm in b/n &lt;br /&gt;1954  Ambulatorio, cm in b/n &lt;br /&gt;1955  Incidente, cm in b/n &lt;br /&gt;1961  Le stagioni, cm a colori &lt;br /&gt;1962  Domenica sera, cm a colori &lt;br /&gt;1963  Emigranti, cm in b/n &lt;br /&gt;1964  Evasi, cm in b/n &lt;br /&gt;1982  Il pianeta azzurro, lungometraggio a colori &lt;br /&gt;1986  Lucidi inganni, cm a colori &lt;br /&gt;1986  Il parco del Mincio, cm a colori &lt;br /&gt;1989  Nostos. Il ritorno, lungometraggio a colri &lt;br /&gt;1996 Voci nel tempo, lungometraggio a colori&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-2315791256616652933?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/2315791256616652933/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=2315791256616652933' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/2315791256616652933'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/2315791256616652933'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/02/franco-piavoli-un-grande-regista-da.html' title='FRANCO PIAVOLI, un grande regista da conoscere'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoofNDatPyI/AAAAAAAAAGM/k0GCmy_dV_A/s72-c/piavoli.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-5043857954116897946</id><published>2009-01-31T23:36:00.003+01:00</published><updated>2009-08-18T05:27:42.057+02:00</updated><title type='text'>Andrei Tarkovsky</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoofokP3RFI/AAAAAAAAAGc/y0vuKlt1MOA/s1600-h/Andrej_Tarkovskij.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 208px; height: 281px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoofokP3RFI/AAAAAAAAAGc/y0vuKlt1MOA/s320/Andrej_Tarkovskij.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371140287378179154" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;C'è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. &lt;br /&gt;Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta. &lt;br /&gt;Così come non credo che si viaggi per tornare. &lt;br /&gt;L'uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perchè, nel frattempo, lui stesso è cambiato. &lt;br /&gt;Da sè stessi non si può fuggire. &lt;br /&gt;Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. &lt;br /&gt;Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. &lt;br /&gt;In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l'uomo un viaggio simbolico. &lt;br /&gt;Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. &lt;br /&gt;Per questo l'uomo deve poter viaggiare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Andrei Tarkovsky&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-5043857954116897946?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/5043857954116897946/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=5043857954116897946' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/5043857954116897946'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/5043857954116897946'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/01/andrei-tarkovsky.html' title='Andrei Tarkovsky'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoofokP3RFI/AAAAAAAAAGc/y0vuKlt1MOA/s72-c/Andrej_Tarkovskij.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-2337650317757096830</id><published>2009-01-23T06:25:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T05:46:17.823+02:00</updated><title type='text'>Poesie di Biagio Marin</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sooj_eTDibI/AAAAAAAAAHU/oKST220T4YU/s1600-h/Biagio_Marin_con_figlio_Falco.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 187px; height: 320px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sooj_eTDibI/AAAAAAAAAHU/oKST220T4YU/s320/Biagio_Marin_con_figlio_Falco.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371145078964455858" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;E 'NDEVENO CUSSÌ LE VELE AL VENTO...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E 'ndéveno cussì le vele al vento &lt;br /&gt;lassando drìo de noltri una gran ssia, &lt;br /&gt;co' l'ánema in t'i vogi e 'l cuor contento&lt;br /&gt;sensa pinsieri de manincunia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mámole e mas-ci missi zo a pagiol &lt;br /&gt;co' Leto capitano a la rigola; &lt;br /&gt;e 'ndéveno cantando soto 'l sol &lt;br /&gt;canson, che incòra sora 'l mar le sbola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E l'aqua bronboleva drío 'l timon &lt;br /&gt;e del piasser la deventava bianca &lt;br /&gt;e fin la pena la mandeva un son &lt;br /&gt;fin che la bava no' la gera stanca.&lt;br /&gt;E andavamo così, le vele al vento / lasciando dietro di noi una gran scia, / con l’anima negli occhi e il cuor contento /  senza pensieri di malinconia. // Fanciulle e ragazzi seduti giù a pagliolo / con alla barra Leto capitano; / andavamo cantando sotto il sole canzoni / che ancora volano sul mare. // L’acqua ribolliva dietro il timone / e dal piacere diventava bianca, / persino la penna suonava: /  fin che la bava non era stanca. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PAESE MIO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paese mio, &lt;br /&gt;picolo nío &lt;br /&gt;e covo de corcali, &lt;br /&gt;pusào lisiero sora un dosso biondo,&lt;br /&gt; per tu de canti ne faravo un mondo&lt;br /&gt; e mai no finiravo de cantâli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per tu 'sti canti a siò che i te 'ncorona &lt;br /&gt;comò un svolo de nuòli matutini &lt;br /&gt;e un solo su la fossa de gno nona &lt;br /&gt;duta coverta d'alti rosmarini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(da “Cansone picole”, 1927)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PAESE MIO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paese mio, &lt;br /&gt;/ piccolo nido &lt;br /&gt;/e covo di gabbiani, &lt;br /&gt;/ posato leggero su di un dosso biondo, /&lt;br /&gt;per te di canti ne farei un mondo / e mai non smetterei di cantarli.&lt;br /&gt;// Per te questi canti, perché ti incoronino / come un volo di nuvoli mattutini / e uno solo sulla fossa della nonna  mia / tutta coperta di alti rosmarini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;UNA CANSON DE FÉMENA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una canson de fémena se stende &lt;br /&gt;comò caressa colda sul paese; &lt;br /&gt;el gran silensio fa le maravegie &lt;br /&gt;per quela vose drío de bianche tende.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;El vespro setenbrin el gera casto: &lt;br /&gt;fra le case incantàe da la so luse &lt;br /&gt;se sentiva 'na machina de cûse &lt;br /&gt;sbusinâ a mosca drento el sielo vasto.&lt;br /&gt;Inprovisa quel'onda l'ha somerso &lt;br /&gt;duto 'l paese ne la nostalgia: &lt;br /&gt;la vose colda i cuori porta via &lt;br /&gt;nel sielo setenbrin, cristalo terso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(da “Minudagia”, 1951)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;UNA CANZONE DI DONNA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una canzone di donna si stende / come carezza calda sul paese; / il gran silenzio fa le meraviglie / per quella voce dietro bianche tende. // Il vespro settembrino era casto: / fra le case incantate della sua luce / si sentiva una macchina da cucire / ronzare a mosca entro il cielo vasto. // Improvvisa quell’onda ha sommerso / tutto il paese nella nostalgia: / la voce calda i cuori porta via / nel cielo settembrino, cristallo terso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(tratte dal sito del "Centro Studi Biagio Marin" di Grado)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-2337650317757096830?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/2337650317757096830/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=2337650317757096830' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/2337650317757096830'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/2337650317757096830'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/01/poesie-di-biagio-marin.html' title='Poesie di Biagio Marin'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Sooj_eTDibI/AAAAAAAAAHU/oKST220T4YU/s72-c/Biagio_Marin_con_figlio_Falco.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-6376529674791698913</id><published>2009-01-22T23:21:00.001+01:00</published><updated>2009-08-18T05:28:34.317+02:00</updated><title type='text'>La poesia? Meglio dal vivo. Di Lello Voce</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soof2Vsgv0I/AAAAAAAAAGk/DqV5la62ljg/s1600-h/Lello_Voce.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 200px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soof2Vsgv0I/AAAAAAAAAGk/DqV5la62ljg/s320/Lello_Voce.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371140523989974850" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La poesia? Meglio dal vivo&lt;br /&gt;L’Unità, 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Lello Voce&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è un fantasma che si aggira nelle librerie italiane: il libro di poesia. Nascosto sugli scaffali meno in vista, ignorato da commessi e clienti, raramente messo in vetrina, appena sopportato dai distributori, appena tollerato da qualche grande editore (Einaudi, Garzanti, Mondadori ad esempio) ma più che altro come vezzo di qualità, fiore all’occhiello di transatlantici editoriali che su ben altro investono tutte le loro risorse di marketing e danaro, il libro di poesia langue a un passo dalla morte definitiva, senza per altro morire mai, quasi fosse un animale preistorico, un dinosauro miracolosamente scampato alle darwiniane leggi di adattamento e selezione della specie, che continua ad aggirarsi tra le nostre pianure e le nostre montagne, più o meno invisibile, a volte avvistato da questo o quel turista in escursione, ma poi irrimediabilmente perso di vista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fuori dalle librerie, lasciati alla porta, restano inoltre centinaia di titoli all’anno che non hanno neanche la fortuna di sostare qualche mese su quello scaffale nascosto, prima di passare nel limbo dei resi, poi nel purgatorio degli stock dei Remainders, per infine andare all’inferno del macero.&lt;br /&gt;Eppure l’Italia è un paese che pullula di poeti. &lt;br /&gt;Siamo certamente migliaia, forse decine di migliaia di scriventi versi. Si tratta di un mercato che dà da vivere a decine di case editrici, piccole e un po’ meno piccole, più o meno serie, che pubblicano anche, o soltanto a pagamento, cioè con l’impegno dell’autore stesso a comprare in anticipo un numero congruo di copie del proprio libro e che così, grazie al disperato bisogno di ‘esistere’ di frotte di scriventi poesia, grazie a questi poeti (alcuni certamente mediocri, o pessimi, ma altri interessanti, bravi, addirittura bravissimi) si garantiscono profitto e sopravvivenza. Per buona fortuna in alcuni casi, purtroppo in altri.&lt;br /&gt;Del libro in questione, naturalmente, sugli scaffali delle librerie non ci sarà traccia alcuna. Sulle gazzette ancor meno. Di riviste di poesia si è persa ormai ogni traccia.... Così le poche copie che l’autore riuscirà a ‘vendere’ saranno quelle portate con sé ad eventuali reading, e messe lì, in agguato, ad aspettare il pubblico all’uscita, in buon ordine su un banchetto, con il cartellino del prezzo (ovviamente scontato) scritto a penna su un foglio di quaderno. Da questo punto di vista la poesia è merce continuamente in saldo. Almeno in Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Edoardo Sanguineti, un intellettuale attentissimo agli aspetti sociali e ‘politici’ della letteratura, sostiene spesso che in Italia non si è mai letta tanta poesia quanto oggi e questo grazie alla scuola dell’obbligo, che ne stabilisce una certa quantità da somministrare a ciascun allievo. Ha ragione, ma agli ‘obbligati’ spesso poi essa sembra quasi una poesia imposta per legge e decreto ministeriale. Una poesia- condanna, o, nei casi migliori, una poesia-medicina. E’ difficile che da un incontro di questo genere possa nascere un amore. A meno che chi la impone, o la prescrive, non sia capace nello stesso tempo di far scoccare, con la sua passione, la scintilla della passione dell’allievo. Ma di passione, a meno di 2000 euro al mese, i nostri insegnanti, loro malgrado, ne producono sempre meno. Certo, Sanguineti ha ragione, ma domandiamoci anche: come si legge la poesia nelle scuole italiane? La si legge fatta a fette, una o due poesie del Pascoli, qualche canto di Dante, quattro Canzoni leopardiane, due sonetti del Petrarca. Il problema, però, è che i poeti non scrivono solo poesie, bensì, spesso e volentieri, libri di poesie, cioè organismi in cui ogni tessera acquista il suo vero valore solo in relazione alle altre, come in natura, come nelle società edificate dall’uomo, come nel linguaggio. Chi riuscirà sino in fondo a percepire quella certa mediocrità della pascoliana Cavallina storna, se non ha letto la splendida ed altrettanto pascoliana Il lampo, entrambe dedicate all’assassinio del padre? Gli italiani a scuola rischiano di imparare che i poeti non scrivono libri di poesie, ma poesie singole, parti resecate dal tutto e poi messe insieme, magari alla rinfusa, una volta ogni tot tempo, in questa o quella raccolta e se qualche docente invita gli studenti a leggere uno o due romanzi per l’estate, chi di loro suggerisce di provare a leggere, per una volta tanto, un intero libro di poesia? E poi, se leggere Dante è assai più difficoltoso, in primis linguisticamente, che approcciare Montale, o Saba perché si chiede a un quindicenne di chiosare il canto di Ulisse, e a un diciottenne si concede l’apparente semplicità sabiana? Non sarebbe meglio fare il contrario?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per altro verso, pur essendoci molta poesia, nelle scuole e nelle università italiane, al contrario di ciò che accade nella maggior parte degli altri paesi del mondo, ci sono pochissimi poeti. La scuola pubblica italiana non ha ormai più neanche i fondi per comprare gessi e lavagne, figuriamoci se ha soldi per ospitare un ‘poeta in residenza’, o quelli per organizzare un reading di poesia. Eppure a scuola, a incontrare gli studenti, ormai ci vanno tutti: poliziotti antidroga e sessuologi, esperti di marketing e tenutari di stage aziendali, pompieri ed aviatori, magari astronauti, o soubrette. Tutte degnissime persone, beninteso. Ma perché proprio i poeti no, perché proprio i poeti sempre meno? Proprio loro, che sono gli esperti della geometria dei sentimenti, i domatori di ogni incendio della lingua, gli esperti profondissimi dell’economia del dolore e dell’entusiasmo, proprio loro, minatori dell’animo umano con l’hobby dell’astronomia, proprio loro non possono parlare ai giovani, che di queste cose vivono giorno per giorno, milioni di volte più di un cosiddetto adulto...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma la poesia non è stata sempre un’arte ‘minore’. Lo è diventata sempre più, soprattutto nell’Occidente industrializzato e telematizzato, man mano che dalla voce e dal corpo essa si trasferiva sulle pagine dei libri, man mano che abbandonava i territori della Retorica, della recitazione, della performance, per posarsi come una farfalla muta sulle pagine a stampa. Più ‘borghese’ che mai. Ma certo meno del romanzo. Così facendo, per combattere una battaglia già persa, quella con il romanzo, rinunciava a una delle sue caratteristiche principali, cioè quella d’essere un’arte ‘viva’, fatta prima di tutto per essere fruita ‘dal vivo’, parola nata per essere pronunciata. La poesia ristretta nei libri non è solo un’arte minore, rischia così d’essere un’arte ‘minorata’, di caricarsi sulle spalle un handicap che non le compete. Come una donna dalla bellissima voce che si condannasse, di sua volontà, al mutismo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutto perduto? No. Restano i festival, i poetry slam e la Rete. E lì le faccende vanno in modo ben diverso. Lì c’è vita, lì c’è ricchezza d’idee, lì c’è futuro, proprio perché attraverso la Rete, gli Slam e i festival la poesia riscopre la sue radici: quelle di essere nata per e nella comunità (non è forse questo il compito assolutamente inutile e insieme assolutamente necessario del poeta: quello di scoprire le parole giuste perché la comunità ed ognuno di coloro che ne fanno parte possa riconoscere la propria identità?) quelle di essere per eccellenza arte della performance, arte dal vivo per i vivi, parola che abita la voce e il corpo del poeta, arte dello scambio (dello sharing, del peer to peer) e del contrasto, del combattimento, del canto e del dialogo. Proprio come nei festival, proprio come nei poetry slam, proprio come in Rete. E basta fare un tour nei principali siti italiani dedicati alla poesia, o decidere di dedicare una serata più stramba del solito andando ad un festival, o addirittura partecipando a un poetry slam per scoprire che la poesia avrà anche pochi lettori, ma ha certo un suo rispettabile pubblico, nemmeno poi tanto esiguo, che accumula centinaia di migliaia di accessi Internet, per rendersi conto, insomma, che essa, come ogni sabotatore che si rispetti, non si fa mai trovare dove ci si aspettava che fosse, ma è già altrove, parla già altre lingue, percorre altre strade, scommette su sentimenti e idee e progetti assolutamente inauditi, imprevisti. Come è sempre accaduto, e confido sempre accadrà, nei secoli dei secoli.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-6376529674791698913?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/6376529674791698913/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=6376529674791698913' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/6376529674791698913'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/6376529674791698913'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/01/la-poesia-meglio-dal-vivo-di-lello-voce.html' title='La poesia? Meglio dal vivo. Di Lello Voce'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Soof2Vsgv0I/AAAAAAAAAGk/DqV5la62ljg/s72-c/Lello_Voce.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-3107554722286704967</id><published>2009-01-11T09:09:00.001+01:00</published><updated>2009-01-11T09:10:38.713+01:00</updated><title type='text'>Ivan Crico presenta il suo libro in tergestino</title><content type='html'>Dal Messaggero Veneto — 10 gennaio 2009   pagina 11   sezione: CULTURA - SPETTACOLO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Circolo Arci e l’assessorato comunale alla cultura di Cervignano propongono per oggi, alle 18, in Borgo Fornasir, la presentazione di De arzént zù , raccolta di poesie di Ivan Crico, originario di Pieris e che vive a Tapogliano.&lt;br /&gt; Introduce Gianfranco Scialino. De arzént zù (Di argento scomparso), edita dall'Istituto Giuliano di Storia e Documentazione di Trieste, è una silloge di liriche scritte in tergestino, cioè l'antico friulano parlato fino agli inizi dell'Ottocento nella città di Trieste e di cui si sono perse le ultimissime tracce - secondo la testimonianza dello studioso Pavle Merkù - agli inizi della prima guerra mondiale. &lt;br /&gt;Info: 338-8454492, www.artecorrente.it.Udine.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-3107554722286704967?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/3107554722286704967/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=3107554722286704967' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/3107554722286704967'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/3107554722286704967'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/01/ivan-crico-presenta-il-suo-libro-in.html' title='Ivan Crico presenta il suo libro in tergestino'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-7703817570993547642</id><published>2009-01-10T00:38:00.002+01:00</published><updated>2009-08-18T05:29:47.408+02:00</updated><title type='text'>De Andrè e "Creuza De Mä"</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoogHfsjJXI/AAAAAAAAAGs/kto5p3xC-XU/s1600-h/creuzadema.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 234px; height: 230px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoogHfsjJXI/AAAAAAAAAGs/kto5p3xC-XU/s320/creuzadema.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371140818732262770" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;In ricordo di un grande artista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Giovanni Agnes&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La poesia in musica di Fabrizio De André ha affascinato almeno tre generazioni di ascoltatori, influenzato in modo decisivo gran parte degli artisti italiani dalla metà degli anni Sessanta a oggi, senza mai perdere fascino e attualità. "Creuza De Mä", pubblicato nel 1984, è uno dei dischi più importanti del decennio, e il suo impatto e la sua grandezza non sono ancora stati recepiti appieno dalla scena musicale italiana e internazionale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Creuza De Mä", cantato interamente in dialetto genovese, nasce da un progetto di collaborazione artistica con Mauro Pagani, compositore, arrangiatore, polistrumentista, che De André aveva già avuto modo di conoscere nelle file della Pfm. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;De André inizia a pensare a "Creuza De Mä" dopo un'attività più che ventennale di altissimo livello, e dopo aver già ampiamente allargato il campo delle proprie fonti molto al di là dell'usuale per un cantautore italiano: dai Vangeli Apocrifi per "La Buona Novella", e dalla "Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Master per "Non al Denaro non all'amore né al cielo", era passato ai sapori ermetici del "Volume 8" in collaborazione con Francesco De Gregori, e alle tinte mediterranee de "L'indiano", ispirato all'esperienza del rapimento. "Creuza De Mä" è dunque il punto di arrivo di un percorso artistico di grandissimo spessore, un fine distillato di trent'anni di riflessione, umorismo, poesia e ricerca compositiva. Si tratta un'opera dalla ricchezza sonora e dialettica sconvolgente, di fatto una pietra angolare dell'allora nascente world music, con quattro anni di anticipo su "Passion" di Peter Gabriel e due anni in anticipo su "Graceland" di Paul Simon. Il sound del disco infatti si allontana decisamente sia dalla semplicità cantautoriale dei primi lavori, pesantemente influenzati da Leonard Cohen e George Brassens nell'adozione della forma della "ballata" per chitarra e voce, sia dalla ricercatezza tecnica figlia del prog-rock che aveva caratterizzato i dischi della metà dei '70. "Creuza De Mä" si avvale dell'uso di una miriade di strumenti della tradizione popolare mediterranea, nordafricana, balcanica e mediorientale. Già in fase di composizione, l'uso di questi strumenti "etnici" condiziona in modo decisivo la stesura del materiale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La decisione di scrivere i testi nella lingua madre di De André, il genovese, viene molto tardi nella gestazione del disco, poco prima delle incisioni definitive. Fino a quel momento il progetto prevedeva testi scritti in una lingua inventata o, come disse De André, un "arabo maccheronico". Questo dettaglio, oltre che dare un'idea della voglia di invenzione e di sperimentazione che accompagnò la gestazione dell'album, ci fornisce un'importante indizio per identificare la simbologia che si cela dietro la scelta di una lingua "altra" rispetto a quella del potenziale pubblico. La scelta risponde innanzitutto a considerazioni di linguistica pura: il genovese è una lingua più adatta dell'italiano alla poesia in musica, perché molto ricca di parole tronche. Inoltre, l'italiano è una lingua "aulica" per nascita, nella quale lo stile "basso" è sempre votato al grottesco e al farsesco; al contrario il dialetto conserva la propria caratterizzazione popolare senza diventare automaticamente comico, il che lo rende la lingua più adatta per parlare della vita del "popolo minuto" tanto cara a De André. Si aggiunga l'ulteriore considerazione che il genovese è una lingua ricchissima di fonemi e parole arabe, il che si adattava benissimo all'atmosfera musicale del disco. Il genovese di "Creuza De Mä" è molto più del particolare dialetto di una particolare zona d'Italia: si tratta piuttosto, a livello simbolico, di una lingua popolare universale, e in particolare della lingua del viaggio e della povertà, di quel linguaggio dell'emarginazione e della rivolta che De André ricercava fin dagli inizi della sua carriera. In questa luce, non è privo di senso udire in "Sidun" una madre palestinese cantare in genovese — quasi si sporgesse da un molo del porto — rivolgendosi al figlio, schiacciato da un carroarmato israeliano. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allo stesso modo la Genova di "Creuza De Mä" si carica di molteplici valenze simboliche, e pur mantenendo la propria peculiarità geografica e culturale (con gustosissimi spunti tratti dalla storia del costume dell'antica Republica di Genova), diventa un fulcro semantico ricchissimo: Genova è ogni luogo, ogni casa e ogni meta: un vero e proprio "ombelico del mondo". Le storie particolari che vi si svolgono assumono valenza universale: le prostitute di "A Dumenega" passeggiano per le vie di ogni città, e dietro ogni angolo di ogni paese c'è una "pittima". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La title track si apre sui rumori del caotico mercato di Genova, presto affiancati da un assolo di gaida, sorta di cornamusa in uso fra i pastori della Tracia. Appena il canto si dispiega sulla semplice melodia, ogni residuo dubbio dell'ascoltatore riguardo alle scelte linguistiche di De André è fugato. Nel "suo" genovese, la voce di De André diventa ancor più ricca, più espressiva di quanto non lo sia mai stata, e gli ostacoli che il dialetto pone a un'immediata comprensione sono in realtà fonte di infinite suggestioni sonore. Chi non conosce la lingua di "Creuza De Ma" è, paradossalmente, in una posizione migliore per cogliere a fondo la ricchezza dell'opera rispetto a chi possa comprendere "al volo" il significato delle parole. Il distacco fra significato e significante fa sì che l'attenzione di chi ascolta si focalizzi in primis sul suono, permettendo un ascolto non condizionato dai meccanismi psicologici di aspettativa nei confronti della narrazione. Chi di noi, ascoltando musica cantautoriale italiana, non si è mai trovato, al termine di un brano, nella condizione straniante di aver prestato scarsa attenzione alla musica per concentrarsi sulla "storia" narrata dalla canzone? Può sembrare un approccio eccessivamente formalista, ma le scelte linguistiche di De André in "Creuza De Mä" rispecchiano chiaramente l'intenzione di porre l'aspetto fonetico della lingua cantata, la sua fusione sonora con l'accompagnamento, sullo stesso piano della narrazione delle vicende. Un piccolo passo in questo direzione l'aveva compiuto Bob Dylan abbandonando la scrittura polemica e "impegnata" e concentrandosi sul suo personale ed ermetico simbolismo, come in "Visions of Johanna" e "Sad Eyed Lady Of The Lowlands" realizzando così un intreccio più profondo di musica e parole. D'altro canto, una volta apprezzato il disco esclusivamente nei suoi aspetti "sonori" è estremamente interessante mettere mano alle traduzioni italiane dei testi, per scoprire che anche sul versante della narrazione De André raggiunge qui notevolissime vette di ispirazione, snocciolando uno dopo l'altro alcuni fra i suoi massimi capolavori poetici. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Creuza De Mä" parla del ritorno a casa dei marinai dopo la pesca, ed è carica della rassegnazione di chi è costretto — come i marinai, come Ulisse — a un viaggio senza fine, un viaggio-condanna in cui le soste sono fonte di frustrazione e occasioni per ubriacarsi ("E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli/ emigranti della risata con i chiodi negli occhi/ finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere/ fratello dei garofani e delle ragazze/ padrone della corda marcia d'acqua e di sale che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare"). Il brano sa evocare odori e profumi della cucina ligure ("frittura di pesciolini/ bianco di Portofino/ cervelle di agnello nello stesso vino/ lasagne da tagliare ai quattro sughi/ pasticcio in agrodolce di lepre di tegole") o anche suscitare lampi di un'Oriente lontano e misterioso ("Ombre di facce, facce di marinai/ da dove venite dov'è che andate?/ da un posto dove la luna si mostra nuda/ e la notte ci ha puntato il coltello alla gola/ e a montare l'asino c'è rimasto Dio/ il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido"). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Jamin-a" è forse la più bella ode a una prostituta che sia mai stata scritta: un ideale proseguimento delle storie narrate in "Via Del Campo" e "Bocca Di Rosa", ma qui il racconto perde ogni valenza polemica o iconografica. Grazie all'adozione del genovese, De André non teme censure, e affronta il brano con esplicita, cruda, irriverente, irresistibile sensualità: il corpo di Jamin-a è protagonista, con la sua "lengua nfeugà" — lingua infuocata — e il "nodo delle sue gambe", incatena l'ascoltatore in un vortice di suggestione erotica e sonora. La struttura armonica del brano è affidata all'oud e al bouzouki, strumenti a corda di tradizione araba e greca. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di "Sidun" si è già detto: il canto funebre della madre palestinese è al tempo stesso uno dei vertici dell'espressione poetica di De André e uno dei massimi risultati musicali della carriera del cantautore genovese. "Sinan Capudan Pascià" è la storia (vera) di un marinaio genovese che venne catturato dai turchi e divento pascià per aver salvato la nave del sultano dal naufragio. Il ritornello, adattamento di un canto di marinai diffuso in area tirrenica, è un piccolo nonsense con ambizioni da metafisica simbolista ("in mezzo al mare c'è un pesce palla, che quando vede le belle viene a galla; in fondo al mare c'è un pesce tondo che quando vede le brutte se ne va sul fondo") e più in là lo stesso refrain diventa un'apologia del "farsi da soli" in chiave di bassa e surreale comicità ("La sfortuna è un cazzo, che gira intorno al culo più vicino… un avvoltoio che vola intorno al culo dell'imbecille"). C'è spazio anche per una sparata del novello pascià sull'universalità dell'ossessione per il denaro ("E digli a chi mi chiama rinnegato, che a tutte le ricchezze, all'argento e all'oro, Sinàn ha concesso di luccicare al sole, bestemmiando Maometto al posto del Signore"). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le due tracce successive riportano la narrazione e l'atmosfera nell'antica Genova, e danno piena voce a figure di emarginati. La "pittima" ovvero l'esattore di debiti privati per conto terzi, lamenta la sua condizione precaria e pericolosa, rivendicando con orgoglio la "rispettabilità" del suo mestiere meschino. In "A Dumenega" le prostitute genovesi, relegate nel ghetto per tutta la settimana, in libera uscita la domenica, passeggiano per la città come gran dame, schernite dalla folla ipocrita degli abituali frequentatori dei bordelli cittadini. È bene anche ricordare che anticamente i proventi dei bordelli erano incamerati dal comune di Genova, che con essi ricopriva quasi interamente le spese di manutenzione del porto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ultima traccia, "Da me riva", è una "ode del distacco", il pensiero malinconico del marinaio che riparte, ancora una volta, e saluta la propria compagna, rimasta a riva, ormai solo un profilo lontano, controluce.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-7703817570993547642?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/7703817570993547642/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=7703817570993547642' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7703817570993547642'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7703817570993547642'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/01/de-andr-e-creuza-de-m.html' title='De Andrè e &quot;Creuza De Mä&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoogHfsjJXI/AAAAAAAAAGs/kto5p3xC-XU/s72-c/creuzadema.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-3471559901265431263</id><published>2009-01-09T21:45:00.003+01:00</published><updated>2009-08-18T05:30:56.057+02:00</updated><title type='text'>Gerhard Richter: «I nuovi ricchi hanno mandato in malora il mercato dell'arte»</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoogZ9N0S_I/AAAAAAAAAG0/SeD8Lfp2Ogo/s1600-h/richter.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 120px; height: 286px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoogZ9N0S_I/AAAAAAAAAG0/SeD8Lfp2Ogo/s320/richter.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371141135894072306" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Intervista al grande pittore tedesco di Farah Nayeri (traduzione di Maria Adelaide Marchesoni)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le pareti della Serpentine Gallery a Londra sono coperte di grafici colorati di quel tipo che si possono trovare di solito nei magazzini hardware. Solo che questi colori non sono stati raggruppati: verdi, blue o rossi, ma sono stati disposti casualmente, sistemati in griglie a intitolati: "4900 colori. Versione II" dell'artista tedesco in mostra fino al 16 novembre. &lt;br /&gt;Gerhard Richter (Dresda, 1932) ha usato la stessa tecnica casuale per disegnare le vetrate di acciaio e vetro della Cattedrale di Colonia: 11.500 quadrati in vetro soffiato furono prodotti in 72 colori. I 49 pannelli della Serpentine possono essere disposti in 11 modi, fra cui anche una versione che mostra tutti i pannelli, uno accanto all'altro.&lt;br /&gt;Richter, 76 anni, ha disegnato a lungo griglie colorate. Nella metà degli anni 60, mentre era occupato a realizzare quadri basati su fotografie, riprodusse grafici colorati su grande scala. &lt;br /&gt;Nel corso di un'intervista rilasciata a Farah Nayeri di Bloomberg News, avvenuta in Galleria, Richter, che indossava una giacca scura e una polo blu, parlava senza pregiudizi degli stili di pittura, del mercato dell'arte e di Damien Hirst, qualche volta cercando un aiuto dal traduttore. &lt;br /&gt;Con la testa rapata a zero e gli occhiali, somigliava a un professore universitario. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nayeri: Che cosa rappresenta il suo lavoro?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Richter: Proprio all'inizio, quando dipingevo dopo il periodo delle fotografie, entrai in un negozio di colori. Vidi questo piccolo catalogo con le carte colorate, e pensai "Come è bello!". Albers (l'artista tedesco Josef) affermò che solo i colori speciali sono abbinabili ad altri, e la vera arte li potrebbe unire. Io pensavo: "Non è vero: si possono mettere insieme colori su colori" vedi Bacon, Rothko.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nayeri: Così lei ha messo insieme i colori in modo casuale e ha funzionato?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Richter: Devi prima prepararli oppure fare una scelta. E' comunque un lavoro impegnativo. In questo caso sono 25 i colori, che stanno bene insieme. Devi rappresentare l'intera gamma. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nayeri: Londra sta ospitando una mostra su Francis Bacon e Mark Rothko (entrambe alla Tate Gallery) e una sua mostra. Sembra una celebrazione della pittura. A che punto è oggi la pittura? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Richter: Sono molto contento che ci sia un ritorno alla pittura, sento che è un contrappeso a tutta la pazzia che sta invadendo il mercato dell'arte, dei prezzi eccessivi pagati per le opere d'arte. Il mercato dell'arte è andato in malora. Questo è successo con l'arrivo dei Russi, dei Cinesi e dei nuovi ricchi. Non hanno cultura. C'è la necessità di comprendere l'arte e avere sentimento. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nayeri: Così, questo mercato è trainato da persone che considerano l'arte una commodity o un investimento? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Richter: Sì… divertimento. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nayeri: Non sta però forse anche lei beneficiando dell'"inflazione" presente nel mercato dell'arte? I Suoi lavori ora hanno prezzi elevati. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Richter: Sì, certo, è così, o almeno i prezzi sono più elevati che in passato; però solo i miei lavori meno recenti hanno quotazioni elevate, mentre i nuovi tendono ad andare a galleristi e con queste opere non faccio certamente molto denaro. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nayeri: Cosa pensa dell'ultima asta di Damien Hirst, in cui l'artista ha bypassato gli intermediari e si è rivolto direttamente a Sotheby's? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Richter: E' un genio, un genio finanziario!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nayeri: Intende fare lo stesso?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Richter: No, no, io non posso!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nayeri: Perché no?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Richter: Ho ricevuto l'educazione sbagliata per poterlo fare, e ormai è troppo tardi per cambiare!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-3471559901265431263?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/3471559901265431263/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=3471559901265431263' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/3471559901265431263'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/3471559901265431263'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/01/gerhard-richter-i-nuovi-ricchi-hanno.html' title='Gerhard Richter: «I nuovi ricchi hanno mandato in malora il mercato dell&apos;arte»'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoogZ9N0S_I/AAAAAAAAAG0/SeD8Lfp2Ogo/s72-c/richter.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-1184869441387100436</id><published>2009-01-03T15:58:00.003+01:00</published><updated>2009-08-18T05:31:57.127+02:00</updated><title type='text'>Francesco Morena, un bisiaco star internazionale dell'architettura</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoogpTzQGQI/AAAAAAAAAG8/gzZdyt9Pmdk/s1600-h/morena.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 266px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoogpTzQGQI/AAAAAAAAAG8/gzZdyt9Pmdk/s320/morena.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5371141399654701314" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Francesco Morena, pur lavorando ormai da anni in giro per il mondo, ha deciso di costruire la sua base operativa nella nativa Monfalcone. Un segno d'amore per la sua terra ed una speranza, per tutti noi che come lui l'amiamo, di poterla migliorare, sempre, facendola diventare un trampolino di lancio di nuove idee nel mondo, idee nate anche da quel gusto di fare le cose bene che ci hanno tramandato i nostri avi. Assieme a Cappello, Elisa e tanti altri talenti nati in Bisiacaria.&lt;br /&gt;  Ecco allora, qui di seguito, due articoli dedicati a questo importante architetto monfalconese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;venerdì 9 gennaio 2009&lt;br /&gt;Francesco Morena: Sono orgoglioso di essere un bisiac&lt;br /&gt;CALANDARIO DEDICATO AI BIG: QUEST’ANNO IL CALANDARIO VA A UN MONFALCONESE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Circolo Brandl ogni anno lo dona ad artisti, musicisti, sportivi …. bisiachi divenuti famosi nel mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TESTIMONIAL PER L’EDIZIONE DELLA TREDICESIMA EDIZIONE L'ARCHITETTO FRANCESCO MORENA.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'architettura quest'anno ha fatto da sfondo alla consegna del Calandario dei paesi bisiachi al testimonial prescelto. Francesco Morena, monfalconese, architetto di professione e bisiaco nell'anima. "Sono orgoglioso di essere un bisiac - ha affermato Morena - e sono convinto che le tradizioni delle nostre terre siano da portare avanti."&lt;br /&gt;Dopo Fabio Capello, Gino Paoli, Polo Rossi, Elisa, Stefano Zoff, Mauro Pelaschier, Luigi Delneri, Massimo e Adriano Gon, Luca Dordolo, Claudio Tuniz, Giovanni Maier e Claudio Pascoli è stato dunque l'architetto Morena il testimonial individuato dal circolo Brandl, per la consegna del Calandario dei paesi bisiachi 2009, donatogli da una delegazione del circolo stesso, dai due autori, Dorino Fabris e Sergio Gregorin in compagnia di una rappresentante del Gruppo costumi tradizionali bisiachi.&lt;br /&gt;A vedere un bisiaco divenuto famoso nel mondo è stata dunque la sfera dell'architettura, un ambito ancora non toccato dalle consegne del calandario. Morena, nato a Monfalcone e residente a Duino, si è laureato in architettura a Venezia negli anni Ottanta con Aldo Rossi: ha conquistato i Cinesi con il progetto di una nuova città da 100 mila abitanti e non solo. Sta lavorando al restyling di Tong Li, una delle città più antiche e tutelate, patrimonio dell'Unesco dal 2000, situata a mezz'ora da Shangay dove ha uno studio; un altro studio lo ha a Bruxelles senza dimenticare quello di Monfalcone. Si definisce un "architetto di provincia" che ha però vinto concorsi internazionali, ha partecipato alla Biennale dell'Architettura e sta appunto lavorando al piano completo di restauro per una delle più pregiate città storiche cinesi, una sorta di piccola Venezia lacustre: master plan e progettazione della città nuova; elaborazione di una cintura ecologica, basata su un modello di sostenibilità ambientale che qui è novità recente. "Lavoro con un collega cinese, e lavorare in quei luoghi significa entrare in una mentalità diversa, in un modo di interagire lontano dal nostro, ma pur sempre affascinante." Morena ha spiegato come sia diverso lavorare in un ambiente come quello orientale e come, pur trovandosi bene, non dimentichi le sue origini di cui è orgoglioso. Onorato dell'omaggio fattogli ha salutato il gruppo augurando buon lavoro per il futuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elisa Baldo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Monfalcone è in provincia di Shanghai"&lt;br /&gt;di Enrico Arosio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è una star dell'architettura. Ma ha conquistato i cinesi. Per realizzare una new town da 100 mila abitanti.&lt;br /&gt;No, lui alla carica dei 500, i 500 imprenditori e operatori del made in Italy portati in Cina da Romano Prodi,&lt;br /&gt;non ha partecipato. In quei giorni di settembre, mentre il presidente del Consiglio, quattro ministri e 12&lt;br /&gt;delegazioni delle Regioni vorticavano tra Pechino e Shanghai tra centinaia di incontri bilaterali, lui,&lt;br /&gt;l'architetto Francesco Morena se ne stava a Monfalcone provincia di Gorizia. A pensare a cosa? A Tong Li.&lt;br /&gt;Alla città di Tong Li, una delle più antiche (tracce archeologiche di 5 mila anni fa) e più tutelate, patrimonio&lt;br /&gt;Unesco dal 2000, a mezz'ora di strada da Shanghai; e anche alla Tong Li del futuro, alla new town da 100&lt;br /&gt;mila abitanti da progettare e realizzare nei prossimi anni, chissà quanti.&lt;br /&gt;È una nuova storia che arriva dal Nord-Est. L'avventura di un "architetto di provincia" (parole sue) che,&lt;br /&gt;senza l'aiuto di Prodi, di Berlusconi, di un ministro, della Confindustria, dell'Ice, della Regione, di un&lt;br /&gt;partito, di una lobby, ma solo grazie al suo lavoro e alle sue idee, ha trovato un Eldorado in Asia. Il salto di&lt;br /&gt;qualità. L'occasione della vita.Chi è Francesco Morena architetto di provincia? È un professionista estraneo&lt;br /&gt;allo star system italiano; fino a oggi: la sua presenza alla Biennale Architettura (con visita ed elogi del&lt;br /&gt;presidente Davide Croff ) è anche la fine del suo anonimato. Il progetto Tong Li è una missione da far&lt;br /&gt;tremare i polsi: piano completo di restauro per una delle più pregiate città storiche cinesi, una sorta di&lt;br /&gt;piccola Venezia lacustre; master plan e progettazione della città nuova; elaborazione di una cintura&lt;br /&gt;ecologica, basata su un modello di sostenibilità ambientale che qui è novità recente. Il tutto in società con&lt;br /&gt;un collega cinese, anzi "un grande, vero amico", dice Morena mostrando una foto di loro due che discutono&lt;br /&gt;con ampi gesti davanti a un porta di pietra di chissà quale dinastia. L'amico è Mi Qiu (leggi: Mi Ciu), artista&lt;br /&gt;e architetto della generazione Tienanmen, una testa fine, un protagonista della intellighenzia under 50 di&lt;br /&gt;Shanghai. Com'è successo tutto quanto?&lt;br /&gt;Morena è di Monfalcone, città di cantieri, alle spalle il Carso, davanti il mare. Abita a Duino, sull'acqua, non&lt;br /&gt;lontano dal castello dove soggiornò Rilke e che incantò i viaggiatori inglesi e danubiani. Ha cinquant'anni,&lt;br /&gt;capelli corti, occhi chiari con un bagliore metallico. Indossa giacca nera gessata e T-shirt di Versace,&lt;br /&gt;un'aria come da tedesco, cui si aggiunge una Porsche Carrera nera con interni in pelle color senape. A&lt;br /&gt;Francoforte, guarda un po', ha lasciato una ex moglie tedesca, con figlio. La Porsche segnala i primi soldi&lt;br /&gt;cinesi? Lui ridacchia, il suo nuovo studio a Monfalcone, 1.200 metri quadri in un edificio da lui progettato&lt;br /&gt;con grandi vetrate accanto alla chiesa di Sant'Ambrogio, gli costerà oltre un milione 200 mila euro. Morena&lt;br /&gt;ha una prima vita curiosa. Laureato a Venezia con Aldo Rossi, nei primi anni Ottanta era incerto se fare&lt;br /&gt;l'architetto o mantenersi come pianista e cantante di blues con il suo gruppo Venice. "In Germania ho&lt;br /&gt;suonato moltissimo, ma anche a Los Angeles, e funzionava, incidemmo anche qualcosa", racconta: "A&lt;br /&gt;Francoforte era l'epoca del progetto 'Das neue neue Frankfurt', mi studiai bene, perché li vidi nascere, i&lt;br /&gt;cantieri dei nuovi musei di Richard Meier e Hans Hollein. Aprii uno studio, lavorai due anni, poi rientrai in&lt;br /&gt;Italia. Pensavo che sarei rimasto quel che mi sentivo: un architetto territoriale, che lavora a casa sua".&lt;br /&gt;Si sbagliava. Cominciò con case, casette, negozi, villette. Poi condomini, alberghi, centri commerciali,&lt;br /&gt;interni delle navi Fincantieri, poi gli shopping center di nuova generazione, quelli che hanno ricoperto di&lt;br /&gt;'schei' tanti imprenditori nordestini. Infine il recupero di una grande area mineraria dismessa a&lt;br /&gt;Bruxelles-sud, da trasformare in La Citadelle, quartiere multifunzionale con residenze, shopping, campi&lt;br /&gt;sportivi e un po' di buchi dei mineurs come memoria e come attrazione.&lt;br /&gt;"Ma qualcosa mi mancava. Sentivo che stavo cambiando: cercavo più qualità, più profondità, più senso",&lt;br /&gt;racconta Morena mentre attacca uno scorfano al forno davanti al mare calmo di Duino: "Più che un&lt;br /&gt;architetto mi pareva di essere un cameriere in un ristorante di lusso. Gli impresari pensavano al soldo. E&lt;br /&gt;l'architettura era entrata in quest'era neobarocca, da fiera delle vanità, tecnologia esibita e&lt;br /&gt;autocelebrazione. E io iniziavo a chiedermi: facciamo nuovi shopping center, ma noi cittadini viviamo&lt;br /&gt;meglio? O siamo tutti omologati, un po' come l'effetto turbodiesel? Con le station-wagon che sgommano&lt;br /&gt;ai semafori più di me in Porsche?".&lt;br /&gt;ATTUALITÀ&lt;br /&gt;Pagina 1 di 2&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Page 2&lt;br /&gt;Nel 2004 arriva il fulmine. Parte dalla Svizzera, si scarica in Cina e illumina il suo vecchio studio a&lt;br /&gt;Monfalcone. Una società di Lugano attiva con i developer cinesi, la Eurofinanziaria, invita Morena a tenere&lt;br /&gt;una conferenza in un albergone di Shanghai sui rapporti tra la Cina e l'architettura europea. Morena non è&lt;br /&gt;allenato: studia e si butta. L'intervento piace. Gli arriva un messaggio da un costruttore, Ma Xiao Ping:&lt;br /&gt;vuole conoscerlo. Ne nasce l'incarico per un albergo di 500 camere, a forma di pesce, inclinato sul mare, e&lt;br /&gt;altri edifici su un'isola di fronte a Shanghai collegata alla terraferma da un ponte di 32 chilometri.&lt;br /&gt;"I rapporti di lavoro in Cina si consolidano in tempi lunghi", spiega Morena: "Se vuoi vendere il progettino e&lt;br /&gt;far soldi al volo, è il posto sbagliato. Devi costruire l'amicizia, la fiducia. E direi anche lo scambio&lt;br /&gt;spirituale. Con Ma si è parlato del rapporto fra terra e cielo, di orientamento Feng-Shui. Mai successo nulla&lt;br /&gt;di simile con i miei clienti italiani". I cinesi lo stupiscono: "Per il loro narcisismo", dice. Ma è chiara la loro&lt;br /&gt;ammirazione per la civiltà italiana, costruita sulle individualità, le soggettività, gli autori di grandi gesti.&lt;br /&gt;Imprenditori cinesi gli presentano Mi Qiu, artista e architetto che dopo piazza Tienanmen era emigrato in&lt;br /&gt;Svezia, Germania e Francia. Magro, simpatico, molto colto, capelli lunghi da rockstar. Diventano amici&lt;br /&gt;parlando di tutto, di archeologia, filosofia, musica. "Notti intere a parlare, con una spontaneità come non&lt;br /&gt;mi capitava da quando ero ragazzo". Mi Qiu lo introduce all'amministrazione di Tong Li, al governatore&lt;br /&gt;della provincia. Tong Li, vecchia e nuova, è cosa loro. Il progetto riguarda 4 milioni di metri quadrati: sei&lt;br /&gt;volte l'area di Milano-Bicocca. Da tre persone il suo studio è cresciuto a venti, dalla sera alla mattina.&lt;br /&gt;I developer cinesi che avranno i terreni in concessione per 50 anni hanno partner finanziari svizzeri. Si&lt;br /&gt;dovrà restituire, dopo i restauri, la città antica agli abitanti. Qui il turismo interno è cresciuto del 200 per&lt;br /&gt;cento in pochi anni. Per ideare la città nuova, in una topografia complessa di laghi e di canali, tra boschi&lt;br /&gt;intatti, luci azzurrine ma anche foschie e grigiori, bisogna creare team di specialisti: pianificatori,&lt;br /&gt;paesaggisti, esperti di mobilità. "Faremo una squadra italiana", già Morena ha contattato il collega veneto&lt;br /&gt;Aldo Cibic. Bisognerà valorizzare gli edifici rappresentativi sull'acqua, il municipio, il teatro, il centro&lt;br /&gt;congressi, pensare ad alberghi, area business, zone residenziali: un'enormità. Il suo primo riferimento&lt;br /&gt;europeo è lo sviluppo a mare di Barcellona. Funzionerà? Sul computer c'è una foto di lui con Mi Qiu in un&lt;br /&gt;bosco insieme al governatore: "Romolo e Remo", sorride. Appare incredulo, e insieme adrenalinico. "In Cina&lt;br /&gt;l'inizio è molto, molto lento. Ci vuole pazienza e anche modestia. Ma una volta partiti non ci si ferma più".&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-1184869441387100436?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/1184869441387100436/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=1184869441387100436' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1184869441387100436'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1184869441387100436'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2009/01/francesco-morena-un-bisiaco-star.html' title='Francesco Morena, un bisiaco star internazionale dell&apos;architettura'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SoogpTzQGQI/AAAAAAAAAG8/gzZdyt9Pmdk/s72-c/morena.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-6311580096742950437</id><published>2008-12-27T21:28:00.006+01:00</published><updated>2009-08-27T22:20:00.063+02:00</updated><title type='text'>Leonardo da Vinci, vegetariano amico degli animali</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SpbpiDYvixI/AAAAAAAAAJ8/LQlY7hWXXno/s1600-h/leonardo_da_vinci_ritratto.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 235px; height: 320px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SpbpiDYvixI/AAAAAAAAAJ8/LQlY7hWXXno/s320/leonardo_da_vinci_ritratto.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5374739976547175186" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Vasari, nelle sue "Vite", racconta di come Leonardo "passando da i luoghi dove si vendevano uccelli, di sua mano cavandoli di gabbia e pagatogli a chi li vendeva il prezo che n'era chiesto, li lasciava in aria a volo, restituendoli la perduta libertà".&lt;br /&gt;Liberando quegli uccelli appena comperati al mercato, Leonardo non si è concesso semplicemente il lusso di un gesto stravagante. Altre fonti rafforzano questa ipotesi. Lo stesso Leonardo, nei suoi Appunti, dichiara:&lt;br /&gt;"Fin dalla giovinezza ho rinunciato all'uso della carne, e verrà un giorno in cui uomini come me considereranno l'omicidio di un animale alla stregua dell'omicidio di un essere umano".&lt;br /&gt;  Già dalle sue abitudini alimentari Leonardo si rivela un amante della natura, un uomo che ha fatto del rispetto del genere animale una regola di vita. &lt;br /&gt;  Ecco allora, qui di seguito, alcune interessanti riflessioni su questi temi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L' IMPORTANZA DI DIVENTARE VEGETARIANI&lt;br /&gt;Repubblica — 06 giugno 2008   pagina 39&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciò che il vertice Fao "ha dimenticato" di discutere è il cuore del problema della fame nel mondo, che non è solo legato ai costi di produzione e distribuzione dei cibi, ma soprattutto alle abitudini alimentari della popolazione del pianeta. Occorre una rivoluzione nell' alimentazione dei Paesi ricchi per dare il via concretamente e subito ad una soluzione della tragedia dei Paesi poveri, dove si soffre la fame. Noi siamo alle prese con il problema opposto: aumenta l' obesità fra i nostri figli, le nostre adolescenti anoressiche usano il troppo cibo come ricatto e se ne privano fino a lasciarsi morire, la nostra dieta opulenta ci fa ammalare sempre di più. Proprio su questi temi si riuniranno a Venezia a settembre alcuni fra i maggiori esperti per la Quarta Conferenza Mondiale sul Futuro della Scienza: «Food and Water for Life». Io penso che l' ingiustizia alimentare sia una delle peggiori iniquità dei nostri tempi: una questione di civiltà e di cultura, che ci riguarda tutti da vicino. C' è un comportamento individuale responsabile, infatti, che può contribuire a riequilibrare questi due drammatici estremi ed è la riduzione del consumo di carne. Molti uomini di scienza e pensiero hanno creduto che la scelta vegetariana fosse quella giusta per l' armonia del pianeta. Dal genio rinascimentale di Leonardo da Vinci, che non poteva sopportare che i nostri corpi fossero le tombe degli animali, fino ad Albert Einstein, il più grande scienziato del ' 900, che presagiva che nulla darà la possibilità di sopravvivenza sulla Terra, quanto l' evoluzione verso una dieta vegetariana. Anch' io sono convinto che il vegetarianesimo sia inevitabile, per tre motivi. Il primo è di ordine ecologico/sociale. I prodotti agricoli a livello mondiale sarebbero in realtà sufficienti a sfamare i sei miliardi di abitanti, se venissero equamente divisi, e soprattutto se non fossero in gran parte utilizzati per alimentare i tre miliardi di animali da allevamento. Ogni anno 150 milioni di tonnellate di cereali sono destinate a bovini, polli e ovini, con una perdita di oltre l' 80% di potenzialità nutritiva; in pratica il 50% dei cereali e il 75% della soia raccolti nel mondo servono a nutrire gli animali d' allevamento. L' America meridionale, per fare posto agli allevamenti, distrugge ogni anno una parte della foresta amazzonica grande come l' Austria. Trentasei dei quaranta Paesi più poveri del mondo esportano cereali negli Stati Uniti, dove il 90% del prodotto importato è utilizzato per nutrire animali destinati al macello. Viviamo in un mondo dove un miliardo di persone non ha accesso all' acqua pulita e per produrre un chilo di carne di manzo occorrono più di trentamila litri di acqua. Già oggi non riusciamo neppure a contare quante malattie e quante morti potrebbe evitare un minor consumo di carne. Veniamo così indirettamente alla seconda motivazione del vegetarianesimo, che è la tutela della salute. Non ci sono dubbi che un' alimentazione povera di carne e ricca di vegetali sia più adatta a mantenerci in buona forma. Gli alimenti di origine vegetale hanno una funzione protettiva contro l' azione dei radicali liberi, cioè quelle molecole che possono alterare la struttura delle cellule e dei loro geni. Si può quindi pensare che chi segue un' alimentazione ricca di alimenti vegetali è meno a rischio di ammalarsi e possa vivere più a lungo. C' è poi un secondo fattore. Noi siamo circondati da sostanze inquinanti, che possono mettere a rischio la nostra vita. Sono sostanze nocive se le respiriamo, ma lo sono molto di più se le ingeriamo. Consumando carne, ci mettiamo proprio in questa situazione, perché dall' atmosfera queste sostanze ricadono sul terreno, e quindi sull' erba che, mangiata dal bestiame, (o attraverso i mangimi) introduce le sostanze nocive nei suoi depositi adiposi, e infine nel nostro piatto quando mangiamo la carne. L' accumulo di sostanze tossiche ci predispone a molte malattie cosiddette "del benessere" (diabete non insulino-dipendente, aterosclerosi, obesità). Anche il rischio oncologico è legato alla quantità di carne che consumiamo. Le sostanze tossiche si accumulano più facilmente nel tessuto adiposo, dove rimangono per molto tempo esponendoci più a lungo ai loro effetti tossici. Frutta e verdura sono alimenti poverissimi di grassi e ricchi di fibre: queste, agevolando il transito del cibo ingerito, riducono il tempo di contatto con la parete intestinale degli eventuali agenti cancerogeni presenti negli alimenti. I vegetali poi, oltre a contaminarci molto meno degli altri alimenti, sono scrigni di preziose sostanze come vitamine, antiossidanti e inibitori della cancerogenesi (come i flavonoidi e gli isoflavoni), che consentono di neutralizzare gli agenti cancerogeni, di "diluirne" la formazione e di ridurre la proliferazione delle cellule malate. La terza motivazione, ma non ultima, è di ordine etico-filosofico ed è quella che ha fatto di me un vegetariano convinto da sempre. Io ero un bambino di campagna, amico degli animali e oggi sono un uomo che ha il massimo rispetto per la vita in tutte le sue forme, specie quando questa non può far valere le proprie ragioni. Il cibo è per me una forma di celebrazione della vita, ma non mi piace celebrare la vita negando la vita stessa ad altri esseri.&lt;br /&gt;- UMBERTO VERONESI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Leonardo da Vinci, genio animalista&lt;br /&gt;Viaggio nell'alternativa vegetariana nella ricorrenza della morte del grande toscano &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Carmen Somaschi, presidente dell'Avi: «Il 40 per cento del raccolto mondiale di cereali finisce negli allevamenti per produrre carne anzichè sfamare milioni di persone sottoalimentate. L'alimentazione vegetariana non è sacrificio, ma scelta etica e umanitaria»&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;6 maggio 2006 - Paolo Baldi&lt;br /&gt;Fonte: Brescia oggi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha firmato capolavori ineguagliati dell'arte e preparato progetti eccezionali per l'epoca; ha realizzato studi anatomici di altissimo livello e lasciato scritti illuminanti; ha arricchito l'umanità per tutti i secoli e i millenni a venire e, 500 anni fa, aveva cercato persino di volare. E dall'alto della sua immensa statura intellettuale ha lasciato in eredità frasi come «Verrà il giorno in cui l'uccisione degli animali verrà considerata come quella degli esseri umani». Parliamo di Leonardo da Vinci, forse il più grande tra gli italiani di ogni epoca e celebre «avanguardia vegetariana».  Pochi giorni fa, il 2 maggio, è caduto l'anniversario della sua morte, avvenuta ad Amboise, in Francia, nel 1519. E la ricorrenza ci ha offerto lo spunto per una riflessione su una delle innumerevoli peculiarità del genio toscano: la sua dieta «nonviolenta».  Oggi la sua traccia viene seguita da milioni di persone anche in Italia. Ma la stragrande maggioranza dei consumatori ha altre abitudini, e neppure la recentissima ondata di timori legati all'aviaria sembra aver cambiato molto le cose.  Eppure tantissime persone hanno visto le immagini crudissime diffuse dai network: sequenze che hanno immortalato galline, anatre o oche infette o a rischio cacciate in sacchi di plastica e poi sepolte vive, oppure bruciate (sempre vive).  Ci sarà forse un effetto differito causato da quei video choc? Un augurio in tal senso arriva dall'Associazione vegetariana italiana (Avi), i cui vertici sono stati consultati da «Bresciaoggi» per capire cosa si può dire di diverso, di alternativo a fronte dell'allarme quasi planetario diffuso dall'influenza aviaria.  E con la presidente del sodalizio, Carmen Somaschi, abbiamo affrontato il tema dell'alimentazione vegetariana da un punto di vista solo in parte animalista, parlando innanzitutto di chi mangia troppo (e «male» secondo chi ha deciso di abbandonare la carne) e di chi non mangia nulla.  Forse, dicono all'Avi, il consumatore può riflettere di più se gli si ricorda che il 40 per cento del raccolto mondiale di cereali finisce negli allevamenti, per produrre carne anzichè sfamare direttamente centinaia di milioni di persone sottoalimentate, e tra queste un esercito sterminato di bambini, risolvendo davvero il problema della fame nel mondo.  Forse può essere colpito dal fatto che la «produzione» di un chilo di carne di pollo richiede due chili di cereali, che diventano 7 per quella bovina.  Forse può far pensare che se volessimo garantire a tutti gli abitanti della Terra la metà del consumo di carne medio dell'Europa, la produzione di cereali necessaria avrebbe bisogno di due pianeti come il nostro. Forse dovrebbe obbligare a pensare il fatto che con i due chili di cereali usati per ottenere una bistecca di due etti si potrebbero saziare per un giorno circa 8 bambini, e che ogni giorno decine di migliaia di bambini muoiono di fame.  E non è finita. Sorvolando per il momento sul trattamento riservato agli animali da allevamento, bisogna ricordare che, tanto per fare un esempio, negli Stati Uniti l'inquinamento organico prodotto dalla zootecnia è 130 volte superiore a quello prodotto da 120 milioni di americani. Tutti i paesi industrializzati sono alle prese con quantitativi folli di liquami da smaltire su terreni che non possono più assorbirne, con polline da bruciare negli inceneritori, e persino con i «gas serra» prodotti dalle allevamenti: un sesto delle emissioni globali di metano deriva dai ruminanti destinati alla tavola.  Insomma, dati alla mano, secondo l'Avi la zootecnia industriale è una gigantesca macchina che rende più affamati gli affamati, inquina in modo massiccio il pianeta e crea vere e proprie bombe biologiche, che nel caso degli indescrivibili allevamenti della Cina e del Sudest asiatico, riescono anche a generare virus «d'assalto» capaci di far tremare il pianeta. «Non basta per fare una riflessione sul nostro stile alimentare?», si chiede Carmen Somaschi.  E se non basta, l'Avi ha pronti altri «promemoria» buoni per la coscienza di ognuno. Per esempio, ricorda che i famosi polli italiani allevati a terra (bastava guardare con attenzione i numerosi filmati passano in tv nelle settimane scorse per capirlo facilmente), restano sotto la luce 23 ore su 24 per continuare a mangiare, e raggiungono il peso «adatto» in 35 giorni di vita. Poi vengono uccisi. E non si può fare altrimenti, perchè si tratta di mostri della genetica, di ibridi realizzati a tavolino, e il peso enorme dei loro petti programmati in laboratorio finirebbe letteralmente per piegare e rompere le loro ossa e i loro tendini se potessero vivere ancora. Identico, ovviamente, il discorso relativo ai tacchini.  Poi, parlando sempre del settore avicolo, c'è l'interessante capitolo del trasporto, con polli e tacchini letteralmente «sparati» da macchine ad aria compressa nelle gabbiette che si riaprono solo al macello. E se invece arriva l'aviaria, ecco riaprirsi il capitolo delle sepolture di massa di animali ancora vivi.  All'Avi affermano che c'è una alternativa a tutto ciò, ed è l'alimentazione vegetariana; che non è un sacrificio ma una scelta etica, umanitaria e salutista. Per quest'ultima voce, volendo, si possono anche chiedere notizie all'oncologo di fama internazionale, non animalista ma vegetariano, Umberto Veronesi.  «E' uno stile di vita che deve cambiare - commenta ancora Carmen Somaschi -: bisogna superare l'abitudine ad abbuffarsi di cibi sbagliati. Il consumo di carne crea solo una catena di stupidità senza fine: si massacrano milioni di animali per il consumo alimentare, e a intervalli periodici, proprio l'allevamento intensivo causa epidemie che portano ad altri massacri per l'eliminazione dei capi a rischio. Per stare nel mercato - aggiunge - gli allevatori fanno cose indegne, concentrando quantità enormi di capi. E alla fine, i carnivori pagano due volte: per acquistare la carne e per pagare, attraverso i contributi pubblici, la ripresa degli allevamenti azzerati dalle malattie».  C'è bisogno di un salto culturale? «Indubbiamente. Gli animali sono considerati alla stregua di merce, non come esseri viventi capaci di sofferenza - risponde la Somaschi -. E anche i mass media hanno un ruolo determinante: hanno continuato e continuano a parlare del "povero allevatore che ha perso tutto", e non dei poveri polli trattati come sassi».  Qualcosa sta cambiando? «Fortunatamente sì. Nel '96, quando esplose per la prima volta il caso "mucca pazza" i vegetariani italiani erano circa un milione e mezzo. Oggi le stime Eurispes parlano di circa sei milioni di persone».  Un appello ai consumatori? «Li invito a essere più consapevoli - conclude la presidente Avi -, a riflettere su cosa hanno nel piatto. Perchè dal nostro consumo, dalle nostre scelte anche alimentari dipende il futuro nostro e di tutta l'umanità».&lt;br /&gt;  (Per ulteriori informazioni: Avi, tel. 02/ 45471720; sito internet www.vegetariani.it).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-6311580096742950437?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/6311580096742950437/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=6311580096742950437' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/6311580096742950437'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/6311580096742950437'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2008/12/leonardo-da-vinci-vegetariano-amico.html' title='Leonardo da Vinci, vegetariano amico degli animali'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/SpbpiDYvixI/AAAAAAAAAJ8/LQlY7hWXXno/s72-c/leonardo_da_vinci_ritratto.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-5730577800085991045</id><published>2008-12-27T01:32:00.003+01:00</published><updated>2009-08-27T22:04:21.161+02:00</updated><title type='text'>Antonella Anedda: un libro da non perdere</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Spbmj04ohyI/AAAAAAAAAJ0/8t6QdDmLyQc/s1600-h/anedda.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 132px; height: 135px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Spbmj04ohyI/AAAAAAAAAJ0/8t6QdDmLyQc/s320/anedda.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5374736708479256354" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Libri da non perdere. Uno di questi testi è di certo, già quasi introvabile, "Cosa sono gli anni" di Antonella Anedda. Un “libro di gratitudini e rapine”, secondo le parole dell’autrice:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D’immense gratitudini e piccole rapine. Quando, a sedici anni, andavo a un appuntamento, studiavo. Come se quell’incontro, spesso senza seguito, spesso insignificante, fosse il preludio di un’alta conversazione, della più stellare delle unioni. E se c’era indifferenza quella derivava da ignoranza, semplicemente era luce che tardava. Studiando interrogavo me stessa e in quel dialogo silenzioso, nel mento sollevato verso qualcosa che era del mondo e non esattamente del mondo, trovavo la forza di andare nel mondo. Ho continuato a incontrare così la scrittura. Quando leggo mi metto alla prova, alzo il viso per capire cosa posso imparare. Ciò che è stato scritto può non solo non essere perduto, ma sfavillare in attesa di essere decifrato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   “Cosa sono gli anni” è un silenzioso, paziente intreccio di passioni e meditazioni nei confronti di tanti autori “imperdonabili” - come li avrebbe definiti Cristina Campo - accomunati dalla stimmate del bisogno inesausto, al di là del volere del mondo e anche di se stessi, di approdare sulle rive dell’essenza, bruciando attorno e dentro di sé, come in un fuoco febbrile e purificatore, ogni residuo di gratuità. Non sono saggi, nemmeno racconti, ma piuttosto il nudo riverbero di un pensiero, di un cuore interrogante, che s’inscrive sulla pagina chiara come una gèmmea condensazione di parole. Un libro, uno dei pochi, chiarificatore forse proprio perché nel fondo riparato sempre dal vento, raggelante, di una conclusione definitiva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Ecco, qui di seguito, due pregevoli recensioni del libro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Francesca Borrelli&lt;br /&gt;Il lessico passionale della poesia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; il manifesto, 02/05/1997&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che cosa sono per noi gli anni se non un precipitato di parole e di relative emozioni - sembra dirci Antonella Anedda dalle pagine del suo libro - e sebbene il suo sguardo incontri perlopiù gesti quotidiani di passanti per le sue stesse vie, non così si comporta il suo ascolto, che ha filtrato tra tutti il suono dei poeti più amati e ha accordato l’orecchio sul timbro dei loro versi: così é andata componendo “la raggiante corona delle frasi”, la timida sequenza di “rapine” delle altrui parole, e l’enorme gratitudine per chi le ha pronunciate e si ritrova a dialogare, in questo libro, sul filo di un comune sentire, indifferente allo scarto dei secoli, alle distanze che mai avrebbero permesso un incontro. Che cosa ci portano gli anni, avrebbe potuto dire Anedda, se non pieghe nella carne e fenditure nel cuore: ma lo lascia sussurrare alle figure del suo coro ideale, che hanno scelto di esporre le proprie cicatrici trasformandole in seni sulla pagina, e hanno misurato il respiro del verso sul fiato che avevano in gola, talvolta sincopando in poche sillabe tristi o felici esuberanze dell’animo, oppure scegliendo di affidarsi a distensione metriche più intonate alla pacatezza del momento. Delle parole altrui Antonella Anedda si é nutrita per scalare le vette più alte del suo sentire, se é vero - come dice - che prima di andare a un appuntamento leggeva frsi che le riempissero il cuore, forse per portarne il battito più contiguo alla mente, o per fortificarsi di fronte all’eventuale indifferenza e potersi dire che, semplicemente, “era luce che tardava”. Si é tentati di compiere, con le frasi di Anedda, la stessa operazione che lei ha osato con i suoi poeti, rubarle le parole perché talvolta é difficle resistere all’incanto dell’immagine che in esse si compone: più che prose le sue sono frammenti lirici, sospesi alla lievità di un sogno; e più che saggi questi scritti sono prove di saggezza come quelle che derivano da una consumata esperienza, oppure - come lei scrive - sondaggi sulla “terra del libro”, con la penna usata a mo’ di ramo per scoprire quant’é profondo lo strato che si offre e dov’é che oppone resistenza, quanto occorre scavare per trovare le fondamenta del senso, o l’origine di un significato riluttante a mostrarsi in superficie. “Occorrerebbe fermarsi sul ciglio di ogni verso” - scrive Anedda - esporsi fintanto che si arriva ad afferrare quel “tu” con il quale la poesia ti si rivolge, ti chiama a farne parte. E convoca sulle sue pagine parole e gesti tra lro lontani, ma tutt’altro che estranei: l’espressione della fatica che ci trascina nei “Beati” di Maria Zambrano, e la vernice che, come il tempo, trascolora dalla bambina alla madre alla vecchia nelle “Tre età” dipinte da Gustav Klimt; e ancora, “lacrime o sudore” di sfinimento sul viso di Marina Cvetaeva, tracce di una vita senza tregua, dell’eroico affaticamento da cui si origina e in cui matura l’intera sua opera. portano il segno di una stanchezza disumanante anche le parole di Simone Weil, operaia presso le Fonderie Bernard, quando scrive della sua dignità spezzata “sotto i colpi di una costrizione brutale e quotidiana”, e la santità della vecchia Pasenka descritta da Tolstoj in “Padre Sergio” é inscindibile dalla sua fatica; così come non resta che il segno della sottrazione e della perdita nella protagonista di “Mal vu, mal dit” di Beckett “trasmutata in pietra davanti alla notte”, e di scavo vivono anche le filiformi figure di Giacometti: tutte indistintamente figlie di una diversa, eppure accomunante, erosione del corpo e dell’anima in uno sfinimento senza possibile riscatto. C’é un comune lessico dell’abbandono nelle cui variazioni si ritrovano le parole del distacco, che in Amelia Rosselli descrivono “quasi una deportazione dell’anima”, e inseguono il “viaggio oltre la polvere” di Nelly Sachs, che insieme alle altre voci ebraiche di Getrud Kolmar, Etty Hillesum, Ottla Kafka costituiscono “l’onore del Novecento”, come scrive Anedda e “il prestigio del bene” come disse Simone Weil. La poesia non vive solo di atmosfere rarefatte e di materialità sublimate, ci sono versi che recano rumori e persino odori di cucine, di tepori domestici, di pentole in bollore: così é nei particolari messi a fuoco da Pasternak o dalla Achmatova, “fessure attraverso cui accogliere l’universale” - scrive Anedda; così é negli “Indizi terrestri” di Marina Cvetaeva, composti “non dopo, ma vicino al quotidiano”, sebbene la sua scrittura insegua “incandescenza di forma e pensiero”, un po’ come i colori che sfondano i confini della forma e si piegano alle correnti metropolitane, negli “Addii” di Umberto Boccioni. Ma, appunto, non di soli slanci procede il ritmo dei poeti: non quello di Wallace Stevens, sintonizzato sull’incedere incerto di un uomo già provato, i cui versi “coscientemente senili” sono scritti - dice Anedda - “dopo aver fissato bene la vanità”; né i versi di Celan che rinnegò le sue composizioni giovanili, né quelli di Kavafis nei quali risuona l’eco del suo “io non so sopportare”: versi consapevoli della loro irremediabile debolezza di fronte a un amore che si nega. Molte voci, troppe tra quelle convocate in questo libro, hanno scelto di tacere togliendosi la vita o lasciandosi morire: non ha senso azzardare una spiegazione, ma forse tra le pagine messe insieme da Anedda é legittimo cogliere un suggerimento: che esista un legame, talvolta troppo necessario, tra un corpo insidiato dalla morte e il linguaggio minacciato dal silenzio; come se la scelta di scrivere, essendo spesso prossima a un’ansia di totalità, rendesse meno tollerabile la percezione della propria finitudine. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stefano Crespi&lt;br /&gt;Immagini nella luce livida della solitudine&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Il Sole-24 Ore, 06/08/1997&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per le meritvoli edizioni Fazi di Roma, esce un libro abbastanza insolito nelle categorie correnti: si tratta di prose, dal titolo “Cosa sono gli anni”, e più specificatamente di prose lungo la linea e quasi nell’assolutezza delle prose dei poeti. Un libri insolito e sempre più raro, al punto che l’editore ha aggiunto un sottotitolo più discorsivo di saggi e racconti. L’autrice, Antonella Anedda Angioy, vive a Roma, proviene da una famiglia dell’aristocrazia sarda; ha pubblicato nel 1992 il libro di poesie “Residenze invernali” (nelle edizioni Crocetti)._“Residenze invernali” e “Cosa sono gli anni” (con uno scatto di poetica) sono due titoli molto belli entro cui sembra definirsi, riconoscersi la presenza (la voce) di questa giovane figura. Sono titoli che entrano in una circolarità, in una reciproca relazione di poesia e prosa le quali diventano il segno e il sogno l’una dell’altra: il tempo e lo spazio, il presente e il passato, la bellezza e la vanità._Il punto originario della prosa, così come la intendiamo, nella sua imparagonabilità rispetto al racconto, al saggio, a un priori poetico, é l’assenza d’opera. La scrittura é possibile sullo sfondo di un’assenza di scrittura: fuori dalle categorie del linguaggio, non c’é che un mormorio ostinato che torna al silenzio di cui non si é mai linerato.Nella prosa introduttiva, “Senza recinti”, cade improvvisamente questo frammento: “Di ciò che ho letto e perfino tradotto non conservo quasi nulla. Come davanti all’amato, non é abbastanza o é troppo, come prima di un appuntamento, nello specchio non c’é che vuoto e un bagliore che é anche paura.” Scorriamo le pagine del libro avanti e indietro, lo annnotiamo di sottolineature, per ritornare sempre a questo punto, come alla cifra e all’originarietà di queste prose: la misura della scrittura e la dismisura della condizione irrapresentabile._Sono pagine, dice l’autrice, nate “nell’isola di un’isola”, scritte a memoria, con pochi libri, e ricontrollate poi a Roma nelle citazioni. Sono pagine dunque che si iscrivono in un tempo lungo, arcaico dove si adunano i segni, le tracce, le frasi più interiormente necessitate; dive ricorrono gli accenti essenziali, e forse ossessivi della parola._C’é un libro d’arte che ci attrae. E’ intitolato “Lettrici. Immagini della donna che legge nella pittura dell’Ottocento”. E’ una variante (la donna che legge) nella infinita raffigurazione femminile (la donna mentre si veste e si sveste, si lava e si specchia, sogna o dorme, mentre passeggia e conversa nei salotti, mentre lavora, mentre prega, mentre esibisce la sua bellezza o é ripiegata nell’affetto materno). Ma forse più affascinante é l’immagine della donna, senza libro, alla finestra: la nostalgia dell’assenza, di un’infelicità, l’interiorità di un tempo compatto, il luogo profondo dell’io, e quasi quella “luce rembrandtiana” di quotidiano mistero ( con un’espressione di Claudio Magris). Nell’immagine della donna senza libro, più che la storia di un linguaggio, amiamo l’archeologia di un silenzio. Le prose di questo libro dicono la vita, il senso unico e irripetibile di ogni volto, di ogni gesto, di ogni oggetto, di una pena senza nome, di una frase nella frase infinita; dicono la vita nella sua intensità che risplende dietro le parole, dietro le unità indefinite, dietro le formalizzazioni categoriali. E’ uno sguardo che, su una soglia oscillante, cerca la presenza sfuggente, tenta di ricondurla quale immagine: il tempo fitto e tramato dei libri passa attraverso le mute lettere di un alfabeto interiore. C’é l’epica degli scrittori russi, la voce della letteratura ebraica, l’orizzonte inesausto della letteratura femminile ( da Ingeborg Bachmann a Marianne Moore, da Hannah Arendt a Simone Weil, da Anna Achmatova a Marina Cvetaeva, da Amelia Rosselli a Cristina Campo, da Nelly Sachs a Gertrud Kolmar). Tutto é riportato a una cadenza di diario che non stringe l’atto della vita in una meditazione di racconto, o in un taglio critico; ma si congeda nello struggimento, nello sguardo di un incontro, nel “grigio spento” di un luogo, nella luce livida di una solitudine._Di questa scrittura primaria vorremmo sottolineare la connivenza con l’immagine. C’è nella scrittura il trascorrere dell’interiorità: l’immagine é quasi il tentativo di fissare l’atemporale, l’opacità che resiste. Il dire é portato a quella cifra di unità, dove la parola più che riassorbire il reale nel senso, riporta il senso nel respiro, nel “disegno della poesia” (Yves Bennefoy). Diventano così esemplarità di scrittura le “immagini” di Giotto, del Lotto, di Cézanne, di Klimt, di Albetro Giacometti; o il bellissimo racconto di Andrej Rubev: “Umili e regali, con le grandi ali colme di luce, i volti bruni leggermente inclinati, gli angeli della Trinità sostano alla mensa di Abramo nel sereno splendore di un miracolo domestico. Per dipingerli Rublev non dovrà che ricordare ciò che ha visto in quel giorno di pioggia: le tre creature stanche sedute a un tavolo sotto una tettoia, con i piedi incrociati e nudi, mentre in lontananza splendono i bagliori di una tempesta e lentamente cadono le prime gocce d’acqua”.                               &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;scheda tecnica:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;autore Antonella Anedda &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;titolo Cosa sono gli anni &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;collana  le terre&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;pagine 144 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ISBN 88-8112-045-3 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;data di uscita 01/05/1997 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;numero collana 8 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;prezzo in libreria € 10,33&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-5730577800085991045?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/5730577800085991045/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=5730577800085991045' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/5730577800085991045'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/5730577800085991045'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2008/12/antonella-anedda-un-libro-da-non.html' title='Antonella Anedda: un libro da non perdere'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Spbmj04ohyI/AAAAAAAAAJ0/8t6QdDmLyQc/s72-c/anedda.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-7390042493468577860</id><published>2008-12-22T23:26:00.004+01:00</published><updated>2009-08-27T22:43:40.262+02:00</updated><title type='text'>IL PANE DI PADRE BIANCHI</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Spbv0nqRNvI/AAAAAAAAAKc/g3envwhIBfI/s1600-h/bianchi.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 380px; height: 284px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Spbv0nqRNvI/AAAAAAAAAKc/g3envwhIBfI/s400/bianchi.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5374746892591773426" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Ascolto con attenzione ed intima partecipazione, da molti anni, le parole di Padre Bianchi a Radio Rai 3. Ho trovato su "La Repubblica" questo testo, che non è una semplice recensione né un pezzo d'occasione, di Piero Citati. Parole profonde, sentite, da leggere e condividere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;IL PANE DI PADRE BIANCHI&lt;br /&gt; di Pietro Citati&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;da "La Repubblica", 20 dicembre 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell'alto Piemonte, tra Biella e Ivrea, sorge la comunità monastica di Bose. Siamo in collina: ci sono prati, fitti boschi; ma la vicinanza delle alte montagne - il Monte Rosa è prossimo - dà all'aria collinare quella freddezza, nitidezza e insieme quelle trasparenze e velature, che si avvertono nelle pitture lombarde di Bernardo Bellotto. Nella comunità, ci sono quattro sacerdoti. Tutti gli altri - cinquanta monaci e cinquanta monache - hanno conosciuto un lungo noviziato: otto anni di paziente attesa sulla soglia; ma non hanno preso gli ordini sacerdotali. Non dicono messa. Preferiscono restare «semplici cristiani», come sant´Antonio e san Francesco: in nulla, apparentemente, si distinguono dai laici che abitano le città e le campagne, salvo per l'obbedienza ai voti di vita comune e di celibato. Sono - quasi - come tutti gli altri: senza quella lieve, talora impercettibile parete che allontana il sacerdote dagli altri esseri umani. Della comunità fanno parte alcuni protestanti e due ortodossi: il patriarca di Costantinopoli è di casa; segno non di una impossibile fusione delle religioni, ma di quel fitto intreccio di esperienze religiose, che rende così confidenziale la nostra vita nel nuovo millennio.&lt;br /&gt;Oggi il monastero fiorisce: ha case, chiese, refettori, sale per le conferenze, laboratori , fraternità , come un monastero del Medio Evo. Il monastero è nato a poco a poco, casa dopo casa, stanza dopo stanza, chiesa dopo chiesa. L'ha creato padre Enzo Bianchi, il priore, un uomo di sessantacinque anni, che giunge dal Monferrato: sembra uno di quei contadini che, nelle chiese romaniche, venivano scolpiti negli archi per illustrare le fatiche dei mesi invernali; piccolo, tozzo. con una folta barba medioevale, porta nelle membra il peso, la forza e l'energia della vecchia civiltà contadina. Sa fare di tutto. Cucina, prepara marmellate, mette le melanzane sott´olio, ascolta anime, cura corpi, predica, studia la Bibbia, scrive libri, prende aerei, sale sul Monte Athos; e prega nel silenzio della sua stanza appartata, come un monaco del dodicesimo secolo. Attorno a lui, tutti lavorano. Qualcuno coltiva i campi, educando primizie: qualcuno polisce ceramiche: qualcuno medica nella città vicina: o studia l'Antico e il Nuovo Testamento nella grande biblioteca: o prepara una bellissima collezione di Padri della Chiesa: o stampa i libri: o costruisce mobili; o edifica le nuove ali del monastero; o lavora in cucina. Come nella civiltà moderna, ciascuno ha il suo ruolo: l'attività è precisa, ordinata, scrupolosa; ma ad un tratto, con una completa inversione delle parti, chi studia il siriaco sbuccia patate in cucina, e il ceramista pulisce il pavimento del refettorio. I monaci di Bose sono cristiani e quindi non disprezzano e non tengono lontano il mondo, il regno dei corpi e la natura. Hanno copiato nei loro libri una frase di Paolo VI: «Anche se il mondo si sentisse estraneo al cristianesimo, la Chiesa non può sentirsi estranea al mondo, qualunque sia l´atteggiamento del mondo verso la Chiesa». E come potrebbero rifiutarlo, se al centro dei loro pensieri c'è, come dice un piccolo, bellissimo libro di Enzo Bianchi, il Mistero e scandalo dell’incarnazione Gesù si è umiliato e piegato: si è reso vile e abbietto: è disceso nel peccato, rinunciando al «tesoro geloso» della incontaminata vita divina, proprio per salvare ogni molecola, granello, briciola della realtà quotidiana. Così i monaci di Bose continuano quello che, per secoli, hanno fatto i conventi cristiani. Salvano la natura, e la trasformano in cibo. Cuociono le marmellate, conservano le melanzane sott'olio e i «ficuzzi», preparano i vini di queste vigne quasi montane, lasciano stillare le gocce del miele, come se lasciassero colare le gocce di un'essenza celestiale.&lt;br /&gt;Se fossi capace, vorrei raccontare la vita di Enzo Bianchi, che considero il mio priore personale, e che ora pubblica presso Einaudi Il pane di ieri (pagg. 116, euro 16,50). Discendeva da una famiglia poverissima: aveva conosciuto quello che noi chiamiamo, senza renderci conto della parola, la miseria. Al tempo del Concilio Vaticano secondo, aveva circa ventiquattro anni; e insieme a due amici decise di rifondare il monachesimo - il glorioso monachesimo dei tempi cristiani, quello di sant'Antonio, san Benedetto, san Francesco -: impresa immensa. I tre partirono per Bose: dopo poco tempo, i due amici abbandonarono Enzo Bianchi; ridiventare monaci era troppo arduo e difficile. Egli rimase solo: non aveva un soldo: viveva nelle case dei contadini, quasi mendicando; e, nel tempo libero, che era moltissimo, restaurava una piccola chiesa romanica tra i prati, in fondo alla valle.&lt;br /&gt;Enzo Bianchi attese: con l'immensa pazienza e testardaggine che soltanto uno del Monferrato può possedere; attese come attendono gli uomini di fede. E ora, dopo meno di cinquant´anni, ecco il Monastero di Bose: una realtà straordinaria, forse unica al mondo. Senza alzare la voce, esso intrattiene rapporti con il cristianesimo ortodosso russo e con quello greco, pubblicando convegni, di cui l´ultimo è appena uscito. Enzo Bianchi sa benissimo che, nella sostanza, nulla o quasi nulla divide il cattolicesimo di oggi dall'ortodossia greca e russa. Non c´è nessun bisogno di creare una specie di superreligione: ma il cattolico del 2008 pensa attorno al Cristo, a Maria e alla divinizzazione dell´uomo quasi quello che pensa un ortodosso greco e russo. Questo mi consola. Nel suo recente libro, che sta ottenendo un grande successo, Enzo Bianchi narra con perfetta verità cosa è stata la vita nelle campagne del Monferrato fino a cinquant´anni or sono. Racconta i rapporti tra Dio e il tempo atmosferico, quando Dio fermava la grandine: racconta le ore della giornata, ritmate dal canto del gallo e dal suono della campana: racconta come nelle case venissero invitate le lingere, ossia i mendicanti, che sedevano a tavola insieme ai padroni: racconta come il pane di ieri diventasse il pane dell´indomani; racconta le veglie nelle stalle e nel caldo della cucina, dove gli uomini giocavano a carte. Tutti vivevano molto soli. Non esisteva l´amicizia. Intorno, le vigne del Monferrato: le foglie gialle paglierino del moscato, quelle rosse paonazzo del brachetto, le foglie viola del dolcetto e quelle verde antico del barbera; e le piante odorose, il prezzemolo, l'erba cipollina, il timo, la maggiorana, il rosmarino, che padre Bianchi ha ripiantato nel suo orto di Bose, «insaporendo l´anima». Poi ci sono le ricette del cibo: quella meravigliosa del sugo della pasta; vorrei ricordarla per intero ai cuochi e alle cuoche di oggi. Era un cibo sacro, che apparteneva a un tempo ancora sacro.&lt;br /&gt; Con discrezione, padre Enzo Bianchi tocca un punto gravissimo. La vita contadina di sessant´anni fa era gremita di simboli che venivano adattati all´esistenza cristiana: pensiamo al pane, al vino, agli uccelli, all´acqua, alla gramigna, al viandante e al pescatore nei Vangeli. Le parole di Gesù raccoglievano i nomi della vita agreste elevandoli a segni. Oggi, il nostro linguaggio non ha niente di sacro: né un computer, né un´automobile, né un frigorifero, né un telefonino né un aeroplano rivelano nemmeno un´ombra o un barlume di apparenza religiosa. Sono oggetti silenziosi, atoni, indifferenti, senza eco, che tengono lontana la parola. La foresta dei simboli è morta. Il linguaggio quotidiano respinge i Vangeli. Capisco come sia terribile il compito di padre Enzo Bianchi, e di tutti i monaci e gli uomini di chiesa che devono parlare agli uomini di oggi, senza più pane né vino, né gramigna né acqua né uccelli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PIETRO CITATI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ENZO BIANCHI Il pane di ieri Einaudi 2008 pagg. 114 – Euro 16,50&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-7390042493468577860?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/7390042493468577860/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=7390042493468577860' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7390042493468577860'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7390042493468577860'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2008/12/il-pane-di-padre-bianchi.html' title='IL PANE DI PADRE BIANCHI'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Spbv0nqRNvI/AAAAAAAAAKc/g3envwhIBfI/s72-c/bianchi.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-5481147892290552405</id><published>2008-12-15T02:04:00.001+01:00</published><updated>2008-12-15T02:07:07.170+01:00</updated><title type='text'>Nuova installazione di crico a Borgo Fornasir (UD) alla "Rassegna di Arte Contemporanea"</title><content type='html'>Da domenica 14 dicembre fino al 14 gennaio, nell'ambito della "Rassegna di Arte Contemporanea", presenterò una mia nuova opera scultorea, realizzata per l'occasione, nel giardino della Chiesetta di Borgo Fornasir a Cervignano del Friuli. Lo spazio è sempre aperto e illuminato anche nelle ore serali. L'opera, intitolata "Coordinate di una morte (La traccia luminosa della presenza)", è dedicata all'ingegner Fornasir, ideatore tra le altre cose, per conto dei fratelli Cosulich dei Cantieri Navali di Monfalcone, dello straordinario villaggio operaio di Panzano. &lt;br /&gt;  Borgo Fornasir, sorto dal nulla in una zona periferica e spopolata di Cervignano tra la prima e la seconda guerra mondiale, nacque dall'idea dell'ingegner Fornasir di creare a proprie spese una grande azienda  agricola dove, chi vi lavorava, potesse usufruire anche di un alloggio per la famiglia, corrente elettrica ed acqua calda, spazi per lo svago: comodità del tutto sconosciute all'epoca alla maggioranza della popolazione. Fornasir era difatti, oltre che uno tra i più grandi ingegneri dell'epoca ed accorto imprenditore, persona di rara sensibilità, mossa per tutta la vita dal desiderio di migliorare le condizioni di vita delle classi più umili.&lt;br /&gt;  Sul pavimento della chiesetta del borgo sono ancora visibili quattro borchie che dovevano segnare, secondo la sua volontà, il perimetro della sua sepoltura. Non fu così, per diverse ragioni, e la sua tomba ora si trova altrove. Ma la traccia luminosa della sua presenza rimane nei molti segni lasciati in questo luogo, un luogo che ci mostra come sviluppo economico e attenzione per l'altro possono convivere in modo armonioso. &lt;br /&gt;  La terra, la pietra, nelle sepolture diventano schermo immobile e buio che qui, in quest'opera,  svanisce per lasciare spazio al paesaggio in continua metamorfosi del cielo. Segno di una vita, nel profondo, mai uguale a se stessa. L'occhio di Fornasir non si fermava solo a ciò che vedeva. Ma si lasciava attrarre, anche, da ciò che non era ancora diventato visibile e a cui lui poi ha iniziato a dare una forma. La forma, nascente e desiderata, come avrebbe detto il mugnaio filosofo Menocchio, di "uno mondo nuovo".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per ulteriori informazioni sugli altri eventi, che vi consiglio di visitare: www.artecorrente.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-5481147892290552405?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/5481147892290552405/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=5481147892290552405' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/5481147892290552405'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/5481147892290552405'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2008/12/nuova-installazione-di-crico-borgo.html' title='Nuova installazione di crico a Borgo Fornasir (UD) alla &quot;Rassegna di Arte Contemporanea&quot;'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-7887071962021147029</id><published>2008-11-06T19:28:00.002+01:00</published><updated>2009-08-27T22:01:45.710+02:00</updated><title type='text'>Gianni D'Elia: verso Pordenone e il mondo</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Spbl-m9D7vI/AAAAAAAAAJs/jAb7qx3rRCM/s1600-h/giannidelia.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 218px; height: 320px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Spbl-m9D7vI/AAAAAAAAAJs/jAb7qx3rRCM/s320/giannidelia.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5374736069084573426" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;VERSO PORDENONE E IL MONDO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tal sercli net da li pupilis&lt;br /&gt;dai zovinùs in cieris lontanis&lt;br /&gt;il sigu nòuf da li sisilis,&lt;br /&gt;il veciu ciant da li ciampanis&lt;br /&gt;a colin sensa scaturìju.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;&lt;Ah Diu - a dis la mari - se tars!&gt;&gt;&lt;br /&gt;e dis-ciapinela pal sulisu&lt;br /&gt;a cor a vistisi par zì ju&lt;br /&gt;in Glisia pai ciamps zà clars.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A torna ch’a son un puc pì clars.&lt;br /&gt;A stissa il fòuc, a met a boj&lt;br /&gt;il lat, a distira tai bars&lt;br /&gt;li intimelis blancis, i ninsoj.&lt;br /&gt;A svualin intor li òdulis.&lt;br /&gt;I fis sot il biel suf biont,&lt;br /&gt;a vuardin sensa pì jodilis:&lt;br /&gt;a àn dismintiàt li so sfiòndis&lt;br /&gt;zint ju viers Pordenon e il mont.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;             Pier Paolo Pasolini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   &lt;br /&gt;   Il treno ricomincia a rallentare. Poco a poco, emergendo dal caos informe in cui fino a un momento prima erano immersi, riemergono timidi, quasi indecisi i lineamenti della campagna friulana. La linea è quella che porta da Trieste, facendo scalo a Udine, a Venezia. Nel capoluogo friulano bisogna scendere per cambiare. Lungo i corridoi, in cerca del proprio binario, si incontrano tra studenti con cappellini, giubbotti tutti uguali e le immancabili Nike ai piedi, gli sguardi tristi dei soldati e le prime prostitute di colore che si dirigono, in vista della notte, verso Trieste o Pordenone. Assonnate, senza trucco, sono vestite con tute da ginnastica, magliette anonime su cui si adagiano, spesso, cupe cascate di treccine ornate di conchiglie. Molte di loro vengono dalla Nigeria o dalla Sierra Leone; alcune, le più allegre tra loro, probabimente da qualche zona del Sud America. Parlano in uno strano spagnolo, o forse portoghese, incupito dalla lontananza, dalle loro voci profonde, nasali. Si capisce, da subito, che quello che in questo momento si riflette nei loro occhi è un mondo freddo, destinato a rimanere, forse per sempre, estraneo.&lt;br /&gt;   Ci sono spazi, come questi, in cui ci si trova come cadendo nel vuoto. Niente a cui potersi aggrappare. In cui anche rimanere fermi ad aspettare non dipende mai da noi. Ma da orari prestabiliti o, spesso, dai sempre più numerosi ritardi. Allora, anche se il treno che arriva si sa, come accade con questo, che ripartirà solo fra mezz’ora, salire in fretta, quasi facendosi strada tra quelli che scendono, del tutto illogicamente, appare come una specie di liberazione. L’importante è passare in un altro luogo, un altro spazio. Trovare, sdraiandosi sui sedili, una collocazione. Un punto fisso da cui affacciarsi e tornare magari a fissare, con altri occhi, quello che fino a poco prima era assorbito senza scampo dal vuoto. Operai che agganciano le carrozze tatuate durante la notte con le bombolette spray; il venditore di panini, un colombo che scende in volo sul marciapiede di pietra chiara, lisciata da migliaia di passi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Lentamente prima, poi sempre più veloce, il treno riparte. Poco fuori città, oltre i caseggiati della periferia, si tornano a rivedere i primi pioppeti, qualche gelso, le rogge che scandiscono ritmicamente le distese dei campi. Man mano che si va avanti ci si immerge in un’altra atmosfera, diversa da quella udinese, cittadina e borghese, anche se non più - come la descriveva Pasolini - appartenente ad un mondo contadino, arcaico, legato al succedersi ciclico delle stagioni. Rimangono ancora grandi, a volte immensi appezzamenti coltivati a mais, soia, filari interminabili di vigneti, ma i contadini sono rimasti in pochi. Poche decine di famiglie in cui da tempo, alle molte braccia, si sono sostituiti moderni macchinari. Ai lati delle strade le file di salici gialli, che venivano piantate per ricavarne i lacciuoli per legare le viti, sono state sostituite da insegne di faesite dipinta con slogan triti di banche o di grandi magazzini, sexi-shop, cantine sociali. &lt;br /&gt;   Certo, la memoria di ciò che era, quell’immagine di terra romanza fissata per sempre nei versi dei poeti dell’Academiuta, riesce ancora a sopravvivere e sovrapporsi, per un momento, a questi segni di morte che l’intaccano e nascondono, come i bozzoli bianchi, nuvolosi delle processionarie gli aghi verdi dei pini. Ma per quanto? Se nulla, forse, sopravvive all’erosione del tempo come la poesia, questo non basta a salvare, però, i luoghi cantati nei suoi versi. Anzi, forse tutto questo non fa che renderne in un certo senso, mantenendo vive davanti agli occhi queste lucenti immagini del perduto, più doloroso il ricordo. Anche se l’occhio capta ancora, e spesso, angoli sperduti di quiete, fitti boschetti di rovi e acacie, muri calcinati di casolari su cui al mattino, come su di una vela tesa, tra le onde terrose dei campi nudi si riflette la prima luce rosata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* * *&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   A Casarsa della Delizia, dove Pasolini visse e scrisse i suoi versi friulani, c’è un’altra fermata. Da lì, poco più che adolescente, mi recavo a piedi verso Versuta, un piccolo borgo dove il poeta con sua madre visse durante la guerra. Ci andavo a piedi, forse l’unico vero modo per capire un paesaggio. Di assorbirne i colori, coglierne i profumi. In macchina, ovunque si vada, è da dietro un vetro, ad una velocità non nostra, che attraversiamo i luoghi. Li attraversiamo; ma questo non basta: l’importante è essere attraversati dai paesaggi che incontriamo. Bisogna respirarli, lasciare che penetrino dentro, in ogni fibra, attraverso i pori della nostra pelle.&lt;br /&gt;   Anche a Versuta le cose negli anni sono molto cambiate. Resta ancora però presso una casa colonica, segnalata da una targhetta, la fontana cantata nei famosi versi d’apertura delle “Poesie a Casarsa”:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ë ü ç ï ö ä© b ê û î ô â á ú í ó&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fontana di aga dal me paìs.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A no è aga pì fres’cia che tal me paìs.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fontana di rustic amòur. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fontana d’acqua del mio paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non c’è acqua più fresca che nel mio paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fontana di rustico amore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Tra i campi lì vicino si trova anche, mezzo diroccato e senza più il tetto, il “Casél”, una piccolissima costruzione in muratura per tenere gli attrezzi dove, durante la guerra, Pasolini faceva da maestro ai bambini della zona. Rami di alberi entrano dalle finestre senza vetri in quel luogo in cui - esperienza quasi unica in Italia - venivano discussi  versi di Penna e Machado, Caproni e Lorca. Nascevano qui, tra i campi, poesie nuove e traduzioni in friulano dallo spagnolo, dal catalano, dall’inglese, mentre si andavano formando alcune delle maggiori personalità della cultura friulana del nostro tempo. Una lezione, dopo quasi mezzo secolo, mai appresa, o solo in minima parte, dal nostro sistema scolastico. Destinata a consumarsi, probabilmente, tra quelle macerie. Macerie che però, riprendendo un pensiero di Wittgestein, diventeranno “ alla fine un mucchio di cenere, ma sulla cenere aleggeranno spiriti”.&lt;br /&gt;   A Versuta abita ancora Ernesta, una gentile contadina che aveva affittato una stanza a Pasolini e a sua madre quando Casarsa, per via dei bombardamenti, era diventata troppo pericolosa. Racconta di quando morì Guido, il fratello, nella strage di Pòrzus, e Susanna rimase per giorni abbracciata a Pier Paolo fissando, lontane, le cime azzurrine delle montagne.&lt;br /&gt;   Chiacchierando insieme, ogni tanto mi diceva in veneto: “Pasolini el iera un omo bon, bon”. Sempre gentile e disponibile, era molto amato dalla gente semplice di qui che ancora non si capacita delle modalità della sua morte.&lt;br /&gt;   Raccontò, prima di congedarsi, che un giorno gli chiese: “Dimmi, Pier Paolo, poiché io sono ignorante e non capisco queste cose, secondo te, che hai studiato, esiste Dio?”. Lui, dopo un attimo di silenzio, le rispose: ”Dio c’è”. E tornò a ripeterci questa sua risposta fissandoci con un’aria solenne, come a volerla sottolineare meglio, per tre volte di seguito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Proseguendo ancora si arriva a Codroipo del Friuli, dove vive Amedeo Giacomini. Piccolo di statura, la barba bianca, il suo corpo come il suo sguardo tormentato trasmettono un’energia interna che i malanni fisici, le dure prove che ha dovuto attraversare, non sono riusciti a spegnere. I suoi lineamenti ricalcano la tempesta interiore in cui, fin da giovane, ha dovuto dibattersi. Spirito combattivo, polemico nel voler ristabilire ad ogni costo la verità dei fatti quando la vede minacciata. Parla nelle sue liriche di giorni immersi nel buio crogiolo della malinconia -Tal grin di Saturni, nel grembo di Saturno come dice una sua poesia - ma segnati nel fondo da una “barbara speranza” che lo porta, ugualmente, ogni giorno a tentare di ricominciare daccapo:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ë ü ç ï ö ä© b ê û î ô â á ú í ó&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Jo, nassut di zenar,&lt;br /&gt;fì de ploe e de nef,&lt;br /&gt;tampieste tal cour di une mari&lt;br /&gt;ch’a no mi voleve,&lt;br /&gt;scampanotà di cjampanis&lt;br /&gt;a saludà il miò no vole jessi tal mont...&lt;br /&gt;’Ste’ barbare speranze&lt;br /&gt;ch’a ti à fat vivi tal grin dal jessi,&lt;br /&gt;grin di Saturni, ti puarte, madrac vert,&lt;br /&gt;a sbrissa ta lis sfesis,&lt;br /&gt;ombrene malade, gjat avostan...&lt;br /&gt;Il fouc e la sinise, cjalde cjaresse&lt;br /&gt;sul trima dai vues, ti sburtin&lt;br /&gt;ogni di a sercja di scuminsa...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Sulle pareti, tra i molti quadri, pende un lavoro in pelle di Luciano Fabro, il grande artista concettuale, che è anche suo cognato. Ne possiede molti altri, forse anche più belli, ma, dice, non c’è spazio sufficiente. Dietro a lui, invece, si staglia una delle più belle incisioni di Zigaina regalatagli in occasione della pubblicazione del libro Mistieroi- Mistirus, con una prefazione di Padre David Maria Turoldo, in cui appare la sua traduzione in friulano del famoso poemetto di Zanzotto. &lt;br /&gt;   Amedeo fuma in continuazione. Spegne nel posacenere già colmo una sigaretta dopo l’altra, affondato nella poltrona del suo salotto, mentre il cane Mozart - il “salvato dalle acque”, l’ultimo di una cucciolata destinato a morire - gli si infila sotto le gambe, guarda incuriosito gli ospiti o si volta verso Sandra, la moglie di Amedeo, in cerca di una carezza. Mozart deriva il suo nome  dalle sue insolite qualità canore: più che abbaiare sembra inseguire, con grazia, qualche confusa traccia melodica ascoltata in chissà quale altra vita. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il cjanut ch’a’ ti sta intor,&lt;br /&gt;botul dols e pelos di cjarina&lt;br /&gt;quant che il cour, lat d’ aghe lamie,&lt;br /&gt;al trime intal glas di une vite&lt;br /&gt;ch’ ’a ti rive al sveati svintade,&lt;br /&gt;chel bastart squasi ros che il segret&lt;br /&gt;al cognos dal sta par sé sense dole-si&lt;br /&gt;se il fret distac di cheatris&lt;br /&gt;a’ lu insit sicu piere tal quadri,&lt;br /&gt;al dà la misure, bajant,&lt;br /&gt;dal tiò jessi siarade e lontane...&lt;br /&gt;(...)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il cagnolino che ti sta intorno,&lt;br /&gt;botolo peloso e dolce da accarezzare&lt;br /&gt;quando il cuore, lago d’acqua insipida,&lt;br /&gt;trema nel ghiaccio di una vita&lt;br /&gt;che ti giunge  al risveglio portata dal vento,&lt;br /&gt;quel bastardo quasi rosso che il segreto&lt;br /&gt;conosce dello stare per sé senza dolersi,&lt;br /&gt;se il freddo distacco dagli altri&lt;br /&gt;lo incide come pietra nel quadro,&lt;br /&gt;dà la misura, abbaiando,&lt;br /&gt;del tuo essere chiusa e lontana...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Giacomini, come anche Ida Vallerugo, si è dedicato alla scrittura in friulano dopo aver iniziato come apprezzato narratore e poeta in italiano. E, anche in questo caso, l’occasione scatenante è stata il terremoto, come una sveglia che abbia bruscamente riportato alla realtà, alla propria prima esperienza della realtà, due tra i più raffinati sperimentatori in lingua della nostra regione. Come un conto in sospeso, dimenticato nel tempo, che chiedeva di essere saldato. Un appuntamento, di cui non si sapeva nulla, ma che ugualmente non si poteva più rimandare.&lt;br /&gt;   Oltre a Pasolini, oggi, è difficile trovare un altro autore in Friuli della statura di Giacomini: opera dopo opera, fino alle ultime, altissime prove, la sua produzione lirica si è imposta come una delle esperienze più importanti nella storia della letteratura italiana (anche se, a differenza degli altri grandi nomi della poesia in dialetto tutti editi da grande case editrici, i piccoli, molto raffinati editori con cui ha pubblicato, non sono mai riusciti a farlo conoscere bene al grande pubblico ). Filologo finissimo, traduttore dal francese, di testi provenzali e dell’Historia Longobardorum di Paolo Diacono, dirige tra l’altro la fondamentale rivista dedicata ai dialetti Diverse Lingue. E’, inoltre, un grande conoscitore degli uccelli e questa sua esperienza è confluita nei suoi due trattatelli intitolati L’arte dell’andar a uccelli con vischio e L’arte dell’andar a uccelli con reti.&lt;br /&gt;   Se la lingua di Pasolini è quella materna, elegiaca, in cui il confronto con la realtà si scioglie sempre in una visione lirica e trasognata, addentrata in una lontananza quasi mitica, il friulano addottato da Giacomini è quello duro, intercalato da imprecazioni violente, dei padri. Il confronto con l’esistenza, nella poesia di Giacomini, non è separato dal diaframma delle mediazioni. Come nella vita, la sua parola penetra direttamente nel cuore delle cose.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A’ si reste chi a regjistrâ events,&lt;br /&gt;suts i vôj, doprant peràulis&lt;br /&gt;ch’a no nus làssin scjamp,&lt;br /&gt;vueits di sens e di spassi&lt;br /&gt;intal reliquiari ch’al fo dai siumps.&lt;br /&gt;E a’ no si vores ch’ ’a si jevassi buere&lt;br /&gt;a tirâ- sú i ôrs dai dîs,&lt;br /&gt;a mostrâju crots intune lûs di vêri.&lt;br /&gt;Li piíssimis mòscjis a’ nus svuàlin intôr&lt;br /&gt;insiliôsis ’romai pluj di vècjus sarpints.&lt;br /&gt;’I lassin lâ la man sul ôr dal sfuej&lt;br /&gt;fermant ancje i zesç.&lt;br /&gt;Un orloj di lontan&lt;br /&gt;al bat intal sanc òris di pene.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Un affondo doloroso, spietato a volte, ma naturalmente votato al canto, come se, nelle sue poesie, anche l’aspetto più brutale della vita non fosse destinato ad altro che a questo: a un canto ininterrotto che, come negli uccelli accecati da richiamo, si conclude solo con la morte. Un’estrema dissipazione di sé fino ad annullarsi, ma che resta il prezzo da pagare per dare una voce all’esistenza che arde dentro di noi. &lt;br /&gt;   Perché ciò che distingue subito l’opera di Giacomini, la rende diversa da quella di molti altri scrittori in lingua e in dialetto contemporanei, è proprio la profonda musicalità che permea tutti i suoi versi. E non si tratta, qui, soltanto di lirismo, ma di vera e propria musica, come se, a seconda delle stagioni della vita o degli stati d’animo, egli sia andato componendo di volta in volta un tango o un preludio orchestrale, una composizione corale o un lied, un canto d’amore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tu èris pai miei làvris&lt;br /&gt;more madure di morâr.&lt;br /&gt;’A ti rideve tai vôj ’ne dolse sede,&lt;br /&gt;promesse a traimi-four&lt;br /&gt;di là che il sorêli al ere une feride,&lt;br /&gt;aghe clare, lusinte&lt;br /&gt;pa la mê sêt di sbisse&lt;br /&gt;sbrissade fra li’ sfésis dal estât.&lt;br /&gt;O li fiéstis de viarte&lt;br /&gt;su la cise dai rosârs!&lt;br /&gt;Il tió cuarp di agane&lt;br /&gt;al fermave la lûs&lt;br /&gt;tanche sui pètuj li’ pèrlis de rosade.&lt;br /&gt;Strénzilu, peâti&lt;br /&gt;al fo jessi agnul&lt;br /&gt;colât tal cour dal mont,&lt;br /&gt;ta une tiare uarbe di pecjât.&lt;br /&gt;Pò al vigní misdí; pò sere...&lt;br /&gt;Vualive si speglave tai flancs&lt;br /&gt;’ne strache pâs:&lt;br /&gt;al suplît amôr&lt;br /&gt;la glorie dai cuarps scunîts&lt;br /&gt;’a no j bastave.&lt;br /&gt;Ti ài piardude par pôre di no savê&lt;br /&gt;peràulis a disi la fan di té rinade;&lt;br /&gt;j’ ti ài piardude ch’ j’ eri cjoc&lt;br /&gt;inmò di ben e di bieltât...&lt;br /&gt;Amôr, se pùar ch’ al é il lengas de gionde!&lt;br /&gt;Mitût di bande&lt;br /&gt;j’ mi disfâs cumò in tardívis soledâts.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Sono i suoi ultimi lavori comunque, come questi, a rappresentare i vertici della sua produzione. Presumut Unviar e In agris rimis sono i libri della maturità, dell’avvicinarsi dell’ultima stagione della vita. Del farsi inverno, lasciate cadere le foglie come gli alberi, in un’estrema economia dei propri mezzi espressivi per fronteggiare l’attacco del nulla, del gelo. La parola si scarnifica, come restringendosi in un unico punto e rilasciando così, in seguito, la luce limpida nata da questa sempre più tesa concentrazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al cale il soreli sul cil dal mont&lt;br /&gt;turbul ’romai di siumps scuminsats.&lt;br /&gt;Intor de’ cisis, grìviis d’ ombrene,&lt;br /&gt;a’ svuàlin i gnòtui inmubinats.&lt;br /&gt;Tra poc ’a  muardarà la suite&lt;br /&gt;i ors de gnot cu dinc dal siò strit&lt;br /&gt;ch’ al plate ogni revoc maturìt.&lt;br /&gt;’A é l’ore di piardi-si in sé&lt;br /&gt;fats grancs di scusse dure&lt;br /&gt;a strenzi il segret dal cour ch’al madure.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Non cambia il paesaggio descritto, ma la volontà di fuga presente nelle sue raccolte iniziali via via scompare per lasciar posto ad un incontro, sentito senza via di scampo, con il proprio destino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(...) Bisugne impara a resisti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No a la vìe. No a restâ,&lt;br /&gt;a resisti,&lt;br /&gt;ancje se di sigur&lt;br /&gt;varin smenteanse ancjemò, dolur.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Le opposizioni brucianti, insanabili, che lo hanno tormentato per tutta la vita, tendono allora a dissolversi. Anche il dolore, così a lungo patito, pur senza estinguersi, anzi, sembra oltrepassato e si aprono allora, improvvisi, inattesi, squarci inattesi di liberazione:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   In Friuli il rapporto tra musica e poesia, scaturito naturalmente dalla sonorità unica di questa lingua, ha origini antiche che si diramano fin nel presente. Una passione che contagiò anche Pasolini e che mantenne, poi, anche negli anni romani, partendo proprio dalla suggestione delle stupende villotte, le vilotis, caratterizzate come scriveva dalla&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;brevità metrica, che del resto si fa profonda nell’intimità dei contenuti, e vasta nella melodia: a esprimere come si canta uno spirito a volte ciecamente malinconico come possono esserlo certi sperduti dossi prealpini, di sera, d’inverno; e talvolta colmo invece di un’allegria accoratamente rozza, sgolata, di cui si empiono piazzette e orti nei vespri odorosi, nelle notti tiepide.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   A Gradisca di Sedegliano, a pochi chilometri da Codroipo, abita anche il pianista Glauco Venier. Glauco è ancora giovane ma, dopo essersi diplomato in organo, ha intrapreso una carriera nell’ambito del Jazz costellata da numerosi riconoscimenti. Alto, dal fisico imponente, i capelli scuri incorniciano un volto che esprime la sua naturale apertura verso gli altri, verso ogni nuova esperienza creativa. Figura aliena alle mode e sfuggente ad ogni classificazione precostituita, sempre pronto ad affermare con forza il bisogno e il diritto di spaziare liberamente in più campi diversi senza per questo perdere la propria identità, Venier è considerato oggi come uno dei migliori pianisti europei viventi.&lt;br /&gt;   Come scriveva recentemente Carlo Boccadoro, in una sua recensione all’ultimo lavoro dell’autore friulano, “L’insiùm”, il pianismo di Venier è “memore dell’esperienza del Jarret di Belonging  e My Song  eppure perfettamente in grado di affrancarsi da quel modello per esprimere una personalità multiforme. Armato di un solido bagaglio tecnico che gli deriva da un passato di studi classici, Venier unisce l’assoluta bellezza del tocco a un uso molto controllato del virtuosismo, sempre incanalato verso il massimo dell’espressività di fraseggio. Anche le sue improvvisazioni si caratterizzano per un uso molto intelligente della costruzione, in cui ogni elemento è inserito in un nucleo compatto; nulla viene sprecato, tutto ha un senso, e spesso a Venier bastano poche note per creare una costellazione melodica piena di autentica poesia”.&lt;br /&gt;  “L’insiùm”, “Il sogno”, è un album di grande bellezza in cui Venier ha rielaborato brani popolari e poesie in friulano dal Cinquecento ai nostri giorni in chiave jazzistica: un atto d’amore nei confronti dei luoghi in cui è nato, al legame antico in questa terra  tra musica e parola, con le migliaia di Villotte nella cui lingua preziosa, romanza, il profumo del lontano torna a spirare portato dal vento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* * *&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Pordenone, tra tutte, è forse la città che ha subito più trasformazioni fra quelle del Friuli. A partire proprio dall’uso del friulano che, qui, è stato sostituito da una parlata veneta importata dalla media borghesia quasi a segnare, una volta per tutte, il distacco dal mondo contadino. Da borgo rurale, difatti, nel giro di pochi decenni si è trasformata in uno dei centri industriali del Nord Est. &lt;br /&gt;   Le tracce del lavoro iniziato da Pasolini, però, non sono state cancellate. L’amore per la poesia sopravvive nell’opera di molti confluendo in importanti pubblicazioni a cura delle “Edizioni Biblioteca dell’Immagine” e, sopratutto, grazie a Gian Mario Villalta che qui ha portato in una serie di incontri i più importanti poeti italiani, da Fortini a Sanguineti, da Loi all’Anedda.&lt;br /&gt;   Alla fine del viaggio, di questo itinerario lungo le tracce di Pasolini e insieme della poesia in friulano, giunto a destinazione, nella torre antica di mattoni che hanno trasformato in una bella enoteca, tra il fumo e il tintinnìo dei bicchieri, guardo Gianni D’Elia mentre parla con la sua voce sottile. I capelli ondulati e fluenti, la barba, sulle guance, morbida e rada come quella di certi orientali, gli occhi vivi e attenti sotto le lenti cerchiate da una sottile montatura dorata. Le dita chiare ed eleganti. Aperto e disponibile, a tratti nella sua voce, tra i discorsi, s’insinua una nota dolorosa, come assorbito da qualche memoria triste che l’attraversa dal fondo del tempo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;...quanto più di me vivo privo,&lt;br /&gt;non tardare nel nome dell’amore&lt;br /&gt;a sentire levare lo sguardo del mattino&lt;br /&gt;che passa in una solitudine perenne.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con tanto silenzio la vera stagione,&lt;br /&gt;anche se l’inverno è ovunque,&lt;br /&gt;si alza altissimo nel cuore&lt;br /&gt;dove udire e scorgere ogni volta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Agli inizi d’autunno del’75 Katia Migliori, che stava allora allestendo l’indice ragionato della rivista Officina, telefonò  a Pasolini per chiedergli un incontro. Il poeta le promise che finito il montaggio di Salò, a cui stava lavorando, l’avrebbe attesa  a Casarsa, dove si sarebbe recato per qualche giorno a riposare. A quell’incontro doveva esserci anche Gianni D’Elia. La morte di Pasolini non rese mai possibile quell’incontro. La nostalgia per la scomparsa di un maestro come Pasolini veniva ad assommarsi così a quella, altrettanto bruciante, per un incontro che non è potuto accadere. Forse è stato anche questo avvenimento a far sì che nell’opera del poeta pesarese si ripresenti di continuo la figura di Pasolini, come se il lutto per quell’incontro così brutalmente sottratto dal proprio orizzonte, non potesse esaurirsi. Come se quel vuoto non si possa tentare di colmarlo che cercando, oltre la morte, un colloquio mai avvenuto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Passato attraverso l’esperienza difficile, contrastata di Lotta continua, dopo aver vissuto fino in fondo la crisi delle ideologie, come egli stesso ricorda, “la poesia di Pasolini, la prosa e la letteratura critica di Officina, e in special modo le analisi storiche di Romanò, che legavano i testi e gli autori tra Ottocento e Novecento al contesto della società e della cultura italiane, mi sembravano di un efficacia incredibile. La crisi della politica ne veniva illuminata, in profondo, senza rifiuti formalistici, ma neppure senza indulgenze plenarie. C’era qualcosa che poteva capire la storia e interrogarla, oltre ogni idea di autonomia delle forme, a contatto con le idee del secolo, con le speranze e le disperazioni più vere di ogni vivo. Ed era la poesia, come forma di conoscenza, come indipendenza da ogni ideologia prescrittiva e di partito, come esercizio di un realismo critico e ideologico di pensiero, e proprio nel solco di una nuova conczione marxista ed eretica, come estrema risorsa anche morale dell’individuo anonimo,magari anche come scandalo della contraddizione e rifiuto delle logiche dominanti, politiche e culturali”.&lt;br /&gt;   Poi ci fu l’incontro fondamentale con Roversi, a cui seguì la pubblicazione del suo primo libro di poesie Non per chi va, e la necessità di attrezzarsi sempre più autonomamente, dando vita a una nuova rivista da farsi a Pesaro. Un’esperienza per molti versi unica nel panorama italiano, con quattordici numeri, usciti tra il febbraio 1982 e il novembre 1994. Innumerevoli interventi critici, interviste, racconti e sopratutto poesie di autori come Giudici, Luzi, Fortini, Pasolini, Roversi, Caproni, Bilenchi, Santi, Macchia, tra i tanti, tantissimi, che hanno collaborato e dato un volto - in forma più o meno diretta - a quella che rimane una delle più interessanti e importanti riviste di questi decenni: “Lengua”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Nel corso di questi anni, per incontri o conferenze, Gianni D’Elia si è recato spesso in Svezia e, ultimamente, grazie alla sensibilità della casa editrice Artemisia, con sede a Helsinki, a cura di Elina Suolahti e Martii Berger, è uscito anche un elegante volume intitolato Voci di scrittori italiani, che raccoglie alcune fra le più note testimonianze pubblicate a partire dal primo fino all’ultimo numero uscito. Testimonianze di straordinario valore e densità ma, anche, di sorprendente godibilità, accomunate da uno stile limpido, da un cristallino nitore che permea anche i ragionamenti più complessi. Si apre così, già ad una prima lettura, un mondo attraversato da una mai sepolta passione per la scrittura, il ragionamento, ostile ad ogni improvvisazione gratuita, che prende rilkianamente le parti, sempre, del “difficile”. Esemplare, in questo senso, l’intervista a Fortini a cura di Attilio Lolini in cui - tra le altre - molto intense e significative appaiono le risposte riguardanti il suo modo di comporre:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Essere sottoposto all’occasionalità della lirica è cosa che ho sempre considerato come propria di una fase storica della poesia che rifiuto con tutte le mie forze e che mi pare legata, oggi, ad una tteggiamento errato e perfino puerile. Di qui l’ambizione, sempre regolarmente fallita, di altro: cioé di un discorso lungo. Quando oggi qualche voce critica (ad esempio Berrdinelli) mette in evidenza la relativa brevità della durata interna alle mie composizioni dice qualcosa di vero: ma erra solo se parla di epigramma. Ci sono, naturalmente, mie scritture che hanno e vogliono avere carattere di epigramma; ma è un’altra faccenda. La poesia non si misura con il doppio decimetro, e tuttavia quella critica ha ragione se vuol dire che nelle mie poesie c’è una forte tendenza centripeta. Ogni composizione si presenta come un nucleo, più o meno irradiante; di qui la difficoltà della sequenza e l’eccezionalità di composizioni come La poesia delle rose o Il nido che a me paiono a distanza e a memoria, incredibilmente lunghe mentre non lo sono affatto.&lt;br /&gt;   La composizione, quel che supera cioè il momento dell’immediatezza lirica è opera di architettura. Ho dovuto lottare tutta la vita perché la critica capisse - e finalmente c’é arrivata - che il rifiuto di pntare sulla “parola” era a favore della sintassi e della metrica e che quindi, nato e cresciuto in una poesia che aveva il culto della parola, accettavo una dimensione apprentemente prosastica puntando tutto sugli strumenti metrici e sintattici; sul periodo, cioè, sulle cadenze, sulle tensioni. Dietro la loro apparente disgregazione, nei libri da me pubblicati, si disponevano sequenze, blocchi, movimenti interni. La prosasticità gessosa con la quale ho per tanto tempo civettato può riscattarsi soltanto con una persino prepotente importanza conferita alle cadenze, alle cesure, ai ritmi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Non meno interessanti e ricche di fertili suggestioni le due interviste a Mario Luzi, in cui ogni risposta, segnata da una grazia severa e penetrante, potrebbe dare l’avvio a una serie senza fine d’interrogazioni sul fare poesia oggi:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco, la riconquista della naturalezza. E’ un pensiero, questo della naturalezza, su cui posso fare centro, un motivo caro da tempo, che mi preme. La naturalezza io la devo riconquistare continuamente, perché tutto va contro di essa: la convenzione, l’artificio, il patteggiamento conscio, inconscio, l’istituzione; tutto va contro, l’innaturale si ricostruisce di continuo ed io devo continuamente demolirlo, di libro in libro. Devo riconquistare la naturalezza. Se no va all’aria tutto. Quando ricomincio un libro - almeno fino ad ora così è successo - riorganizzo tutto daccapo, non c’è nulla del libro precedente che mi può servire, perché servirsene appunto, sarebbe già una perdita della naturalezza. E questo vale anche per la lingua di un’opera, sia in senso personale che generazionale. Ogni volta  va riconquistato lo spirito contro la lettera, ogni volta va liberato lo spirito vivente del parlato, dell’esserci della parola, per potersi mettere in ascolto e poter accedere anch all’ascolto degli altri.  Questo è il momento fondamentale, ed è soltanto a questo patto che l’operazione è linguistica nel senso totale, proprio del verbo. Non è più della tecnica espressiva che si tratta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uno spazio importante, in questo volume, è dato alla memoria: memoria, custodita e coltivata, di esperienze fondanti come quella di “Officina” a cui questa rivista, fin dagli esordi, ha sempre fatto riferimento; e memoria, infine, di autori che ripercorrono le tappe del loro percorso esistenziale, tratteggiando vive descrizioni di luoghi scomparsi, di poeti e narratori incontrati, impietosamente descrivendone, a volte, le debolezze, lucidamente ponendo in risalto la loro grandezza non sempre compresa. &lt;br /&gt;   Ricchissima e stimolante, in questo senso, la lunga “Conversazione in atto” di Gianni D’Elia con Roberto Roversi o quella con Piero Santi. Non bisogna tralasciare, tra le altre cose, il ricorrente interrogarsi sulla nuova poesia in dialetto, un punto di onore di questa rivista, che ritorna nelle risposte - diversissime ma tutte ugualmente illuminanti - sempre di Roversi, di Fortini, Luzi. Del resto, come scrive D’Elia:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Nel solco di un realismo critico e problematico, la rivista intende rileggere l’eredità del Novecento poetico, annettendovi la grande stagione della poesia in dialetto, con un atteggiamento paritario e inclusivo, non sostitutivo, della contemporanea rigogliosa stagione in lingua, in suggestione dantesca e materna.&lt;br /&gt;   Si devono al sottoscritto (...) le definizioni di “interdialettalità della lingua e letterarietà dei dialetti”, oltre al nuovo conio di “neovolgare”, per approssimazione alla nuova istanza creativa dei poeti neodialettali (Franco Loi, Raffello Baldini, Franco Scataglini, Amedeo Giacomini, Tolmino Baldassarri, fino ai giovani Giovanni Nadiani, Nevio Spadonie Nino De Vita, tutti ospitati con testi e studiati, insieme ad altri, sulla rivista.&lt;br /&gt;   &lt;br /&gt;   Ma non bisogna dimenticare, poi, le lettere di Saba in risposta all’allora esordiente Sandro Penna o quelle, in cui in altra forma torna a configurarsi il rapporto tra “maestro e allievo”, se così si può ancora intendere un umanissimo confronto tra diversi saperi, che Pasolini scriveva, tra il ’56 e il ’57, al giovane Ferretti.   E con Pasolini, con un ricordo che di Pasolini ci ha lasciato Elsa de’ Giorgi, si chiude, idealmente, questo volume. Un volume che, oltre agli autori citati, contiene altre, non meno alte testimonianze: segni lucenti di quella poetica della “compresenza” - lingua/dialetto, vita/opera, etica/estetica - che rimane uno dei più significativi contributi che questa rivista ha donato (arricchendolo di voci diverse e tematiche nuove) al panorama dell’attuale poesia italiana. Aggredendo, come alludeva una volta ancora Pasolini, e come ricorda Gianni D’Elia nella sua introduzione , “la nuova lingua...che dobbiamo tentare”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Mentre ci alziamo per uscire il locale comincia ad affollarsi e, nel rumore che aumenta, si fondono confusi i saluti. L’aria di marzo già buia, fredda si dischiude oltre la porta. Gianni, accompagnato da amici, se ne va in direzione dell’albergo. La piazza di Pordenone per un momento, come in un sogno, resta irrealmente vuota, senza macchine, passanti. &lt;br /&gt;   Guardo gli alberi, tornando a piedi verso la stazione. Pensando a come bisognerebbe ripartire da qui, imparare dal silenzio di quella forza nascosta che costringe queste piante a mille contorsioni pur di sciogliersi dall’ombra in cui sono state piantate, quel bisogno di luce gridato da ogni ramo, ogni stelo tra i muri alti, i mattoni anneriti, scabri delle case.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ivan Crico, 1996&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gianni D’Elia vive a Pesaro, dov’è nato nel 1953. Ha pubblicato le raccolte di poesia Non per chi va (Savelli, 1980), Febbraio ( Il lavoro editoriale, 1985), Segreta (Einaudi, 1989), Notte privata (Einaudi, 1993), Congedo dalla vecchia Olivetti (Einaudi, 1996). Ha fondato la rivista “Lengua”. Gli anni giovani (Transeuropa, 1995) riunisce una sua trilogia narrativa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Note&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Wittegestein, Pensieri diversi, Milano, Adelphi Edizioni, 1980, p. 20.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pier Paolo Pasolini, Noterella sulla poesia friulana, in “Un paese di temporali e di primule”, a cura di Nico Naldini, Parma, Ugo Guanda Editore, 1993, p. 245.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-7887071962021147029?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/7887071962021147029/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=7887071962021147029' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7887071962021147029'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/7887071962021147029'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2008/11/gianni-delia-verso-pordenone-e-il-mondo.html' title='Gianni D&apos;Elia: verso Pordenone e il mondo'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Spbl-m9D7vI/AAAAAAAAAJs/jAb7qx3rRCM/s72-c/giannidelia.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-6052107295284269403</id><published>2008-11-06T19:25:00.001+01:00</published><updated>2009-08-27T21:30:32.995+02:00</updated><title type='text'>La nuova poesia slovena</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Spbei7YvbrI/AAAAAAAAAJU/AVaLCVzUHjg/s1600-h/steger+e+crico+fogliano+6.7.1997.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 234px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Spbei7YvbrI/AAAAAAAAAJU/AVaLCVzUHjg/s400/steger+e+crico+fogliano+6.7.1997.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5374727896951647922" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella foto: 1989, Ivan Crico e Ales Steger nella Chiesa di Santa maria in Monte a Fogliano (GO)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PIGNA, TROTTOLA...DADI...SPECCHIO&lt;br /&gt;Un viaggio attorno alla nuova poesia slovena&lt;br /&gt;di Ivan Crico&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;                                       Perché il canto, emerso dal suo luogo natale, dopo il compimento, l’errare,&lt;br /&gt;                                       sia che di esso importi o no, debitamente ritorna...&lt;br /&gt;                 &lt;br /&gt;                                                                                                                                 Walt Whitman&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   &lt;br /&gt;   Le case sono poche, lungo la strada; molte le facciate nude, quasi mai intonacate. I pagliai sui prati verdi, che risalgono i pendii fino a lambire i boschi, qualche mucca libera al pascolo. Entrando in Slovenia si entra, ancora, in un mondo che ripropone, come riesumati dal fondo dell’infanzia, i paesaggi dei nostri primi anni, quando campi immensi, canali, vigneti, isolavano i paesi nel silenzio della luce. Pause di lontananze in cui addentrarsi liberandosi via via in un mondo non più umano, ma fatto di germogli teneri che rigavano la terra umida, di odori d’uva sui tralci ormai matura, di un volo di tortore dal collare sopra ingrigite distese di stoppie allagate. Camminare o andare in bicicletta lungo le strade semideserte voleva dire, innanzitutto, lasciare che quel grumo irrisolto d’illusioni  in cui crediamo di riconoscere il nostro io, si disgreghi sfaldato dal fitto andirivieni di luci sulle rogge, richiami di cince, sussurri di porcospini tra l’erba, riflessi aranciati sulle nuvole che ci sovrastano. Così, mentre quello che pensiamo di essere si scioglie come neve al sole, in quell’essere ogni cosa senza sapere mai esattamente cosa, riscopriamo la nostra più vera dimenticata immagine. Al di là ciò che, in noi, ci oscurava. “Cercare è trovare una strada affinché lo splendore possa fuoriuscire dal di dentro”, dice una poesia cinese.  &lt;br /&gt;   Per questo, per entrare in questi luoghi, in questo mondo a lungo interdetto, sembra quasi necessario - più che altrove - lasciarsi alle spalle ogni nostra idea preformata: non sarebbe nient’altro che un impedimento, un velo attraverso cui guardare, riflesse, le ombre di quel mondo nuovo che si sta disegnando dall’altra parte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   In fondo, tra le montagne, Lubiana si dilata sulla pianura.&lt;br /&gt;   Nel cuore di questa bellissima città le cui facciate recano ancora i segni della passata dominazione austroungarica, oggi un ruolo molto attivo e stimolante è ricoperto dalla SOU, l’organizzazione degli studenti universitari, che da qualche anno, sostenuta anche economicamente dai Ministeri per la cultura e l’istruzione, pubblica i testi poetici di alcuni fra i migliori giovani poeti sloveni, come Taja Kramberger, Matjaz Pikalo, Ales Steger e Uros Zupan.&lt;br /&gt;   Poeti, come anche Ales Debeljak, Alois Ihan e Peter Semolic, accomunati da una medesima preoccupazione nei confronti dello stile e per un approccio originale - sconosciuto alla passata poesia di questo paese - ad un sorta di pseudoreligione vicina (come ricorda Michele Obit, poeta che per primo li ha fatti conoscere in Italia) ad una sorta di mistica medioevale. &lt;br /&gt;   Confini, fisici ed ideologici, vanno difatti dissolvendosi, e l’ago sensibile della poesia non poteva non registrare questi cambiamenti. E, se anche in molti luoghi si tenta ancora di erigere nuove barriere, divisioni, ogni tentativo, in questo senso, sembra inesorabilmente nel tempo, se non subito nel nostro tempo, destinato a fallire. Ogni cosa, cancellata la protezione rassicurante di uno spazio intimo, si ritrova esposta, raggiungibile ovunque - e non c’è riparo possibile. Possibilità di difesa. Tutto scorre attraverso tutto ed è in questa condizione di estrema incapacità a definirsi, mantenere un’identità precisa, in questa costante corrosione dei confini tra interno ed esterno, che l’individuo deve muovere i propri passi 1). &lt;br /&gt;   Eppure, anche se attorno tutto sembra muoversi - vista da fuori - la cultura del nostro paese appare ancora per molti versi ancora immobilmente chiusa in sé stessa, autoreferenziale. Una sorta di isola inaccessibile, difesa da argini invisibili ma, in larga parte, ancora invalicabili. E questo, oltre a limitare la libera circolazione di nuove idee provenienti dall’esterno ( la cultura di interi paesi è spesso da noi del tutto sconosciuta), rende poco comprensibili i nostri autori all’estero e quindi, di conseguenza, difficilmente traducibili. &lt;br /&gt;   Uscire da questa lunga impasse, da questa chiusura limitante, sembra la cosa più urgente per la nostra cultura e, insieme, per il nostro paese. La conoscenza di quanto accade vicino a noi, per cominciare, può essere determinante per studiare diversi approcci alle problematiche moderne, diversi modi di percepire l’esistente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Prima di altri paesi l’Italia, attraverso il Friuli Venezia-Giulia, ha avuto per molto tempo, non sfruttandola appieno, la possibilità di accedere ad un mondo ignoto come quello dei paesi slavi; diventare, anche attraverso la conoscenza di queste culture, una porta verso l’Est, il mondo.&lt;br /&gt;   Dopo anni difficili ad esempio, in cui la libertà d’espressione veniva pagata a caro prezzo, la Slovenia dal ’91 ad oggi, dopo l’indipendenza, ha potuto assistere ad una stupefacente, rigogliosa fioritura di manifestazioni culturali, pubblicazioni, mostre, concerti che hanno, nella città di Lubiana, la loro chiara e fervida capitale. Introvabili, comunque, e inesorabilmente datate le quattro antologie di poeti sloveni contemporanei, a parte qualche sporadica traduzione di nuovi autori come Salamun su “Nuovi argomenti” e “Testo a fronte”, rispettivamente a cura di Edoardo Albinati e Giuliano Donati, le prefazioni e gli accenti critici di Arnaldo Bressan, Livio Guagnini, Jolka Milic, Giacomo Scotti, Giacinto Spagnoletti alle opere di Kravos, Pangerc, Zlobec e pochi altri ancora, si può dire che la Slovenia rimane ancora per noi, in larghissima parte, un continente tanto vicino quanto sconosciuto 2).&lt;br /&gt;   Ora finalmente, sempre a cura e con traduzioni di Obit presso l’editore ZTT EST di Trieste nel corso del 1998 è uscita una preziosa antologia, intitolata “Nuova poesia slovena”, che colma una grave lacuna nella comprensione di questo fenomeno di certo fra i più vitali ed interessanti nel panorama del mondo poetico contemporaneo. Un’antologia ricca di numerosi testi tradotti per la prima volta in italiano, ma in parte già noti da tempo all’estero, ed arricchita da una splendida e assolutamente indispensabile postfazione di Miran Kosuta in cui, con la solita profondità, questo studioso analizza le vicissitudini della moderna poesia slovena, dal dopoguerra ad oggi, e presenta l’opera di questi giovani autori (tutti nati dopo il 1960) perlopiù sconosciuti nel nostro paese. &lt;br /&gt;   Difatti, a parte il volume di Ales Debeljak Momenti d’angoscia (Napoli, Flavio Pagano editore, 1992), la prima organica presentazione di questi nuovi poeti in Italia risale appena al 1997, con un gruppo di testi inediti apparsi sulla rivista “CorRispondenze” a cura di Michele Obit 4). Altri testi sono stati pubblicati rispettivamente nei preziosi libriVoci dalla sala d’aspetto 5) nati a margine delle letture poetiche nell’incontro internazionale di poesia, musica, arte, danza a Topolò, sulle montagne al confine della Slovenia presso Cividale, e nel volume Di Fiamma e Ombra 6) che raccoglie i testi dei partecipanti ad una rassegna di musica e poesia che si tiene annualmente in un’antica chiesa rinascimentale a Fogliano, nei pressi di Gorizia. Piccole ma attentissime rassegne queste, come anche quella tenutasi a “Zona Centro” a Udine, che hanno avuto il merito di far conoscere per prime di persona, al pubblico italiano, questi autori. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Ma che cosa, già ad un primo ascolto, distingue la voce di questi autori dai tanti, anche grandi, giovani poeti europei contemporanei? Certamente ciò che più colpisce, in questi testi, è la naturalezza - a noi quasi ignota ormai - con cui questi autori si confrontano con i temi più ardui (e a volte abusati) della tradizione riuscendo, quasi miracolosamente, a creare testi poetici affatto banali. È come se, uscendo dal buio continuo di un lungo inverno, fosse concesso a questi autori di riappropriarsi, per un momento, di una giovinezza negata. E da qui, forse,  la mancanza d'ogni timore nell’attingere a piene mani, armonizzandoli nell’onda di un comprensibile entusiasmo, echi simbolisti e beat generation, la tradizione ermetica e Pavese; da qui lo spirare, in ogni verso, di una ventata d’aria nuova che, pur non cancellando le ferite profonde del passato, sembra volgersi con fiducia - fiducia nella potenza trasformatrice della poesia - verso il domani. &lt;br /&gt;   Tutto questo, a differenza della generazione passata, sembra in qualche modo favorito dal continuo sfaldarsi d'ogni residua componente ideologica, per cui questi poeti risultano, rispetto ai loro predecessori, forse ancora più “moderni” (anche nella loro maggiore vulnerabilità) perché in fondo più aperti e privi di preclusioni di fronte ad ogni sollecitazione esterna. Molte esperienze del passato, forse troppo sbrigativamente messe da parte, da Stefane George al Surrealismo, rivelano così, rielaborate in questi nuovi testi, un’attualità insospettabile e potenzialità ancora tutte da scoprire.&lt;br /&gt;   Davanti dunque, all’improvviso, quello che si dischiude è uno spazio vuoto, sfrondato dalle ideologie del passato, nel quale il poeta deve, orficamente, “rinominare il mondo” e riscoprire - come è ricordato nella postfazione - con Schiller la “Lied” dormiente in ogni cosa.&lt;br /&gt;   Difficile indovinare, spenti i naturali e giustificati entusiasmi per una ritrovata libertà d’espressione, quali saranno gli sviluppi di questa poesia. Una naturale vocazione a confrontarsi con l’esterno, a intrecciare continui contatti (favoriti anche dalla approfondita conoscenza delle lingue straniere di tutti questi poeti) con molti autori di tutto il mondo, sembrano comunque sicure garanzie del mantenimento, nel tempo, di una produzione poetica qualitativamente elevata. Si vedrà, se sarà dato vedere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* * *&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Il primo degli autori antologizzati, Ales Debeljak, il più noto e affermato anche a livello internazionale tra gli autori della sua generazione, è nato nel 1961 a Lubiana. Poeta saggista e traduttore, laureatosi in letteratura comparata e filosofia a Lubiana, ha ottenuto il dottorato in sociologia della cultura alla Syracuse University di New York. Attualmente insegna sociologia della cultura e della religione alla facoltà di Scienze sociali a Lubiana. Scrive liriche e saggi attinenti alla letteratura, alla filosofia e alla sociologia. Fino ad oggi ha pubblicato le raccolte poetiche Imena smrti (1985), Slovar tisine (1987), Minute strahu (1990), Mesto in otrok (1997), oltre a sei saggi. E’ stato redattore dell’antologia Ameriska metafikcija (1998) e dell’antologia contemporanea in lingua inglese Prisoners of Freedom (1994). &lt;br /&gt;   Personalità multiforme e complessa, supportata da un vasto e approfondito lavoro in campo teorico, Ales Debeljak è un poeta nei cui versi si incrociano e fondono i più diversi, e alti, percorsi del pensiero contemporaneo. E’ un’atmosfera di perpetua sospensione, difatti, quella che si crea in questi poemi, in cui la parola non diviene più portatrice di un senso, di un messaggio da offrire al lettore, ma vaga inquietamente tra gli oggetti, i volti e i paesaggi che nomina lambendoli ma senza sperare di infrangere, con questo, il velo del loro mistero. La loro essenza rimane sempre al di là della nostra comprensione: nominarla vorrebbe dire allora, innanzitutto, svilirla, semplificarla costringendola entro la nostra capacità di definirla. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nulla è raggiungibile. Nessuna voce si duplica.&lt;br /&gt;Come se non fosse mai accaduto. Le cose perdurano, tranquillamente.&lt;br /&gt;E al mattino tornerà a farsi giorno. Nelle vene scorre il sangue.&lt;br /&gt;Tu sei niente. Per tutti gli altri, tranne che per una donna, sei&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;l’oscurità profonda in fondo al fiume. Un sasso sconsolatamente liscio&lt;br /&gt;con un soffio d’azzurro. L’incavo sul pozzo. L’inizio&lt;br /&gt;di nessuno, che nessuno riconosce. Come il diario di Scott&lt;br /&gt;perduto nel turbine polare. Tu sei niente. Potresti essere la mia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;tristezza, ampia come il cielo. Ed il pieno e il vuoto del film&lt;br /&gt;avvolto per sempre nella bobina. La città ora non è davvero meno&lt;br /&gt;vulnerabile di quanto fosse prima. Io solo, questo posso aggiungere, risuonerò&lt;br /&gt;sulla frequenza del tuo silenzio e aspetterò una tua risposta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Le cose rimangono, alla fine, come se fossero vuote. Un nulla inafferrabile. Una negazione perenne - dentro il continuo rinnovarsi e riaffermarsi della presenza - di cui la lingua poetica si fa tramite, racconto, con la sua capacità di “illudere, incantare, stregare” velando il vuoto e illuminandolo attraverso reminiscenze letterarie, ponendosi in colloquio con tutto quanto è stato già detto e scritto. Ritraducendolo, in altre forme, in una infinita circolarità di discorso. La parola del poeta non può, forse, far altro che cantare, come ancora ripete Debeljak, i mutamenti e le trasformazioni in cui il soggetto lirico è immerso, continuando a confrontarsi - al di là dell’orrore di fronte al vuoto che lo circonda - con i grandi eterni temi della poesia, della morte, della malinconia, del ricordo, del silenzio, della solitudine e seppur meno spesso- com’è ricordato nella postfazione di Kosuta- dell’amore e dell’amicizia. &lt;br /&gt;   “L’argento, la vulnerabilità, il lungo viaggio” oltre di noi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Alojz Ihan, invece, è nato nel 1961. Laureato alla Facoltà di medicina di Lubiana, dove si è specializzato in immunologia, lavora come docente di microbiologia e immunologia. E’ stato redattore capo della rivista Aleph mentre attualmente è direttore responsabile della rivista Sodbonost. Ha pubblicato le raccolte in versi Srebrnik  (1986), Igralci pokra (1989), Pesmi (1990), Ritem (1993), Juzno dekle  (1995) e il romanzo Hisa.&lt;br /&gt;    Tra i nuovi autori sloveni l’opera di Ihan appare come la meno interessata ai labirinti e alle straniate tessiture verbali della poesia contemporanea, recuperando, invece, una forte componente narrativa, una limpidezza di dettato tutta tesa a chiarire le tesi di volta in volta esposte da questo poeta nella forma, oggi quasi dimenticata, della parabola. Ihan, difatti, affronta i temi della vita moderna direttamente, sezionandoli con la lama tagliente di uno spirito aperto e sempre sottilmente ironico, sviluppando senza trascurare alcun particolare importante il suo discorso per rovesciarlo completamente, di solito, con l’introduzione di un verso finale teso a sconvolgere la situazione. Un colpo di scena, abilmente preparato, che introduce nel testo la possibilità inattesa di altre letture, altri modi di guardare il reale, proiettando così ciò che sembrava appartenere soltanto alla più concreta quotidianità nei territori del mito, dell’allegoria fantastica.&lt;br /&gt;   Evitando le secche della sperimentazione linguistica, oltre i problemi di stile, questo poeta si distacca dalle generazioni precedenti ponendo nuovamente il problema della necessità di una poesia capace di raggiungere il lettore attraverso la forza dell’idea, dell’intuizione, di un moderno e per nulla semplicistico uso della parabola. Una poesia alla portata di tutti ma, non per questo, popolare; una poesia capace, invece, di non rinchiudersi in un universo autoreferenziale, per soli adepti, ma rimanere uno spazio aperto al discorso, luogo dell’umano in cui ognuno possa ancora dibattere e confrontarsi. &lt;br /&gt;   Alludendo così ad una poesia di Salamun, non è dunque senza una vena sottile di polemica che Ihan, impiegando in una sua poesia l’immagine dei giocatori di poker, si rivolge ai modernisti (prima abili e brillanti e poi in seguito, con il passare del tempo, sempre più goffi, deboli, piccoli): &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Li riconosci facilmente, questi grandi giocatori&lt;br /&gt;di poker, sopratutto quelli, i migliori, che senza posa&lt;br /&gt;vincono d’assi e di re, e se per puro caso hanno&lt;br /&gt;in mano solo carte senza valore, lo si viene a sapere&lt;br /&gt;alla fine, quando con fare indifferente, quasi fosse il più&lt;br /&gt;naturale dei passatempi, si prendono tutta la posta in palio;&lt;br /&gt;la cosa più strana, però, è che non utilizzano alcuna&lt;br /&gt;analisi e strategia, e con passione infantile&lt;br /&gt;credono nel favore della sorte, finché...&lt;br /&gt;...finché un bel giorno, giocando, non si colgono loro stessi &lt;br /&gt;di sorpresa a ripartire le carte con affinata&lt;br /&gt;attenzione, e quando poi diventano&lt;br /&gt;più attenti, fanno i conti con la propria inconscia&lt;br /&gt;scaltrezza, e poco dopo ne scoprono una seconda, una terza,&lt;br /&gt;una quarta; li entusiasma la loro efficace semplicità,&lt;br /&gt;però è strano perché poi iniziano poco a poco a perdere,&lt;br /&gt;prima solo una partita o due, poi sempre più;&lt;br /&gt;non riescono ad attuare nessuna delle astuzie scoperte&lt;br /&gt;né ripetere alcun trucco, e dopo un po’ li trovi&lt;br /&gt;che stanno appoggiati tra i bicchieri vuoti, con gli occhi&lt;br /&gt;persi cercano qualche spiegazione, bestemmiano, accusano,&lt;br /&gt;in ogni caso nessuno capisce ciò che vogliono dire,&lt;br /&gt;a nessuno nemmeno importa di quei goffi, deboli,&lt;br /&gt;piccoli giocatori di poker.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Nata a Lubiana nel 1970, dove vive, Taja Kramberger ha studiato storia e archeologia presso la Filozofska fakulteta lubianese. Dopo la laurea ha continuato gli studi di antropologia presso la facoltà degli studi umanistici. Suoi versi sono comparsi finora sulle riviste Dialogi, Literatura e Nova revija. Nel 1997 ha pubblicato il suo primo libro di poesie intitolato Marcipan. &lt;br /&gt;   Le lunghe poesie della Kramberger si sdipanano in prevalenza lungo i sentieri dell’infanzia, l’infanzia dell’autrice a Salara, “sul natio litorale bilingue”, in ambienti domestici e paesaggi descritti con la minuzia fantastica e quasi miniaturistica di certe illustrazioni favolistiche ma - ed in questo sta la novità dell’autrice - con insieme un’estrema modernità nell’impiego della lingua. Una lingua, a cui si mescolano frasi intere in italiano, capace di essere realistica ed evocativa, fantastica, al tempo stesso; una lingua in cui, come in alcuni mirabili cartoni animati disneyani degli inizi, gli oggetti assumono all’improvviso una vita propria, dialogano fra loro, rendendo in questo modo significativo, pieno di potere magico anche ciò che, ad occhi adulti, può sembrare assolutamente insignificante: il quaderno con le piccole api o l’orsacchiotto in cantina, negli occhi un luccichìo diverso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;...Nessuno fa caso alle limpide e delicate posizioni&lt;br /&gt;della Terra. Solo le figurine degli animali coperti&lt;br /&gt;di blu scuro, odoranti di cioccolata, parlano di sé.&lt;br /&gt;Si girano di schiena col palmo della mano e si perdono&lt;br /&gt;in tasche altrui. Via serpenti, andatevene dalle vigne,&lt;br /&gt;mi facciano questo piacere, per favore,&lt;br /&gt;perché ho paura di voi e poi perdo la chiave&lt;br /&gt;e con papà devo strisciare in casa attraverso la finestra della via Vanganel 57 d.&lt;br /&gt;Se incontri la serpe devi essere gentile,&lt;br /&gt;non provocare, solo stare immobile come una foresta pietrificata&lt;br /&gt;per non scatenare ciò che non puoi dominare.&lt;br /&gt;Si può irrigidire l’infanzia, se non fai attenzione,&lt;br /&gt;o addirittura estinguersi per punizione, se non&lt;br /&gt;sei gentile con lei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Il tentativo di assumere un punto di vista anteriore ai condizionamenti che segnano, in ogni individuo, la fine dell’infanzia - di dare voce a quel mondo il cui nome deriva proprio dal non possederla ancora, la parola - si traduce dunque in questi estesi, ricchissimi componimenti in cui ritorna l’ansia di uno sguardo diverso, vergine sul mondo. Un’ansia di purezza originaria, di libertà in fondo, che ha attraversato tutta l’arte contemporanea, per riappropriarsi di quello sguardo iniziale, proprio dei bambini, in cui lo stupore prevale ancora sulle gabbie delle classificazioni, delle interpretazioni, quando ciò che ci sta dinnanzi può essere ogni cosa, senza un nome o un ruolo preciso, parte viva di un gioco creativo in cui ogni mossa, anche la più impensata, rimane possibile. &lt;br /&gt;   Proteggere questi ampi e delicati spazi di movimento, di pensiero diventa uno degli obbiettivi principali di questa poesia, sottrendo alle devastazioni da parte del mondo esterno, il mondo dei grandi, il proprio, ancora intatto mondo interiore se, come ripete l’autrice, ciò che &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;senza successo per tanti anni hanno voluto &lt;br /&gt;estirpare in me è all’improvviso diventato il massimo&lt;br /&gt;di quanto possa dare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Matjaz Pikalo, nato nel 1963 in Carinzia, oggi vive a Lubiana. Poeta e vagabondo, come ama definirsi, a trecento anni dalla nascita di Voltaire ha fondato il gruppo musicale e teatrale Autodafé. Ha pubblicato V avtobusu (1990), Dobre vode (1991), Pes in plesalka (1994) e Bile (1997). &lt;br /&gt;   Scrive Miran Kosuta: “C’era una volta un’antica parola slovena: igrc. Significa pressapoco istrione, cantastorie, trovatore, giocoliere del verso. Matjaz Pikalo è questo. Un igrc. Un giocoliere del verso. E’ quasi impossibile gustare appieno la sua poesia senza vederla cantata, raccontata, interpretata da questo autore-attore”. Interprete tagliente di una realtà in continuo rivolgimento, in cui la normale successione temporale degli eventi sembra definitivamente perduta, la poesia di Pikalo deflagra - apparentemente caotica e spezzata - nello spazio insonne di un presente unico, totale, in cui i sogni e le lacerazioni del passato, come i presentimenti riguardanti il futuro, si confondono in un canto straniato, di periferie di grandi città abbandonate nella notte, di destini che si intrecciano senza riconoscersi, come ne “La raccolta”, nei silenzi di solitudini inscalfibili:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi sono perso nel mondo, nella notte, ho acquistato&lt;br /&gt;ancora tre, quattro suoi libri, anche s e ne ho già&lt;br /&gt;alcuni, ma dovete sapere, ne ha scritti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;molti. Ora davvero faccio quello che&lt;br /&gt;una volta, nell’esercito, mi faceva sorridere sprezzante,&lt;br /&gt;il mio mestiere. Ho il mio cantuccio e il telefono. Il vicino&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;rumoreggia. A volte telefono, leggo e bevo&lt;br /&gt;allo stesso tempo. Con i compagni di ginnasio non ci troviamo&lt;br /&gt;ogni anno. Da tempo con più ostinazione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;raccoglievo mirtilli e per primo mi vestivo. le coppie&lt;br /&gt;sulla via mi guardano strano, quando parlo&lt;br /&gt;da solo. Sto preparando una raccolta. Dopo, gli dei&lt;br /&gt;                                                                   potranno riposarsi del tutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Sono parole nate, prima che per essere lette, per venir recitate, cantate come si diceva, unite più che da un senso logico dal ritmo interno, musicale, che le domina. Il ritmo della vita che s’insinua ovunque, per Pikalo, “grandiosa e positiva”, come un’onda di gesti quotidiani, tracce oscure sulla sabbia, precipitati di frasi in lingue diverse. Situazioni diversissime, opposte a volte,  che devono convivere nello spazio breve di un verso come devono convivere, del resto, all’interno di ogni vita esposta, ora e sempre, ad un flusso infermabile di accadimenti troppo numerosi e veloci per poterli analizzare e classificare con ordine, perchè chi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;può verificare tutte le lentiggini sul suo &lt;br /&gt;viso, chi può sapere i nomi di tutte&lt;br /&gt;le erbe e chi gli ha preparato le camicette, &lt;br /&gt;quando tacciono i grilli e dove dimorano&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;gli uccelli?...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Peter Semolic, invece, è nato a Lubiana, dove risiede, nel 1967. Ha pubblicato finora tre raccolte di poesie: Tamar.isa (1991), Bizantinske roze (1994) e Hisa iz besed nel 1996. &lt;br /&gt;   Traduttore e critico, nella sua poesia apparentemente immediata e semplice si possono scorgere invece, ad una lettura più attenta, “infinite allusioni, complicità, reminiscenze” - come ricorda Kosuta - “a partire da Yeats a Mandelstam, da Salamun alla filosofia zen”. “La musicalità, il pudore, la forza delle sue immagini” di cui ha recentemente parlato Franco Loi 7), contraddistinguono l’opera di Semolic: &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Come posso cantarti, &lt;br /&gt;cervo che sei guizzato &lt;br /&gt;nella sera d’inverno accanto&lt;br /&gt;al mio volto, lasciando&lt;br /&gt;dietro la traccia rossa&lt;br /&gt;della tua passione che scorre?  &lt;br /&gt;Come posso cantarti al di là del tuo nome?&lt;br /&gt;Al di là della mia sofferenza&lt;br /&gt;come posso cantare la tua,&lt;br /&gt;cervo? Nei miei pensieri&lt;br /&gt;ti mescoli con l’immagine&lt;br /&gt;che mi ero fatto&lt;br /&gt;di te. Nei miei pensieri&lt;br /&gt;ti mescoli con tutte le poesie&lt;br /&gt;che ho letto sui cervi,&lt;br /&gt;con le xilografie dell’Altai&lt;br /&gt;ed i bassorilievi degli Indiani&lt;br /&gt;Maya. Attraverso i versi&lt;br /&gt;tento di toccarti&lt;br /&gt;mentre giaci nella pace di un cespuglio&lt;br /&gt;brullo e ti perdi&lt;br /&gt;nel crepuscolo della sera&lt;br /&gt;e nel delirio che precede la morte.&lt;br /&gt;E comunque: sei proprio tu&lt;br /&gt;quello ferito una sera d’inverno&lt;br /&gt;dalla pallottola di un cacciatore&lt;br /&gt;prepotente, o è solo il ricordo&lt;br /&gt;di un’immagine già dimenticata&lt;br /&gt;che è riemerso all’improvviso&lt;br /&gt;dall’infanzia?&lt;br /&gt;Cervo, la mia poesia ti lascia&lt;br /&gt;al confine estremo della sera,&lt;br /&gt;al confine estremo della vita,&lt;br /&gt;quando l’ultimo respiro&lt;br /&gt;è già iniziato, ma non avrà &lt;br /&gt;mai fine. Cervo, in questa poesia&lt;br /&gt;non si farà mai notte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   La purezza del dettato è, quindi, il risultato di una lunga decantazione, di un assiduo lavoro alla ricerca di una “parola magica”, capace di oltrepassare il senso quotidiano e approdare, così, all’essenza stessa delle cose. Per far questo Semolic non esita ad inventarla, questa parola, come nel caso della poesia “Flounder”, in cui questo termine di fantasia, dal suono suadente e misterioso, diventa “ il rifugio per tutto ciò che è umano”, il luogo in cui il respiro dell’essere infinitamente, in mille diverse forme, si riversa. Si potrebbe, allora, affiancare  alle liriche di Semolic quanto affermava Mircea Eliade, il grande studioso rumeno, ricordando che “la poesia è uno sforzo per ricreare il linguaggio, in altri termini per abolire il linguaggio corrente, di tutti i giorni, per inventare un nuovo linguaggio, personale e privato, in ultima analisi segreto” 8).&lt;br /&gt;   La lirica di Semolic diventa dunque un “distillato d’anima”, in cui la ricerca della Parola fra moltitudini informi di parole ha bisogno di continue metafore per definirsi, metafore che si dilatano fino ad occupare l’intero spazio di una poesia, in un’implacata ossessione di luce, d’essenza. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Nato a Ptuj nel 1973, Ales Steger è studente di letteratura comparata e lingua tedesca presso l’Università di Lubiana. Fa parte della redazione della collana studentesca Beletrina. Ha pubblicato finora due raccolte poetiche Sahovnice ur (1995) e Kasmir (1997). E’, inoltre, organizzatore dell’incontro annulae tra giovani poeti di tutta Europa Dnevi pozije in vina (Le giornate della poesia e del vino)  che si tiene a Medana.&lt;br /&gt;   La poesia di Steger scava lo spazio bianco del foglio con l’incisività e la lucentezza di parole che sono assolutamente sue ma che non nascondono, e non vogliono nascondere, le loro più diverse provenienze. Parole che ci restituiscono la sospesa stupefazione dei componimenti di autori come Wallace Stevens o Auden; il magico, surreale nitore di Paz; le ardue meditazioni metafisiche di Milosz; come, a volte, la lacerata dolente atmosfera delle poesie amorose di  Celan. Ne risulta quindi una poesia colta, evocativa; una poesia estremamente contemporanea, senza per questo uscire dai metri classici, capace d’insinuarsi dentro di noi continuando a lungo a scavare, invisibilmente, i suoi rarefatti tracciati.&lt;br /&gt;   Nel solco della miglior tradizione poetica contemporanea anglo-americana di questo secolo (con Stevens, già citato, fra i suoi autori prediletti troviamo Ted Hughes e Les Murray), Steger riesce a partire, allora, da dati minimi, oggetti immersi in una luce mentale ma sempre venata da una forte carica sensuale, un erotismo intriso di sacralità, per approdare ad una parola che svelle in linea anche con la poesia surrealista, dall’interno come in “Estate”, ogni codificazione concettuale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La roccia rovente, che spezza l’acqua, il cielo&lt;br /&gt;Che lascia cadere da sé uccelli di carta, affinché svaniscano&lt;br /&gt;Nel tuo corpo: il corpo del tempo e dello spazio. Il corpo&lt;br /&gt;Con il viso da bambino, che nel sonno conta il mare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il corpo con gli occhi di nero carbone, che guardano fissi&lt;br /&gt;Dalla brace. Il corpo con tracce di preghiera. Con i seni,&lt;br /&gt;I sacrifici al domani. Con la mano che sul palmo&lt;br /&gt;Brucia il mio palmo. Quante parole pronunciate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che non capisci, perché non puoi capirle.&lt;br /&gt;Quante parole con cui puoi solo fare l’amore&lt;br /&gt;Sul letto del silenzio; sulla lingua dell’angelo; sulla punta&lt;br /&gt;Della spada del sole. Guarda: la luce all’istante ci taglierà&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La pelle tesa, per unire i nostri corpi in un foglio&lt;br /&gt;Bianco sul quale porrà con il sangue il suo nome d’autunno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Attraverso un ricercato, cosciente e consapevole abbandono del proprio io (in favore di un “altro io in lui, quello creativo e ispirato”, come ricorda Kosuta), la parola dell’autore insegue dunque la lingua lontana, impenetrabile delle cose - filtrata dal silenzio dello sguardo - attraverso uno straniato processo descrittivo che la conduce a sprofondare  di continuo in una dimensione altra, sacralizzata senza, per questo, mai oltrepassare la realtà. Il mistero senza fondo, intatto e inscalfibile che si trova dentro e non dietro, o al di fuori, dei confini delle cose, nel “corpo del tempo e dello spazio”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Uros Zupan, nato nel 1963 a Trbovlje, si è laureato in letteratura comparata all’Università di Lubiana. Scrive liriche e saggi letterari; è traduttore, inoltre, dall’inglese e dal serbocroato. Le sue raccolte poetiche sono Sutre (1991), Reka (Fiume, 1993) e Odpiranje delte (L’apertura del delta, 1995). Di prossima pubblicazione la raccolta Nasledstvo (La successione). Una raccolta di sue poesie è stata tradotta in lingua inglese. &lt;br /&gt;   Figura a suo modo distante dalle altre voci slovene (come ha recentemente ricordato Michele Obit, nel primo numero della rivista Koan, presentando alcuni suoi bellissimi testi inediti 9), Zupan, anche se continua a dichiarare di “non appartenere a nessuna generazione” e a definirsi “un outsider”, non si può negare che “ne sia in qualche modo il punto di riferimento” e “una delle voci più ascoltate e seguite degli ultimi decenni”.&lt;br /&gt;   Attualmente vive a Lubiana, dov’è attivo all’interno della collana studentesca di libri “Beletrina”. Zupan, dalle prime raccolte ancora fortemente influenzate dall’attuale poesia americana è giunto, con  i suoi ultimi lavori, ad una poesia in cui il quotidiano, le cose della vita di ogni giorno si trasformano in simboli di una ricerca sempre più venata dai segni, segni d’acqua e luce, di un approccio tutto personale, come in “Preghiera”,  al mondo metafisico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella cavità, nella cavità i muri&lt;br /&gt;sono umidi di fiato.&lt;br /&gt;Ma non era il tuo,&lt;br /&gt;non hai respirato,&lt;br /&gt;il cielo lo ha fatto per te&lt;br /&gt;ed i fiumi il mare e le stelle&lt;br /&gt;lo hanno fatto per te.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fuori, dai rami crescevano fiori,&lt;br /&gt;il vento calmava il mare sotto&lt;br /&gt;il cielo di Palestina&lt;br /&gt;e il nostro sospetto si è&lt;br /&gt;propagato come i fiori,&lt;br /&gt;il nostro desiderio di toccare la ferita&lt;br /&gt;con gli occhi asciutti&lt;br /&gt;si è propagato come i fiori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’acqua scorreva nel sogno.&lt;br /&gt;Nell’acqua eri immerso&lt;br /&gt;quando per la seconda volta hai avuto nome.&lt;br /&gt;Sognavi, sapevi&lt;br /&gt;di sognare?&lt;br /&gt;Nell’aria ti immergerai&lt;br /&gt;quando per la terzaa volta avrai nome.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Padre ha liberato le nuvole.&lt;br /&gt;Ha riempito le ore&lt;br /&gt;con l’attesa.&lt;br /&gt;Tutti l’aspettavamo. Anche tu.&lt;br /&gt;Tutti, fatti con la Parola,&lt;br /&gt;aspettavamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’acqua ti ha escluso.&lt;br /&gt;L’acqua come l’aria.&lt;br /&gt;Di una bianca nuvola ti sei vestito.&lt;br /&gt;La gente ha creduto in questo mattino,&lt;br /&gt;ha creduto&lt;br /&gt;quando l’agnello ti ha dormito nel cuore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Te ne sei andato. Noi siamo rimasti.&lt;br /&gt;Nel cielo e nell’abisso osserviamo&lt;br /&gt;come la traccia del tuo sacrificio scompare,&lt;br /&gt;il cielo e l’abisso di nascosto ascoltiamo,&lt;br /&gt;dove con uno scoppio fragoroso &lt;br /&gt;si rifrange la luce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Un approccio che non ricerca soccorso, che rimane sempre attesa, e non ancora raggiungimento, della perfezione. Le immagini sono a volte quelle allora, alte e immaginifiche, della Bibbia, dei testi cabalistici, ma riempite soltanto, secondo le stesse parole dell’autore, con la propria personalità, senza rimandare ad altro, se al poeta è consentito ( come dice in una sua poesia) di “camminare senza nozionismi né maestri lungo i sentieri, varcando le cadenze delle preghiere, immergendosi nel centro dei misteri”.&lt;br /&gt;   Per questo forse, alla fine, i suoi testi si presentano come una continua oscillazione tra due mondi, quello della visione e quello della veglia quotidiana, permettendogli, nel contempo, di vivificare con la luce del simbolo ciò che è anonimo, scontato, e dare corpo e verità al volo - altrimenti senza peso - della mente che questi simboli decifra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* * *&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;   Pigna, trottola, dadi...specchio. &lt;br /&gt;   Nella vita tormentata di questi paesi sembra di rivivere antichi drammi, incisi sulle auree lamette orfiche, narranti la lotta, nella natura umana, tra l’elemento violento, distruttivo, titanico, e la vitalità inafferrabile, sempre rinascente di quello dionisiaco.&lt;br /&gt;   Con giochi da fanciullo Dioniso difatti venne ingannato e, successivamente, straziato dai Titani. Grazie a Rea, che ne ricompose le membra, il Dio conobbe la sua terza nascita, dopo la prima dalla madre e, la seconda, da una coscia. L’iniziazione passa attraverso lo smembramento di sé ma, anche, dalle seduzioni con cui la vita ci svia. Le promesse, le voci che ci attraggono (mostrandosi inizialmente benevole come si sono mostrati, ai popoli, i vari regimi totalitari di questo secolo) per condurci in seguito in un cerchio cupo, infernale. Il corpo smembrato, una volta ricomposto, mantiene la memoria di ciò che era ma, ormai definitivamente diverso, guarda alle cose da un altro versante, quello di chi ha tradotto il mistero della sua vita con le parole della morte.&lt;br /&gt;   Nel mondo quello che si specchia è, da quest’istante, lo sguardo di un altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Note&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) Per evitare i rischi di un’eccessiva generalizzazione di questi temi, senza dimenticare le difficoltà e le ancora drammatiche attuali divisioni, vedi l’intervista illuminante di Danilo de Marco a Predag Matvejevic Tra  asilo ed esilio, Circolo culturale Menocchio, Montereale Valcellina (PN) , 1997, p. 40.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2) La mancanza di una nuova antologia in italiano che raccolga l’opera dei poeti del dopoguerra - da Salamun a Janus, da Kravos a Grafenauer e tanti altri - rappresenta un grave ostacolo alla comprensione dell’interessantissima poesia slovena e dei suoi attuali sviluppi; sarebbe auspicabile, in questo senso, che questo vuoto potesse essere colmato al più presto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3) “La nuova poesia slovena”, a cura di Michele Obit, in “CorRispondenze”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4) Questa, come tutte le seguenti citazioni nel testo di Kosuta, sono tratte dal saggio “L’eterna ricerca del Santo Graal nella nuova poesia slovena” in Nuova poesia slovena, a cura di Michele Obit, ZTT EST editore, Trieste, 1998, pp.170-191.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;5) “Voci dalla sala d’aspetto”, a cura di Michele Obit, edito a cura della “Associazione  Artisti della Benecia, Cormons, 1996, p. . e “Voci dalla sala d’aspetto”, a cura di Michele Obit, edito a cura della “Associazione  Artisti della Benecia, Cormons, 1997, p. 31.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;6) Di fiamma e ombra, numero monografico di CorRispondenze n. 8, a cura di Ivan Crico con la collaborazione di Charls Ward, settembre-ottobre 1997, edizioni Kappa vu, Udine, p. 52.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;7) F. Loi, “Ma a Topolò c’è tutta un’altra aria”, in “Il Sole-24 Ore”, 27-9-1998.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;8) Mircea Eliade, Miti,, sogni e misteri, Milano, Rusconi, 1986.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;9) “L’alchimia tra solitudine e amore”, poesie inedite di Uros Zupan a cura di Michele Obit in “Koan”, n. 0, anno I, settembre 1998, Vittorio Editore, Udine, pp. 30-40.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-6052107295284269403?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/6052107295284269403/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=6052107295284269403' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/6052107295284269403'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/6052107295284269403'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2008/11/la-nuova-poesia-slovena.html' title='La nuova poesia slovena'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/Spbei7YvbrI/AAAAAAAAAJU/AVaLCVzUHjg/s72-c/steger+e+crico+fogliano+6.7.1997.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-1555551536430253498</id><published>2008-11-05T18:53:00.000+01:00</published><updated>2008-11-05T18:54:14.166+01:00</updated><title type='text'>Il patrimonio linguistico del FVG nel tempo dell'omologazione</title><content type='html'>Gli scontri, le infinite polemiche sorte in occasione di ogni vertice sul commercio, a partire da quello di Seattle, iniziano a porre interrogativi percepiti come decisivi - anche da parte delle persone meno impegnate - in ogni luogo del pianeta. &lt;br /&gt;  Che ne sarà di questo mondo, ci si chiede, della natura, delle tradizioni, di cibi, costumi, linguaggi tramandati a volte da tempi immemorabili?&lt;br /&gt;La necessità di una comunicazione rapida ad esempio - time is money - in un mondo sempre più dominato dall’ossessione di immediati profitti non poteva, da subito, che trovare un ostacolo, un ostacolo di cui sbarazzarsi al più presto, nell’infinita varietà di lingue e dialetti presenti nel nostro pianeta. Varietà che aveva trovato, finora, rifugio nelle enormi difficoltà create dagli spostamenti o dalla mancanza di strumenti come il telefono, il fax, per non parlare di Internet. Ora, comunicare con qualsiasi luogo della terra è, in gran parte, possibile. Le nostre esigenze, del resto, sono cambiate e ciò che ieri era del tutto sconosciuto è diventato oggi, nel giro di pochi anni, per noi assolutamente indispensabile. O ci appare tale. L’offerta, di qualsiasi cosa, si è immensamente allargata rispetto ad un tempo e questo comporta obbligatoriamente il contatto sempre più stretto con chi, in ogni parte del mondo, queste cose ce le può offrire. E non solo merci ma anche musiche di popoli sconosciuti, filosofie diverse dalle nostre e così via di seguito. E tutto questo, non può essere messo in dubbio, è un grande arricchimento per genti che come le nostre a volte, fino ancora a cinquant’anni fa, non vivevano troppo diversamente dai popoli primitivi, spesso abitando entro tuguri malsani, senza cibo né vera istruzione. &lt;br /&gt;  Ma come e in che modo il mondo, improvvisamente, giunge nelle nostre case? Qui sorge una legittima perplessità. Nessuno, difatti, può pretendere di conoscere a fondo tante culture tanto diverse e così, spinti perlopiù da un’effimera curiosità, ci accontentiamo di grossolane traduzioni (quasi sempre a loro volta mediate dall’inglese) di altri modi di percepire la realtà in altre, anche lontanissime, parti del mondo. Approfondire è una parola, sembra, sempre più estranea al nostro lessico e dunque, com’è accaduto nel caso della New Age o di certa cosiddetta World Music, ciò che ci si illude di studiare o di sentire non è che una sorta di riassunto ad uso di chi le fonti originarie non avrebbe mai né il tempo, né la costanza, di studiarle. In questo brumoso e infermabile ramificarsi di informazioni che, per non essere state vagliate criticamente da chi le diffonde e da chi le riceve, spesso si rivelano altrettanto inutilizzabili (e in più foriere di confusione) di quando non ne eravamo a conoscenza, in questo preteso abbattimento di ogni distanza, c’è anche chi si pone il problema di salvaguardare come può la fisionomia originaria di antiche culture che oggi rischiano seriamente di scomparire. Già, perché il mito di comunicare con chiunque e ovunque ha avuto come primo ed immediato risultato la necessità, come si diceva, di trovare una lingua comune; e così la possibilità di sopravvivenza di una lingua o di un dialetto non dipende ormai da altro che dal maggiore o minore numero dei suoi parlanti. Si tratta di un problema antico; ma la vertiginosa sparizione di lingue e dialetti a cui assistiamo in questi ultimi decenni non ha precedenti nella storia. Semplicemente, chi non impiega una lingua parlata da almeno qualche milione di persone è destinato ad essere escluso, a vivere confinato e bloccato in un’isola immobile quando tutto, intorno a lui, diventa Oceano, correnti in continuo movimento che si spostano in ogni direzione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Eppure queste numerosissime lingue parlate nel nostro pianeta sono tutte ugualmente importanti testimonianze della varietà della vita, della relazione millenaria, fisica e spirituale, tra l’uomo e i luoghi in cui è vissuto, per cui la perdita di ognuna di esse significa anche la perdita - irrimediabile - di un sentimento e di una conoscenza profonda delle cose. E non cose genericamente intese, ma esattamente gli elementi specifici che compongono un certo paesaggio e soltanto quello, quegli alberi e quegli animali, quelle rocce e quel cielo. Il rischio è dunque quello che, assieme alle parole, si perda anche ciò che esse nominavano. E, anche qui, in Friuli, il desolante, monotono proliferare di villette e capannoni industriali tutti troppo simili, dal mare fino alle cime delle montagne carniche, sembra tristemente dimostrarlo. Diventa, cioè, più facile distruggere ciò con cui non abbiamo più un rapporto diretto: come nelle guerre, ad esempio, in cui la prima necessità è sempre stata quella di creare una distanza incolmabile tra le parti. Non diventa più così facile, allo stesso modo, abbattere un albero o costruire su un prato se abbiamo imparato a conoscere e a sentire la vita che si agita in queste cose, se un albero o un prato non sono semplicemente due termini vaghi ma hanno un nome preciso, dato ad essi da persone che ne conoscevano ogni remota fibra o le centinaia di creature che da quelle erbe, tutte diverse, tutte con un proprio nome, traevano sostentamento o rifugio.&lt;br /&gt;   In questi anni, per puro e cieco calcolo opportunistico mascherato sotto il nome (anche qui significativamente generico) di Progresso, sono state eliminate dal pianeta migliaia di specie animali e vegetali, per non parlare degli innumerevoli disastri ambientali. È quanto è accaduto anche in una regione come la nostra quando, solo per fare un preciso esempio tra i tanti possibili, si decise che la pezzata rossa friulana, un’antica razza bovina di queste zone, non rendeva più e si scelse quindi, senza rimorsi, di sostituirla con altre razze considerate più redditizie. Diffusissima fino a qualche decina d’anni fa in tutte le nostre stalle, di questa specie (di cui quasi nessuno parla) non esistono ormai che pochi esemplari sempre a rischio d'essere abbattuti o incrociati con razze non autoctone. &lt;br /&gt;  E la lista degli orrori potrebbe, volendo, continuare per pagine, come lo spettro del “Corridoio 5” che rischia di devastare definitivamente parte del paesaggio della Bassa e quel che resta della Bisiacarìa (dopo l’aeroporto, Centrale, Cantieri navali ecc.) e un buon tratto del Carso monfalconese e triestino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Per quel che riguarda alcuni linguaggi ritenuti particolarmente significativi si è tentato, in Italia, di salvaguardarli con apposite leggi di tutela. Leggi che però forse, se ci riusciranno, salveranno come abbiamo detto soltanto alcuni dei linguaggi a rischio d’estinzione presenti nel nostro paese. È necessario dunque, a partire da questa importante anche se non in ogni punto condivisibile legge, che proprio chi ha beneficiato di questo riconoscimento e dei finanziamenti ad esso collegati, si adoperi attivamente per estendere quest’opera di salvaguardia delle diversità impegnandosi affinché nulla, di ciò che caratterizza nel profondo il nostro paese, venga sciaguratamente disperso. &lt;br /&gt;  Ricordiamo a proposito che, anche se all’interno dei confini dell’antica regione storica del Friuli la lingua friulana è oggi certamente quella maggiormente conosciuta e diffusa, da molti secoli questi territori sono stati caratterizzati anche dalla presenza di altri (non meno significativi e meritevoli di tutela) linguaggi. Parliamo delle parlate medievali tedesche in alcune località della Carnia e di quelle - legate al mondo slavo o sloveno a seconda della loro vetustà, isolamento fisico o ragioni storiche - della Val di Resia, delle valli del Natisone, fino ad arrivare al Carso monfalconese. Vi sono poi altre tre comunità, le cui parlate sono state definite “venete autoctone”, nel senso di luoghi in cui il veneto non è stato semplicemente il linguaggio adottato dagli strati più abbienti, com’è successo nelle città di Udine o Palmanova ad esempio, ma - come minimo da almeno quattro, cinque secoli - è diventato il linguaggio impiegato dalla maggioranza della popolazione, dai contadini all’alta borghesia. Ci riferiamo a cittadine come Grado e Marano ed alla Bisiacarìa, cioè gli otto comuni del monfalconese. Ma non si può dimenticare altri importanti linguaggi, qui, come il triestino, il pordenonese e le altre parlate di tipo veneto presenti in regione.  Come sappiamo, il friulano, lo sloveno ed il tedesco hanno avuto finalmente, con la legge di tutela delle minoranze linguistiche 482/1999, un loro giusto riconoscimento. Non godono, al momento attuale invece, né  da parte dello Stato né da parte della Regione, di alcuna forma di tutela gli altri linguaggi citati dianzi. Questo nonostante si tratti di parlate di straordinario interesse, secondo il parere di molti studiosi italiani ed esteri. Parlate ancora ricchissime di antichi termini veneti ma, anche, di alcuni straordinari relitti lessicali friulani e sloveni medievali. Si tratta, difatti, di vere e proprie “isole linguistiche” che hanno continuato ad impiegare, nel loro isolamento, parole altrove abbandonate ormai, a volte, già da alcuni secoli. Hanno impiegato questi linguaggi per dar voce ai loro sentimenti più profondi, tra l’altro, grandi poeti come il gradese Biagio Marin - tradotto in ogni parte del globo - fino ad arrivare tra gli altri, in anni più recenti, alla celebre cantante monfalconese Elisa, che ha esordito cantando in bisiaco. Tutti questi elementi dovrebbero essere più che sufficienti a spingere la nostra Regione a cercare di salvaguardare in ogni modo questo straordinario patrimonio - linguistico e culturale - che contribuisce a rafforzare in modo ancora più forte la sua “specialità”, mi sembra, rispetto ad altre regioni della penisola. Paradossalmente, invece, le leggi di tutela delle minoranze linguistiche storiche hanno avuto, specialmente su buona parte del mondo politico, un effetto opposto rispetto a quello che ci si sarebbe aspettato. L’approvazione di questa legge non ha coinciso, difatti, con un aumento di sensibilità ed attenzione nei confronti di tutti quei linguaggi che oggi, in un mondo sempre più globalizzato, sono a rischio d’estinzione. La legge 482 è diventata per alcuni, invece, un ottimo alibi per non occuparsi più - od occuparsi in modi a dir poco risibili - di tutto ciò che lo Stato ha relegato (speriamo non definitivamente!) nel limbo dei “dialetti”. Si dice: “Lo Stato ha detto chiaramente quali sono le lingue meritevoli di essere tutelate. Perché si dovrebbe perdere tempo e soldi pubblici per occuparsi d’altro?”. Se questi ragionamenti fossero accettati non saremmo mai arrivati, però, nemmeno alle leggi di tutela attuali. Come esempio dell'arbitrarietà di questi ragionamenti valga, per tutti, il caso del sardo: fino al 1995 il governo italiano parlava sempre ed esclusivamente di dialetti sardi, negandone la dignità linguistica, mentre due anni dopo veniva approvata dal governo la legge sulla lingua sarda (con l’ovvia conseguenza che oggi nessun politico si sognerebbe di definire il sardo un “dialetto”).&lt;br /&gt;Noi invece affermiamo con forza che la scomparsa di questi linguaggi sarebbe per la nostra regione una perdita irreparabile. Nonostante questo, le associazioni che si impegnano per sottrarre all’oblio queste parlate sono spesso ignorate ed ogni loro appello cade nel vuoto. Eppure la logica vorrebbe che si desse, in primis, una mano a chi è in maggiore difficoltà. &lt;br /&gt;  Dunque, quello che qui si chiede è un ulteriore, comune passo in avanti nella salvaguardia della stupefacente varietà che contraddistingue il Friuli Venezia Giulia gettando, fin d’ora, le basi per un serio piano di tutela delle parlate storiche regionali. &lt;br /&gt;  La sopravvivenza e la continuità delle cose può dipendere quindi dal nostro volerle o non volerle custodire  e cercare di mantenerle in vita. È, in gran parte una questione di scelte. Dipende soltanto da noi, dalla nostra attenzione - traghettandole con la nostra opera vigile e costante di difesa verso il domani - se l’oblio avrà alla fine il sopravvento.&lt;br /&gt;  Il friulano, lo sloveno con le altre parlate slave, il tedesco e gli idiomi storici veneti: diademi luminosi e rari, di cui mai vorremmo vedere la nostra regione spogliata.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-1555551536430253498?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/1555551536430253498/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=1555551536430253498' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1555551536430253498'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1555551536430253498'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2008/11/il-patrimonio-linguistico-del-fvg-nel.html' title='Il patrimonio linguistico del FVG nel tempo dell&apos;omologazione'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-1694346672575333999</id><published>2008-11-05T18:39:00.004+01:00</published><updated>2010-06-14T05:38:01.558+02:00</updated><title type='text'>Intervista alla cantante Elisa di Ivan Crico</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TBWiz_jtd2I/AAAAAAAAAOM/HBBvoqLc3I4/s1600/elisa+toffoli+1.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 220px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TBWiz_jtd2I/AAAAAAAAAOM/HBBvoqLc3I4/s400/elisa+toffoli+1.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5482467135511689058" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" &lt;br /&gt;La cantante Elisa in visita nello studio di Ivan Crico&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DI UN ALTRO MONDO CHE SI RIVELA&lt;br /&gt;Intervista ad Elisa di Ivan Crico&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La conversazione che segue è, per molti versi, un documento unico. Si tratta difatti di un'intervista alla cantante Elisa, registrata nella sua Monfalcone, nell'ormai lontano 1997. Qualche giorno prima aveva presentato, in una memorabile serata presso il locale Teatro Comunale, il suo primo album. Questa è dunque, molto probabilmente, una delle prime interviste di un certo respiro rilasciate da questa artista di statura internazionale ma, allora, quasi del tutto sconosciuta. &lt;br /&gt;Un'altra particolarità di questo testo è che doveva, in origine, essere pubblicato non su una rivista di musica ma di poesia. Per cui le domande (senza preoccuparsi di risultare accattivanti per il grande pubblico) mirano invece a scavare in profondità all'interno dei processi creativi mentre, nelle risposte date da Elisa, già compaiono - con grande lucidità - molti temi che saranno poi ulteriormente meditati e sviluppati nei suoi lavori successivi. &lt;br /&gt;Conobbi Elisa, quindicenne credo, quando presentò ad un festival locale un brano nella nostra parlata bisiaca. Mi avevano chiamato per dare alcuni consigli sul testo e rimasi molto colpito dalla voce e dall'energia che sprigionava da quella ragazzina che suonava, con foga, una chitarra resa ancor più grande dal contrasto con quella figura così esile e minuta. Provai lo stesso stupore che si prova quando, ascoltando un uccellino cantare, ci si domanda come possano - da un essere talmente piccolo - scaturire suoni così potenti, acuti, capaci di coprire immense distanze. Ci rincontrammo, alcuni anni dopo, pochi giorni prima del concerto a Monfalcone. Elisa non solo, come immaginavo, è diventata una grande artista nota in tutto il mondo ma si è rivelata anche una persona estremamente sensibile alle problematiche di tipo sociale. Nel corso degli anni, difatti, sempre con grande discrezione ha sostenuto diverse iniziative che, con amici, abbiamo promosso per offrire aiuto a giovani con problemi di disagio aiutando molto anche, in questi ultimi anni, l'Associazione "Il Focolare" che si propone di costruire una grande casa - nei pressi di Palmanova, in provincia di Udine - per accogliere bambini in affido.&lt;br /&gt;L'intervista che segue, per problemi della rivista che doveva accoglierla, non è mai stata pubblicata. L'ho riscoperta qualche giorno fa, riordinando vecchie carte. Ecco, qui di seguito, il testo integrale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mercoledì, 8 ottobre 2008.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Domanda: Oggi, per molti nuovi autori, al momento di scrivere i propri testi, l'impiego della lingua italiana non sembra più una scelta così naturale e ovvia come poteva essere un tempo. Partita cantando e componendo, tra le altre cose, anche dei brani nella tua parlata nativa, approdando con "Pipes &amp; Flowers" alla lingua inglese, anche il tuo lavoro sembra confermare questo sempre più frequente cambiamento di direzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Risposta: Se si crede in ciò che si fa, secondo me, è possibile cantare in qualsiasi lingua: l'essenziale è il messaggio più che il modo con cui lo si esprime. Anche se poi, ovviamente, è bello lavorare sui particolari, curando, raffinando la costruzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D. La scelta della lingua inglese rispetto alla lingua italiana, in ogni caso, da cosa si origina?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;R. Ho provato più volte a scrivere in italiano ma non sono ancora soddisfatta dei risultati. Diciamo che con l'inglese è tutto più facile, avendo sempre ascoltato musicisti di quell'area. Riguardo a questo, comunque, ora come ora troverei più facile cantare in bisiaco piuttosto che in italiano, una parlata che ha comunque dei suoni più vicini allo spagnolo. Adesso, in ogni caso, con il tipo di musica che scrivo va molto bene l'inglese come suono. Ascolto da tanti anni musicisti e cantanti inglesi che credo di averne assorbite le cadenze, di aver preso più da quella cultura musicale che da quella italiana.&lt;br /&gt;Si è rovesciato un po' tutto, insomma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D. Da che cosa parti in genere, qual'è lo spunto, l'intuizione da cui prende avvio di solito il tuo lavoro di composizione?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;R. Devo essere sempre sicura di ciò che sto facendo, innanzitutto. Poi ciò che ne risulta, alla fine, può essere più o meno chiaro, a volte voluto, cercato, a volte no. Di solito, comunque, il punto di partenza è un'immagine mentale da cui nasce un suono e un'espressione vocale legata ad un testo: un testo che descrive tutto un mondo, quindi, sempre interno. È difficile, in questo modo, essere sempre chiari, poiché sono cose molto piccole, queste che descrivo, molto leggere. Sfuggenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D. Ci sono, comunque, opere o autori che ti hanno maggiormente ispirata nel tuo lavoro?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;R. Più che ispirazioni, secondo me, sono da intendersi come influenze, quelle che traiamo dalle letture, dai film, da ciò che sentiamo e vediamo. C'è sempre un'influenza: se fai un viaggio ti ritrovi a scrivere in un modo, se ritorni a casa ne impieghi un altro. Come un'anima camaleontica, che riesce a trovare il suo habitat un po' dovunque.&lt;br /&gt;Per quanto riguarda gli autori, invece, credo di essere stata influenzata da Tori Amos. Una grande cantante, secondo me. Una grande musicista, che suona il piano in un modo unico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D. Ci sono anche scrittori o poeti tra questi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;R. Un libro che ho letto di recente e che mi è piaciuto moltissimo è "Inquietudine d'amore" di Yukio Mishima. Sono rimasta molto colpita anche dalla lettura del volume di racconti "Eva luna racconta" della Allende, da molte cose di Hesse e, soprattutto, di Karen Blixen e Kipling. Amo molto anche le liriche che scriveva Morrison, il cantante dei Doors.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D. A proposito di scrittura, quando componi i tuoi pezzi sei solita scriverli di getto, o c'è anche una fase di rielaborazione, di limatura dei testi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;R. Ultimamente sto un po' cambiando modo di scrivere. Già con questo disco ci sono stati dei mutamenti. Credo sia un fattore di età, di nuove esperienze, che nasce da ciò che ti succede, da quello che assorbi. Penso di essere sempre rimasta uguale nel profondo, però di essere anche, comunque, un po' una spugna. In genere le cose che sento di più, nel tempo, sono quelle che arrivano in cinque minuti, tutto il pezzo, musica e testo, com'è successo per quest'album.&lt;br /&gt;Scrivo tutto in cinque, sei minuti di solito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D. Un affiorare improvviso di cose che si sono depositate, decantandosi, al nostro interno...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;R. Credo che si tratti di qualcosa del genere; e, comunque, sono sempre queste cose molto semplici, molto piccole di cui ti dicevo prima, che mi attirano. Proprio quei particolari minimi che noti - purtroppo o per fortuna - solo per caso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D. Nel tuo lavoro il testo può essere apprezzato anche da solo o ha sempre bisogno della musica per sorreggersi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;R. No, non sempre. Tantissimi testi erano, prima, delle poesie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D. Quindi ti dedichi anche alla scrittura?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho scritto molte poesie e, per un periodo, anche una serie di racconti comici su tutti i viaggi che facevo. Scrivevo tutto, mettevo dentro ogni cosa, ma sempre in chiave ironica. Comunque non si trattava di vere e proprie storie, non racconto mai storie, soprattutto non parlo di altre persone: è un mondo, che è il mio ma è estraneo anche a me. in un certo senso, perché ciò che sono normalmente, nella vita quotidiana, non combacia con ciò che descrivo. Non si tratta però di uno sdoppiamento, ma di un altro mondo che si rivela. A volte passano dei mesi cercando di scrivere, perché sai che devi scrivere, ma al tempo stesso non puoi, perché è come se dovessi fare un lungo percorso, qualcosa di particolare per arrivarci. È faticoso, faticoso come tutto, come vivere scrivere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D. Quali musiche ascolti?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;R. In genere mi fisso molto, sulle musiche: se trovo qualcosa che mi piace l'ascolto e riascolto anche per anni, prima di passare a qualcosa d'altro. Non si tratta però di una scelta, semplicemente è qualcosa che accade.&lt;br /&gt;In questo periodo ascolto principalmente musica attuale ma non necessariamente commerciale. Quindi sì Björk, Tori Amos, sì PJ Harvey, ma anche alcuni brani dei Depeche Mode in cui ci sono interessanti ricerche di suoni filtrati attraverso strumenti elettronici. Ma poi, ad esempio, anche i Verve, dove si trova questo connubio, molto forte, tra musica, testo e video. Apprezzo molto queste forme d'arte in cui vari aspetti si compenetrano e fondono assieme allo stesso tempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D. L'attenzione per l'immagine ritorna spesso nelle tue risposte. Sei interessata anche ad altre manifestazioni artistiche, come le arti figurative?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;R. Oltre a comporre musica dipingo, mantenendo sempre lo stesso modo di esprimermi. Seguo un'immagine mentale, cerco di renderla il più possibilmente perfetta, a seconda di ciò che vedo; non succede mai per caso, non si tratta di uno sfogo, è qualcosa di molto inconscio, credo. Amo molto le espressioni di visi di esseri che non appartengono alla sfera dell'uomo, o al mondo animale, né lavoro su di un oggetto particolare. Diciamo che esce qualcosa che vive, secondo me, e devo dargli un'espressione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D. Ne abbiamo accennato prima, ma pensi che ci saranno ulteriori cambiamenti con il tuo prossimo album?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;R. Credo, come dicevo, che non sia cambiato poi molto nel mio modo di scrivere, soltanto devo concentrarmi di più, per forza, perché sento come molta più materia attaccata a me stessa e, allora, faccio molta più fatica per togliermela di dosso. Quindi ciò che faccio ne risente, anche se non so ancora se vedere in questo una maturazione, un regresso, o un cambiamento verso non so quale direzione.&lt;br /&gt;È necessario, comunque, un alto livello di coscienza. Voglio essere sempre perfettamente cosciente di ciò che esce fuori, prima di portarlo alle altre persone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D. Più in generale, verso dove allora si sta orientando, o vorresti che si orientasse, la nuova musica?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;R. Credo che sia giunto il momento di essere un po' più estremisti. Di cercare un connubio tra una ricerca molto avanzata nello studio del suono, anche attraverso l'uso di nuove tecnologie, ed una ricerca interiore di essenzialità, nel tentativo di esprimere tutto in una sola nota, come se questa fosse l'ultima.&lt;br /&gt;Di ritornare alla voce, senza strumenti.&lt;br /&gt;Un canto che potrebbe vivere da solo, una specie di ninna nanna che poi muta, si trasforma con il supporto della tecnologia. Non bisogna, poi, preoccuparsi tanto del mercato. Della gente in genere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D. La voce come punto di arrivo. Nudo ed immediato riverbero della nostra e altrui presenza nel mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;R. È la cosa che studio di più. Non sono una chitarrista. Non sono una pianista. Cerco, quindi, di fare uno studio approfondito, personale sulla voce, anche se oggi tutto si fa sempre più difficile, dato l'accumularsi di tutta la musica composta finora. Un bombardamento radiofonico, televisivo, che arriva da tutte le parti; i concerti poi, la musica ovunque e quindi, di conseguenza, una sempre maggiore difficoltà a trovare il proprio spazio dentro tutto questo.&lt;br /&gt;Porto avanti, come dicevo, uno studio per cercare di essere il più personale possibile, ma non è che poi mi preoccupo più di tanto a rifare qualcosa che è già stato fatto. Penso che se arrivi al punto di essere sincero, se arrivi a raggiungere un equilibrio di sincerità, umiltà e coscienza, necessariamente crei qualcosa che ti appartiene. Che appartiene più a te che al mondo. È lì che vorrei arrivare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Nota: L'intervista può essere riprodotta con qualsiasi mezzo purché si citi sempre la fonte e l'autore)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-1694346672575333999?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/1694346672575333999/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=1694346672575333999' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1694346672575333999'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1694346672575333999'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2008/11/intervista-alla-cantante-elisa-di-ivan.html' title='Intervista alla cantante Elisa di Ivan Crico'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TBWiz_jtd2I/AAAAAAAAAOM/HBBvoqLc3I4/s72-c/elisa+toffoli+1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-2163381079547862142</id><published>2008-11-03T13:10:00.000+01:00</published><updated>2008-11-03T13:12:12.395+01:00</updated><title type='text'>Origini dell'idioma bisiàc</title><content type='html'>“Ella può conoscere che riguardo &lt;br /&gt;alla lingua sono fuori del Friuli”&lt;br /&gt;Su Leonardo Brumati e le prime testimonianze intorno alla “lingua bisiacha”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Partiamo da un’interessantissima risposta - ancor oggi pochissimo conosciuta e citata - ad una lettera andata perduta (come ricordava Silvio Domini nell’articolo “L’epistolario dell’abate Brumati” pubblicato nel 1994 sulla rivista «Bisiacaria») di Jacopo Pirona. In questa lettera, molto probabilmente, l’insigne studioso metteva l’amico al corrente dei suoi studi per un vocabolario friulano e gli chiedeva lumi sui nomi italiani di certe piante ed animali. L’abate Leonardo Brumati, nella sua lettera, scrisse comunicandogli che anch’egli stava preparando uno studio sulla sua parlata nativa affermando inoltre, con una certa bonaria ironia, di non conoscere il friulano come non lo conoscevano, del resto, i suoi amici del Territorio quando insieme studiavano ad Udine:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Io pure sto mettendo a parte qualche materiale per un lavoro sul dialetto del mio paese; ma a chi mai, parmi sentirla esclamare, potrà servir uno scritto sulla lingua d’un così angusto luogo qual è il Territorio di Monfalcone. (…) Pure formando esso un tempo i principali sobborghi della seconda Roma in Italia conservano tutt’ora i suoi abitanti nel loro linguaggio una grandissima analogia con quelli del Lazio, e specialmente i nomi degli oggetti di storia naturale s’avvicinano ai latini assai più che non i Toscani medesimi; onde parmi poter giustamente dir qualche cosa in favore degli Italiani in confronto degli Etruschi, che non contenti di primeggiare pretendono anche signoreggiare nell’Italica favella. Osserverò qui di passaggio, che noi, è ben vero, abbiamo troncato per comodo e facilità di discorrere una gran parte delle parole terminate per vocale, ma ci siamo preservati dalla terminazione in “ao”, lasciata agli abitanti di Grado e di altri paesi marittimi delle venezie dai Greci, che sotto gli Esarchi di Ravenna li dominarono. Queste ed altre ragioni mi determinarono a trattar un soggetto, il quale andando privo di ogni interesse, mi avrà fatto passar almeno qualche ora istruendomi.&lt;br /&gt;  Circa la sua richiesta devo dire: che, o non ben La intendo, o Ella vuol da me cose superiori alle mie forze. Come vuol Ella che Le dia i nomi friulani degli oggetti appartenenti alla storia naturale se non ne conosco il dialetto? Per ciò che Le dissi qui sopra, Ella può conoscere che riguardo alla lingua sono fuori del Friuli, e se sono stato alle scuole in Udine, allorché avevamo il bene di appartenere a codesta Diocesi, poiché appunto il nostro linguaggio più del loro accostavasi all’italiano ed al latino, che si studiavano, eravamo sì scioccamente superbi di esso, che sdegnavamo di parlar il loro”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Ma chi è l’autore di questa lettera e cos’era questo linguaggio parlato nel Territorio di Monfalcone che il Brumati si premura di distinguere, nei primi anni dell’Ottocento, tanto nettamente dal friulano?&lt;br /&gt;  Cerchiamo, dunque, di rispondere alla prima domanda che ci farà conoscere una figura singolare ma poco conosciuta, di straordinaria modernità, su cui vale davvero la pena di soffermarsi. Leonardo Brumati nacque a Ronchi dei Legionari ( chiamata al tempo “Ronchi di Monfalcone”) il 4 agosto 1774 da un’umile famiglia di artigiani. Come ricordava Silvio Domini nelle belle pagine a lui dedicate (da cui abbiamo ampiamente tratto le note seguenti), dimostrando fin da piccolo una non comune intelligenza, venne fatto studiare da Giuseppe Berini, anch’esso di origine ronchese, importante archeologo, storico e traduttore di classici, nato nel 1762 e morto nel 1820. Leonardo Brumati compì i suoi studi superiori a Udine e successivamente, per meriti personali, fu invitato a Venezia dove ebbe modo di perfezionare le materie, soprattutto di tipo scientifico, per le quali era naturalmente portato. Pochi mesi dopo la caduta della Serenissima, il 14 gennaio 1837, ricevette a Gorizia l’ordine sacro.   &lt;br /&gt;  A Vermegliano, un piccolo paese presso Ronchi dei Legionari, fu cappellano esposito. Presso il "Ginnasio" di Monfalcone, in cui insegnarono anche Giuseppe Berini, Alessandro Stagni, Domenico Scocchi e Francesco Cosani, e dove si distinse per le sue doti di insegnante di fisica, scienze naturali e grammatica latina. L'istituzione scolastica ebbe, però, vita breve: fu difatti soppressa dall’Austria che vedeva, in questi insegnanti di vedute assai avanzate per l’epoca, abituati ad intrattenere contatti con i maggiori studiosi europei, dei fautori di idee libertarie e antiaustriache. Il Brumati, di conseguenza, fu a lungo osteggiato tanto da spingerlo ad un soggiorno, probabilmente forzato, in Istria. Rientrato in questi luoghi, che divennero negli anni l’oggetto principale di tanti appassionati e precisi studi, divenne cappellano festivo a Staranzano. Rimase però a vivere in una sua casa che possedeva nel borgo ronchese di San Vito e a Vermegliano dove, tra l’altro, creò un suo Orto Botanico visitato da prestigiosi studiosi italiani e stranieri. Contatti che sono testimoniati anche da un interessantissimo epistolario con lettere del chimico francese Gaj Lussac, del conchigliologo Buillet, del celebre professor Bertoloni di Bologna, dello scienziato tedesco Guglielmo Schiede di Cassel d’Assia, del botanico triestino Bortolo Biasoletto, del filologo Jacopo Pirona (autore del grande vocabolario friulano, che si era avvalso, come abbiamo detto, del Brumati per tradurre esattamente in italiano nomi di piante ed animali del vicino Friuli), e della poetessa friulana Caterina Percoto, che soggiornava spesso a Ronchi dei Legionari. Tra questi, inoltre, anche uno dei massimi botanici tedeschi, il Reichenbach (1793-1879) che gli dedicò il nome di una pianta che cresce lungo le rive del Natisone, il “Leontodon Brumati” appunto. Fu tra i fondatori dell’Orto Botanico di Urbino e, per la sua opera di ricercatore instancabile, preparatissimo, ottenne l’encomio solenne dell’Accademia delle scienze di Francia e un ambito riconoscimento della Società dell’Agricoltura di Milano. &lt;br /&gt;  Presso le Biblioteche di Udine e Gorizia sono conservate più di una ventina di sue opere manoscritte, ma soltanto due suoi lavori, escludendo i numerosi articoli apparsi su giornali o riviste del tempo, furono pubblicati in vita: il Catalogo sistematico delle conchiglie terrestri e fluviali osservate nel Territorio di Monfalcone  edito a Gorizia nel 1838 dalla tipografia Paternolli, e la lunghissima ode anacreontica, intitolata Per Messa Novella, dedicata a Don Giovanni Battista Nob. Dottori e fatta stampare a Udine nel 1838 da Padre Pietro Benedetti presso la tipografia Murero.&lt;br /&gt;  Il Brumati sentì il bisogno di diffondere fra il popolo,  dal quale proveniva, una cultura pratica - specialmente nel campo dell’agricoltura - che era frutto delle sue esperimentazioni, dei suoi studi e, se si vuole, della sua notevole erudizione. E nella prima metà del secolo scorso fu lui il personaggio trainante della comunità contadina e non solo di questa, fu lui il consigliere, il burbero amico, il confortatore, il maestro. Arrivava sul suo calés, trainato dal musset, per andare da una stalla all’altra, dalle vigne alla palude, dalla chiesa alla canonica-scuola con la tonaca impolverata e la barba incolta. Si rimboccava le maniche per insegnare, lavorando insieme ai gruppi che lo aspettavano o lo mandavano a chiamare. È merito suo se le donne staranzanesi (e quelle vermeglianesi) iniziarono la raccolta di quelle erbe e di quelle piante che, per diversi scopi, venivano preparate e portate a vendere a Trieste. L’opera di questo uomo genuino - particolare per quei tempi - favorì pure l’economia del paese, ma soprattutto gettò le basi di quelle idee e aspirazioni nuove (compito difficile in una comunità contadina e conservatrice!) che furono lievito sociale e culturale per molti decenni.&lt;br /&gt;  Era creduto e ascoltato, perché la sua azione disinteressata era ben diversa da quelle di coloro che non si ponevano neppure il problema dell’emancipazione delle classi subalterne e che curavano soltanto gli interessi personali e la conservazione dei privilegi. Con la sua voce tonante, tramandano i vecchi, si esprimeva nel colorito e vigoroso dialetto antico, mezzo insostituibile per entrare nelle menti di poveri analfabeti o quasi, piuttosto restii alle innovazioni; dialetto che egli sentì il bisogno di fissare sulle pagine dei suoi interessanti e precisi cataloghi sistematici della flora e della fauna del Territorio. Al Brumati sono stati attribuiti anche gli ottanta Detti sentenziosi, proverbi, adagi e pronostici de' Contadini del territorio di Monfalcone che più frequentemente si sentono, possibilmente esposti nel vernacolo ivi usato, salvo qualche parola cambiata a motivo di decenza, pubblicati anonimi alle pp. 53 e 54 del «Calendario per l'anno bisestile 1852» dell I.R. Società Agraria di Gorizia. &lt;br /&gt;  Mi sembra qui importante, dato l'interesse della scoperta, riportare inoltre per intero l'articolo che Silvio Domini ha dedicato al rinvenimento di tre poesie inedite del Brumati che riportiamo in fondo a questo saggio. Un articolo che contiene inoltre numerose ed importanti considerazioni riguardo al “bisiàc” ottocentesco:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; "Catalogando l’archivio dei notai Cosolo quando sono arrivato agli atti del 1830, in mezzo ad un fascicolo di contratti e testamenti, legato con un nastrino verde, mi è saltato fuori un fascicoletto di tre sole pagine, legato sul dorso con un cordoncino bicolore. Alla vista di tre composizioni poetiche in dialetto scritte con l’originale calligrafia di Leonardo Brumati, la mia sorpresa è stata enorme. In calce al primo foglio, con altra scrittura minuta, la seguente scritta: “Manoscritti di Leonardo Brumati del 1837 e da me posseduti - Giuseppe Cosolo”.&lt;br /&gt;  Confesso di essermi emozionato, in quanto questa scoperta sposta l’inizio della letteratura bisiaca di molto indietro: il primo verseggiatore in bisiaco che finora si conosceva era il foglianino, Pietro Cauzer, che nel 1882 compose una serie di quartine, che lasciano molto a desiderare metricamente e di scarso valore letterario, per la “Sagra dei discolzi”.&lt;br /&gt;  La prima composizione del Brumati è un sonetto, scritto per le nozze di Giuseppe Cosolo con Elisabetta Lucia Maria Vio, avvenute nel 1789. Gli endecasillabi hanno rima AC BD nelle due quartine ed AC nelle due terzine: la metrica è perfetta e il bisiaco è quello usato a cavallo tra Sette e Ottocento.&lt;br /&gt;  Devo far notare che lo stesso anno dello sposalizio del Cosolo, il Brumati venne consacrato sacerdote: così si spiega questa poesia nata dalla loro amicizia per essere stati quasi coetanei.&lt;br /&gt;  La seconda poesia, intitolata “Morosi”, è composta da quattro quartine di perfetti ottonari con rima AD BC; in essa si rivela tutta la verve dell’autore, arguzia che già si conosceva nella citata “Ode anacreontica”.&lt;br /&gt;  La composizione "Morosi" non è databile con precisione, comunque sta nell’intervallo tra il 1798 e il 1837.&lt;br /&gt;  La terza composizione, intitolata umoristicamente “Mussa vernacola” (quel “Mussa” è una scherzosa trasformazione di “Musa”) è ancora un sonetto non caudato: le due quartine sono rimate AC BD e le due terzine AB, con C della prima e A della seconda che amalgnao i sei endecasillabi. L’argomento è serio: l’Autore si sfoga con i ricchi possidenti che avevano tentato, contro il suo parere di esperto e con nessun successo, la coltivazione del riso cinese o a secco, rovinando povera gente di San Canziano e di Staranzano e portando le zone malsane a ridosso dei paesi. Questa poesia è stata scritta senz’altro nel 1837. È pensabile che l’anziano notaio proprio nel 1837 abbia chiesto al Brumati di scrivergli i testi delle tre composizioni poetiche: la prima lo riguardava direttamente, le altre due forse gli piacevano.&lt;br /&gt;  Non sapremo forse mai quante e quali siano state le poesie del Brumati: io penso molte.&lt;br /&gt;  Ci sono bellissimi vocaboli come “felize”, “finamente”, “zoventù”, “corazo”, “solache”, “noma”, “cunsilgi”, “feva”, ecc. che ci confermano la continuità nei secoli di termini che sono arrivati fino a noi e che vengono ancora usati da quelli che parlano bisiaco. Mi fermo ancora un momento soltanto sulle voci verbali “diseuo”, “andeuo” e “desfauo”, dove la “u” sta al posto della “v”, come si usava negli scritti veneti anche di molti secoli passati; queste voci, nell’uso parlato, avevano perso molto tempo prima la vocale finale, diventando “andéu” e “diséu”, uso che perdurò fino alla fine del secolo scorso e anche oltre, per trasformarsi col tempo, anche nell’uso scritto, in “andevo” e “disevo”. E si potrebbe continuare, perché le tre poesie offrono molti spunti sull’evoluzione del nostro dialetto”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Dopo aver ricordato le parole di Domini, a cui tutti noi dobbiamo moltissimo, possiamo così adesso tentare di rispondere alla seconda domanda: di che tipo di linguaggio stiamo parlando quando parliamo del bisiàc e, soprattutto, come si è diffusa una parlata di tipo fondamentalmente veneto in territori lontani da Treviso o Venezia, in cui sarebbe stato più logico incontrare - piuttosto - lo sloveno o il friulano?&lt;br /&gt;  Oggi certamente i comuni del monfalconese non si sentono più parte in alcun modo di quello che viene chiamato “Friuli Storico” (i cui confini coincidono per i bisiachi con quei luoghi, oltre l’Isonzo, in cui comunemente si parla il friulano) ma piuttosto di quell’area giuliana, accomunata da linguaggi di tipo veneto, composta da gradesi, triestini e istriani. Se pensiamo al passato di queste terre, però, gli ultimi studi riguardanti la storia linguistica del territorio di Monfalcone, oggi comunemente chiamato ‘Bisiacarìa’, ci fanno pensare sempre di più ad una zona ‘mista’ e meno omogenea di quanto non ci appaia oggi. Una zona in cui nei primi secoli dello scorso millennio, a seconda delle famiglie, si poteva parlare un dialetto di tipo sloveno o ladino (molto affine al tergestino e al muglisano), e in cui una buona parte della popolazione, almeno quella più dedita agli scambi o ai commerci, fosse in grado all'occorrenza, ma forse anche continuativamente, di impiegare il veneto del tempo. Già nei documenti più antichi del monfalconese difatti, come ha osservato lo studioso Maurizio Puntin, capita spessissimo d’imbattersi nella forma friulana e veneta di una medesima parola come se ci trovassimo in un’ambiente in cui si potevano usare con tutta tranquillità l’una o l’altra forma: cosa, tra l’altro, comunissima nel bisiàc dove possiamo trovare, ancor oggi, sedon, sculier o guciar, brosema o zelugna. &lt;br /&gt;  Si è parlato a lungo dunque, da parte di diversi studiosi come il Pellis, per spiegare il fenomeno della presenza di una parlata come quella bisiaca, in queste zone, di una relativamente recente ‘venetizzazione di un fondo ladino’; ma forse a questo punto, pur tenendo in parte come buone queste teorie, diventa necessario sfuggire alla genericità di queste affermazioni aggiungendo altri elementi. Oggi dunque possiamo finalmente allargare il discorso parlando, da Aquileia fino in Istria, di un contatto, certamente molto più antico, tra diversi linguaggi che si sono trovati a convivere in questi luoghi, in alcuni casi, già nei primi secoli dello scorso millennio quando, del resto, le differenze non erano così accentuate come lo possono essere oggi. Basti pensare, solo per fare un esempio, ai celebri processi di “Lio Mazor”, redatti in un veneto arcaico in cui alcuni studiosi hanno creduto, addirittura, di riconoscere elementi friulaneggianti. Evidentemente l’influenza del latino volgare era all’epoca così forte da poter far assomigliare ancora, almeno in alcuni tratti, il veneto ed il friulano più di quanto oggi non accada.&lt;br /&gt;  In seguito, l'arrivo graduale ma comunque imponente nel monfalconese di famiglie provenienti nella maggior parte dal Veneto dalla fine del 1400 (dopo le devastazioni arrecate dalle scorrerie delle armate turche) comportò certamente una ulteriore progressiva venetizzazione della parlata mantenendo però, al suo interno, numerosi elementi riconducibili al ladino, e forse anche al veneto di tipo più arcaico, periferico, che qui probabilmente già si conosceva. Per quanto riguarda il dialetto sloveno invece, di certo troppo difficile per i nuovi immigrati, o già in fase declinante, esso andò rapidamente perdendosi quasi del tutto, come si diceva, sopravvivendo solo in alcuni termini, tanto che la quasi totalità delle famiglie di certa origine slovena nella Bisiacarìa, già da secoli, hanno perso del tutto la memoria della loro parlata. Questa parlata sopravvive ed è impiegata quotidianamente (anche se non sappiamo se proprio nella sua forma originaria) ormai soltanto da alcune famiglie dell'area pedecarsica monfalconese mentre è ancora invece molto viva in quasi tutti i paesi del Carso. &lt;br /&gt;  Il risultato finale, secondo queste nuove teorie, fu quindi che, nell'arco di un centinaio d'anni, le famiglie che ancora parlavano ladino o il dialetto sloveno si adeguarono alla parlata dei nuovi arrivati arricchendola con molti termini particolarissimi che, misteriosamente, furono addottati e fatti propri anche da chi non era originario di queste zone. Come sembrano mostrarci soprattutto i documenti legati alla toponomastica locale, ma anche vari atti notarili, a partire dalla metà del 1500 il ladino e lo sloveno, di fatto scompaiono quasi del tutto da queste zone per far posto ad un linguaggio di tipo fondamentalmente veneto.&lt;br /&gt;  Da allora nei paesi del monfalconese tutte, se non tutte le persone che si sono trasferite dal Friuli in questa zona prima dell’apertura dei Cantieri Navali agli inizi del secolo scorso, tendevano così ad abbandonare la loro parlata natìa in favore del linguaggio impiegato dalla maggioranza della popolazione locale, cioè il bisiàc. Queste persone che si sono qui trasferite nel corso dei secoli dunque, anche se con cognomi di chiara origine friulana, non possono essere dunque oggi comprese ovviamente tra i parlanti la lingua friulana come dimostrano diverse famiglie che si sono trasferite tra Seicento e Ottocento che sono diventate a tutti gli effetti bisiache come, ad esempio, i Braida, i Fabris, i Braulin che non serbano più alcuna memoria della loro lingua d’origine. Nessuna famiglia ha del resto nemmeno conservato, come è stato invece a Muggia e Trieste fino almeno nell’Ottocento, nemmeno quello che è stato felicemente battezzato come “ladino oltreisontino” adottando tutte, in seguito ad un mutato assetto sociale del territorio, una parlata di tipo veneto. Facciamo presente, ad esempio, che alla famiglia Fulizio e Miniussi, di chiara e antica onomastica ladina oltreisontina e tra le prime documentate nel nostro territorio, appartenevano anche due dei compilatori del Vocabolario Fraseologico del dialetto bisiàc. Per cui non vi è stata continuità, com’è forse accaduto ( ma comunque solo in minimissima parte invece per la comunità slovena ), tra il ladino oltreisontino ed il friulano che viene parlato in ambito famigliare dalle famiglie di friulani trasferitisi in seguito a quella data nel nostro territorio. Gli unici che hanno dunque ereditato e conservato alcune tracce di quella misteriosa parlata sono, invece, proprio le famiglie che parlano bisiàc, non quelle che oggi in casa oggi parlano friulano, che è a tutti gli effetti, in questi luoghi, una lingua di recente importazione.&lt;br /&gt;  Alla fine del 2005, ad esempio, compiendo un grossolano errore, due comuni del territorio, come Monfalcone e Sagrado, sono stati inseriti in una tabella intitolata “I comuni friulani” all’interno dell’Enciclopedia tematica del Friuli Venezia Giulia, definendoli come appartenenti “all’ambito territoriale della lingua friulana”. Sarebbe invece più esatto dire che a Sagrado si parla il dialetto bisiàc mentre soltanto nella frazione di Sdraussina (Poggio Terza Armata) si parla il friulano assieme allo sloveno e a San Martino del Carso il dialetto “Samartinàr”. Per cui il friulano, in tutto il Comune di Sagrado, è parlato soltanto da circa la metà degli abitanti di una piccola frazione. Per quel che riguarda Monfalcone, invece, il friulano viene parlato (soltanto ed esclusivamente in ambito famigliare) soprattutto all’interno di quelle famiglie che si sono trasferite per lavoro nel corso del Novecento, mentre gli immigrati friulani di più antica data, come abbiamo detto dianzi, hanno praticamente tutti nel corso degli ultimi secoli adottato come lingua principale il bisiàc. Per cui se vogliamo parlare di una comunità storicamente radicata e di un uso pubblico e condiviso di questa lingua, gli unici due paesi dei comuni del monfalconese dove si è sempre e continuativamente parlato il friulano sono dunque  Poggio Terza Armata ed Isola Morosini, due paesi che però per l’appunto non fanno parte di quella che noi chiamiamo ‘Bisiacarìa’, cioè i paesi in cui si parla il bisiàc, in cui invece rientra a pieno titolo Monfalcone. Una città dove, ad esempio, due tra gli avvenimenti più importanti ed attesi dalla popolazione, come il celebre discorso di ‘Sior Anzoleto postier’, in occasione del Carnevale, e la pubblicazione della rivista «La Cantada» che viene venduta in migliaia di copie, sono accomunati dal fatto di impiegare rigorosamente il bisiàc e non certamente la lingua friulana.&lt;br /&gt;  Ricordiamo inoltre a proposito le parole del grande linguista Graziadio Isaia Ascoli (che, essendo Goriziano, doveva di certo conoscere bene la nostra zona) scritte nel 1863: “Trieste, Rovereto, Trento, Monfalcone, Pola, Capodistria, parlano la favella di Vicenza, di Verona, di Treviso; Gorizia, Gradisca, Cormòns, quella d’Udine e di Palmanova”. Ma già nel 1853 lo studioso sloveno Kociancic aveva pubblicato un lungo articolo « Zgodovinske drobtinice pò Goriskem nabrane v letu 1853» (Briciole storiche raccolte nel Goriziano nel 1853) dove aveva enumerato tutti i luoghi in cui vivono i Friulani (« laski, vlaski ali furlanski prebivalci ») “con eccezione per il territorio tra la sponda sinistra dell'Isonzo ed il Carso fino a Gradisca, dove vivono gli Italiani, circa 12.000 anime, che si chiamavano « Bisiacchi ». Sempre nello stesso anno, scrivendo della provenienza di nomi di luoghi in Friuli, spiega in un altro articolo le origini di una certa lingua « bisiacha » nel territorio da Duino a Gradisca, tra il Carso e l'Isonzo aggiungendo  che le popolazioni dei territori appartenuti una volta alla Repubblica Veneziana erano nell'anno 1848 seguaci della « cosa italiana » e contrari all'Austria, mentre « tutti gli altri nostri Friulani » erano fedeli all'impero austriaco.&lt;br /&gt;  Anche il Prof. Sebastiano Scaramuzza nel suo Le Vicende e le Conclusioni del mio studio giovanile della Parlata Gradese, stampato a Udine nel 1894, scriveva che “nell'autunno della mia quarta ginnasiale (1845 circa) a qual punto mi trovavo io co' miei studi gradensi?.. Ecco : Io aveva già conosciuto parecchi dialetti Veneti : il dialetto di Pirano, d'Isola d'Istria, di Capo d'Istria, il dialetto del Territorio di Monfalcone, il dialetto di Venezia, le parlate dei Chioggiotti, dei Caorlotti, dei Buranelli e di altre popolazioni venete”.&lt;br /&gt;  Per continuare, nel fondamentale Atlante storico-linguistico-etnografico friulano inoltre, si dice che le "principali località &lt;&lt;bisiacche&gt;&gt; sono: Sagrado, Fogliano, San Pier d'Isonzo, Cassegliano, San Zanùt, Turriaco, Pieris, San Canzian d'Isonzo, Polazzo, Selz, Vermegliano, Ronchi dei Legionari, Begliano, Staranzano, Aris, Dobbia e Monfalcone". Dobbiamo inoltre notare che nello stesso testo, in schede riguardanti altre località della nostra Regione, sono evidenziate anche minime, mininimissime tracce di un uso più o meno recente del friulano. Nel caso del territorio di Monfalcone, invece, si parla solo ed esclusivamente del dialetto "bisiacco". In un'altro importante testo dell'insigne studioso Giovanni Frau, I dialetti del Friuli (edito tra l’altro proprio dalla Filologica Friulana), l'autore afferma che il "bisiacco" è una varietà dialettale fondamentalmente veneta", parlata nei paesi sopracitati, mentre la Bisiacarìa è definita come ‘il territorio in cui vivono i Bisiac(c)hi’. E anche qui non si fa alcun accenno ad un uso, seppur minimo, del friulano (e, sbagliando per mancata conoscenza certamente, nemmeno dello sloveno) nel territorio di Monfalcone. Riassumendo, allora, gli unici paesi del Territorio di Monfalcone dove è accertata storicamente la presenza e l’uso del friulano sono le frazioni di Poggio Terza Armata (in parte) ed Isola Morosini mentre è da escludere, nel modo più assoluto, la città di Monfalcone a meno che non si voglia dar spazio ad interessate riscritture della storia linguistica del territorio prive di ogni scientificità e subito rigettate, del resto, dai più autorevoli studiosi della regione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Ciò che distingue il bisiàc da tutte le altre parlate della nostra regione è dunque dato soprattutto dalla sopravvivenza, al suo interno, delle tracce di questi diversi antichi linguaggi a cui dobbiamo aggiungere, in tempi relativamente più moderni, anche diversi termini di origine francese e, soprattutto, tedesca. Spesso così, in maniera del tutto inconsapevole, gli abitanti del monfalconese hanno quindi continuato ad impiegare fino ai nostri giorni termini altrove scomparsi, a volte, da molti secoli. &lt;br /&gt;  Come abbiamo detto, al ladino oltreisontino e al dialetto sloveno, parlate a cui Maurizio Puntin ha dedicato degli studi approfonditi, sempre più si sta diffondendo la convinzione che già in epoca medievale dovesse affiancarsi a queste parlate anche un terzo linguaggio. Un linguaggio che evidentemente doveva essere una sorta di lingua franca, derivata dal veneziano del tempo ed impiegata in tutta la fascia costiera, atta a permettere una migliore comprensione tra la popolazione locale e quanti - ed erano molti - arrivavano in queste zone anche da lontano, da Milano e oltre, per smerciare le proprie mercanzie. Monfalcone difatti, come testimoniano molti documenti, era città di ‘Muda’, di dogana, e tra le sue mura si svolgeva un importante mercato dove si vendevano prodotti locali ma anche merci più preziose. Questo spiegherebbe, meglio di un’ipotizzata, ma difficilmente dimostrabile, diretta discendenza di una parlata di tipo veneto dallo sfaldarsi del latino aquileiese, la presenza in alcune parlate della nostra regione di diversi termini veneti dai tratti più arcaici. A testimonianza di ciò le parlate tergestine e muglisane conservavano al loro interno numerosi termini veneti di tipo più arcaico come òglo ad esempio, testimoniato anche nell’antico chioggiotto, al posto del friulano vòli. È evidente che in questo caso non possono trattarsi di influenze del triestino moderno che, come sappiamo, è privo o quasi di termini riconducibili alle parlate venete più arcaiche, ricalcando piuttosto fedelmente quella veneziana settecentesca.&lt;br /&gt;  Per quanto riguarda il monfalconese, a proposito, è inoltre documentata la presenza di guarnigioni venete nel Territorio a partire dal 1289 (‘ma frequenti incursioni armate attraverso i canali lagunari risalgono almeno al secolo precedente’, ricorda Domini) con gli inevitabili continui contatti con quel mondo durante i quattro secoli di dominazione veneziana. Inoltre nel tempo pescatori, cacciatori (e, anche se molto più tardi, i ‘marineri’ che raccoglievano la preziosa sabbia dell’Isonzo per le costruzioni), avevano probabilmente già allora contatti con la comunità di Grado ed altri pescatori dell’Adriatico di lingua veneta, contatti che hanno lasciato la loro impronta soprattutto nel lessico marinaresco, nei nomi della fauna ittica, degli uccelli e delle piante di palude come, solo per fare un esempio tra i tanti possibili, la ‘brula’, la canna palustre.&lt;br /&gt;  Quel linguaggio che sarebbe stato in seguito definito come bisiàc ha iniziato ad imporsi comunque con forza, sembrerebbe, soprattutto a partire dall'inizio del 1500, cioè l’epoca in cui lo sloveno e il ladino oltreisontino scompaiono dalla Bisiacaria come lingua corrente. Il bisiàc, com’è stato detto, dimostra un tipico aspetto di veneto “coloniale”, anche se con aspetti piuttosto diversi rispetto a quello che si è imposto a Trieste e a Muggia, conservando al suo interno diversi termini di tipo più arcaico, legati all’area veneta e istro-veneta, come ancói, comódo, crïatura, spiandòr, gesia, cuntìnevo, i rari vóido, “vuoto”, e zerendìgul (da “cerendegolo”, una specie di fionda), spesso già citati dal Boerio come parole scomparse da tempo nel veneziano del Settecento e testimoniati soltanto nei documenti più antichi. Anche nelle interrogazioni il bisiàc (almeno quello parlato fino ancora ad una trentina d’anni fa) si distingue notevolmente dal triestino, per cui troviamo ad esempio, come anche nel tergestino, “onde vasto (vato)?”, “dove vai?” al posto di “’ndove te va?”, “asto (àto) catà?”, “hai trovato?”, al posto di “te ga trovado?”, “comódo èsto (èto) grando?”, “quanto sei alto?”, al posto di “quanto te son grando?” “parvìa de ché fali baldoria?” “perché stanno festeggiando?”, ecc.&lt;br /&gt;  Ovviamente sono di straordinario interesse anche tutti quei termini che troviamo documentati anche nel tergestino come nóu, tóu, ulìu, catìu, vìu, s’ciau, seu, trau, vec’, che evidentemente rimandano con forza ad un fino ad oggi importante e dimenticato sostrato, solo per citarne alcuni accanto ad altri derivanti dal dialetto sloveno antico come seima per indicare i fuochi epifanici. Queste scoperte sembrano dunque delineare un inedito quadro di antiche convivenze tra diversi linguaggi per cui come abbiamo sottolineato prima, quasi certamente, da Aquileia all’Istria, il confronto tra mondo ladino, veneto e slavo è stato molto più forte e forse precoce di quanto si sia finora immaginato. Probabilmente già in epoca medievale, da Muggia alla Bisiacarìa, il friulano ed il veneto si sono trovati così a convivere dando vita a linguaggi che  oggi difficilmente si possono definire come appartenenti interamente all’uno o all’altro ambito linguistico; linguaggi come il muglisano ed il tergestino che sono parlate di tipo friulano fortemente ed anticamente influenzate dal veneto o come quello bisiaco dove, altrettanto forte nei secoli, accanto ad antiche espressioni venete, è stata la segreta, finora non riconosciuta influenza di una perduta parlata ladina. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poesie di Leonardo Brumati&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sonet&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;                                                           A Lùzia e Bepi Cosul&lt;br /&gt;                                                           Sposi&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anca ti Lùzia te xe maridada,&lt;br /&gt;felize mi te auguro la vita&lt;br /&gt;finamente ti te à coronada&lt;br /&gt;quela speranza che la era zita&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;cignuda ta ’l to cor e ben serada.&lt;br /&gt;Dès bogna che te pense a far fioreti&lt;br /&gt;parché la zoventù te à donada&lt;br /&gt;a Bepi che al speta bei fioleti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;par far faméa che la vaghe vanti drita&lt;br /&gt;su quela strada segnada del Signor.&lt;br /&gt;E ti Bepi corazo, ta la vita&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;xe anca spini e no solache fior.&lt;br /&gt;Ma tut passa in sto mondo, passa via,&lt;br /&gt;resta noma che al grando, vero amor.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;                                     &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sonetto. Anche tu, Lucia, ti sei maritata, / felice io ti auguro la vita / finalmente hai coronata / quella speranza che silenziosa // tenevi nel cuore ben custodita./ Adesso bisogna che tu pensi a far fioretti / poiché la gioventù hai donato / a Giuseppe che aspetta bei figlioli // per metter su famiglia che vada avanti diritta / lungo quella strada segnata dal Signore. / E tu Giuseppe coraggio, nella vita // ci sono anche le spine e non soltanto fiori. / Ma tutto passa in questo mondo, passa via, / rimane soltanto il grande, vero amore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Morosi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’altro zorno al mus se ferma&lt;br /&gt;e no zova la vis’ceta&lt;br /&gt;mi desmonto e vardo a dreta&lt;br /&gt;e de bot ò la conferma&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;drio la macia la cavala&lt;br /&gt;de sior Pinperle passona&lt;br /&gt;chieta chieta, bona bona,&lt;br /&gt;e al me mus, lu no no fala,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;al te zira svelt a dreta&lt;br /&gt;ma sul oro li xe un fos&lt;br /&gt;e rucando a più no pos&lt;br /&gt;al rebalta la careta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando che ghe ciapa i sete&lt;br /&gt;i morosi i fa conpagno&lt;br /&gt;no i te scolta gnanca al lagno&lt;br /&gt;e i cunsilgi de mi prete.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fidanzati. L'altro giorno l'asino si ferma / e a nulla serve il frustino / io scendo e, guardando alla mia destra, / capisco subito il perché: // oltre gli alberi la cavalla / del signor Pinperle bruca l'erba / quieta quieta, buona buona / e infallibile il mio asino // gira veloce a destra / ma, sul margine, lì c'è un fosso / e tirando a più non posso / rovescia il carretto. // Così quando sragionano / i fidanzati si comportano allo stesso modo: / non danno più ascolto né alle lagnanze / né ai consigli di me prete.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mussa Vernacola&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un tenp un bon udor la bavisela&lt;br /&gt;sufiava su de la marina cara&lt;br /&gt;ma dès cu’i risi, questa la é bela,&lt;br /&gt;vien su una spussa che l’é propio rara.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No i à vulù scoltarme co diseuo&lt;br /&gt;de no piantar quei risi ta ’l paludo&lt;br /&gt;e i siori quando che mi lazò andeuo&lt;br /&gt;i me feva scanpar como un por gudo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;par guantarme de bot in ta la nassa.&lt;br /&gt;Ma mi cun arte desfauo la madassa&lt;br /&gt;scrivendoghe a Gurizia le reson&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;che no le à valù, parché al paron&lt;br /&gt;l’é senpre lu che al vinze e intant al por&lt;br /&gt;al à magnà le vache e al so lavor.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mussa vernacola. Un tempo un buon odore la brezza leggera / portava su dalla marina cara / ma ora con le risaie, questa è bella, / arriva una puzza davvero rara. // Non mi hanno voluto ascoltare quando ripetevo / di non coltivare il riso nella palude / e i ricchi, quando mi recavo laggiù, / mi facevano scappare come un povero pesce // per cercare di farmi poi finire nella rete. / Ma io con arte disfacevo la matassa / scrivendo a Gorizia le ragioni // che però non sono servite, perché il padrone / alla fine è sempre lui a vincere e intanto il povero / ha perduto le mucche ed il suo lavoro.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-2163381079547862142?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/2163381079547862142/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=2163381079547862142' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/2163381079547862142'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/2163381079547862142'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2008/11/origini-dellidioma-bisic.html' title='Origini dell&apos;idioma bisiàc'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-1015987990070521438</id><published>2008-11-03T13:09:00.000+01:00</published><updated>2008-11-03T13:10:19.656+01:00</updated><title type='text'>Vini bisiachi</title><content type='html'>NOBILTÀ DEI VINI BISIACHI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"né per lo spirito, né per lo gusto,&lt;br /&gt;né per altra qualità, che nei più pregiati &lt;br /&gt;si cerchi, non cedon la palma" &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Silvio Domini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Non è qui il caso di lodare ancora il più classico dei vini monfalconesi e cioè il Pucino, al quale, secondo le informazioni dell'insigne naturalista romano Plinio il Vecchio, va il merito di aver mantenuto in salute ed in vita fino alla tarda età l'imperatrice Livia. Così lo studioso si esprime nelle pagine della sua Storia Naturale: "...gignitur in sinu Adriatici maris, non procul a Timavo fonte, saxeo colle, maritimo afflatu, paucas coquente amphoras". In passato si è discusso molto e si è scritto diffusamente onde determinare a quale vitigno odierno corrispondesse il Pucino. A noi interessa solamente che tale celebre vino venisse prodotto ai margini orientali del nostro Territorio in una condizione ambientale che è nostra.&lt;br /&gt;  Sempre dalle opere di Plinio e da quelle di Virgilio, lo storico e traduttore Giuseppe Berini da Ronchi (1746-1831), attinse le notizie su due altri vini che le nostre terre offrivano già in epoca romana. Riportiamo l'interessante passo riguardante San Canzian d'Isonzo:&lt;br /&gt;" Andava ancor io dicendo tra me: qui, ove presentemente gracida l'importuno ranocchio, in tempi lontani eccheggiava da un luogo all'altro il giulivo canto del carettiere di Nauporto e di Emona, che aveva cioncato ciotole ricolme della dolce Elvola e del durevole vino prodotto dalla vite Aminea. Questi due vini corrispondono alla Rebola e al Cividino. Sono ambidue vini bianchi e ricercati, in modo particolare dai popoli della Carniola e della Carinzia. Il nome di Rebola deriva dal vocabolo latino di "helvola", con cui denotavasi la stessa uva di quei tempi, come lo dimostra la uniformità della desinenza e, meglio ancora, il colore dei suoi acini.  L'uva di tal nome ha un certo rosso pallido tendente al giallastro, quale è appunto il colore che dicevasi "helvus" dai Latini. Nel Cividino si combinano i connotati assegnati da Virgilio pel secondo vino, cioè di essere un vino da durata, "vimum firmissimum", e di venir prodotto da una vite scevra di minio, "aminea". Certe vini come il Refosco e simili varietà, contengono nella cellulare della parte legnosa una sostanza colorata che imita il cinabro detto "minio" dai Latini. Questa sostanza al tempo della lagrimazione scola fuori pei tagli della potatura, insieme alla linfa della vite, e tinge gli strati mucillaginosi che vi si formano intorno al tronco. La mucillaggine che si condensa sulla vite del Cividino non è rossa, ma pallida e cioè "Aminea".&lt;br /&gt;  La presenza del Cividino, in Bisiàc chiamato Zividìn, e della sua coltura nelle nostre terre ci viene pure confermata da un antichissimo toponimo del territorio comunale di San Canzian d'Isonzo (Saganziàn). Esiste appunto una località denominata già in tempi lontani al Zividin, nome che venne registrato nelle mappe catastali del 1818 nella versione italianizzata di Cividino.&lt;br /&gt;  In un codice dell'Archivio Comunale di Monfalcone, risalente agli anni 1447-48, sono registrate le molte spedizioni di merci dal porto di Monfalcone e dirette a Venezia, consistenti per la maggior parte in agnelli, lino e un'infinità di botti di vino del Territorio. Per dare un breve esempio riportiamo le registrazioni del giorno 15 maggio 1447:&lt;br /&gt;  Die XV mai ser Petrus Tajapiera de Burano conducis Venetias in eius barcha arnasia (1) tria circullata vini, sunt urne (2) octo.&lt;br /&gt;  Die suprascripto Johanes Petri de Burano conducit in Venetias in eius barcha arnasia duo vini, sunt urne sex. Item unam barillam vini.&lt;br /&gt;  Die suprascripto Julianus de Venetiis, procurator ser Nicolai de Claricinis mittit, par  Victorem Oxello de Venetiis patronum barche, arnasia 16 et barillas quatuor vini, sunt urne 43 vini.&lt;br /&gt;  Così accadeva quasi ogni giorno. I vini locali, in questi tempi medioevali andavano a rallegrare le mense dei nobili veneziani (3).&lt;br /&gt;  Lo storico udinese conte Basilio Asquini nel 1741 così scriveva dei vini del Territorio monfalconese, e a lui, intenditore e specialista, possiamo credere in quanto la sua famiglia possedeva da secoli vaste tenute presso Staranzano:&lt;br /&gt;  Ma in niuna cosa spicca maggiormente la meravigliosa attività di questo Territorio, che nella produzion delle piante (4), le quali ben nutrite, e perciò ritte, grosse e succose s'incontrano quasi in ogni luogo: singolarmente le viti, né di più feconde, né di più folte crediamo che in tutto il suo imperio possa vantare Bacco. Parrebbe cosa difficile a credersi, e forse tra le menzogne da reputarsi, quando ciò non constasse da Quartesi, o sieno Decime, di una ogni quaranta misure, che si pagano nel Territorio de Monfalcone alli Parochi, il dire, che questo picciolo e ristretto paese, che appena per la metà è piantato di viti, essendo in molti luoghi occupato da monti, prati, pascoli e spezialmente da longhe e  ben larghe paludi, imbotti un anno per l'altro circa dodicimila Orne di vino, che danno Conzi (4) circa ventimila, misura di cui servesi la maggior parte del Friuli. Ma ciò che rende maggior meraviglia si è, che in tanta copia di vino, non vi manca il suo pregio: se però si eccettuano le Rossare, da cui spremesi un sempre debole e scolorito licore. Gli altri tutti sono, per le mense particolarmente, di una singolarissima stima: dimodochè né per lo spirito, né per lo gusto, né per altra qualità, che nei più pregiati si cerchi, non cedon la palma, non dirò solamente a quelli del resto del Friuli, quntunque di squisitissimi ne produca, ma ne pure ad alcun altro de più lodati che ne vanti l'Italia; imperciocché molto pettorali sono e passanti; e di più grand'acqua portano senza gran fatto scemare di vigore...".&lt;br /&gt;  Che questo singolare apprezzamento ci arrivi dal conte Asquini, non è dir poco e possiamo supporre che uno di questi vini lodati sia stato il Picolit. Forse proprio dalle campagne di Dobbia i Conti Asquini portarono questo vitigno a Fagagna presso il loro castello. Infatti il nipote Fabio Asquini nel 1762 iniziò, per la prima volta, il commercio di questo dolce e profumatissimo vino bianco, facendo soffiare a Murano delle bottiglie speciali che presero la volta delle Corti europee e del Vaticano. L'origine bisiaca del Picolit certamente è una supposizione, ma che viene avvalorata dall'esito della presentazione dei migliori vini della Contea Principesca di Gorizia e Gradisca alla Mostra Internazionale di Londra del 1862, dove vennero premiate con medaglie d'oro le sei bottiglie di Picolit dell'anno 1849 prodotte dal possidente monfalconese Domenico Vio nei vigneti di Staranzano e Dobbia. La Società Agraria Goriziana, nel dare, in un suo periodico, questo lieto annuncio, informava che del Picolit  vincente erano disponibili 1.000 bottiglie, uguali a quelle inviate a Londra per la giuria.&lt;br /&gt;  Concludendo, Monfalcone e il suo Territorio, possono ben a ragione vantare eccellenti vini, che trovano nella storia illustri predecessori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Note:&lt;br /&gt;1) Arnaso, "botte per il vino"; recipiente in legno per cantina.&lt;br /&gt;2) Orna, tino per le vendemmie; misura per liquidi (anticamente sotto Venezia corrispondeva a sei secchie).&lt;br /&gt;3) A questo proposito, nel testo Delle rime piasevoli di diversi autori, nuovamente raccolte da M. Modesto Pini, &amp; intitolate La Caravana, Parte prima, in Venetia (appresso Sigismondo Bordogna) 1573, troviamo: "In casa mia ieri pi pien che un vuovo, / Vini da mar, vini da Monfalcon".&lt;br /&gt;4)  Conz, antica misura per vino, in legno cerchiato in ferro, di circa 85 litri.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6899873870106799674-1015987990070521438?l=ivancrico.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://ivancrico.blogspot.com/feeds/1015987990070521438/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6899873870106799674&amp;postID=1015987990070521438' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1015987990070521438'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/6899873870106799674/posts/default/1015987990070521438'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://ivancrico.blogspot.com/2008/11/vini-bisiachi.html' title='Vini bisiachi'/><author><name>ivan crico</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07286130795813531700</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='31' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_uu3k29eXik0/TSogFfLTlwI/AAAAAAAAAPY/gkqOVckE_OI/S220/per%2Bblog.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-6899873870106799674.post-2039634308376909781</id><published>2008-11-03T13:05:00.000+01:00</published><updated>2008-11-03T13:08:55.357+01:00</updated><title type='text'>"Verbo mio!": le parole bisiache</title><content type='html'>NOMANZE DE FRUTI E DE PIANTE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ARMILIN&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La radisa del nome de sto frut, como che se leze ta diversi vocabulari de parlade venete, sarìa de zercarla ta la parola “Armenia”, parvìa che xe sta de quel paese che - cussì i dise - i soldadi romani i à portà a qua de naltri i armilinari pa’la prima volta. La parola taliana “albicocca”, ‘nveze, la vien de l’arabo “al-barpuq”, par latìn “precoquus”, che par talian vol dir “precoce”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NARANZA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al nome bisiàc de sto frut al vien drét de l’arabo “narang’” ( par talian, ‘nveze, se ghe dise “arancia”). Se pensa, defati, che sìe stadi  i marcadanti viniziani a portarle, cu’le navi, par primi de ste bande; e par quest se à mancignù la magnera più antiga de ciamarle. Se pensa, po, che la parola “narang’” la vegne de quela sanscrita “ nagaranjia”, che xe un vocàbul par dir che xe ‘na roba che la ghe piasona ai lionfanti, parvìa che sti nemai le naranze i le magna propio de gust.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SAREZA  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La parola “sareza” la vien doprada par ciamarghe al frut ma, anca, un cazot o ‘na bona crozulada. Un bel zugo de ‘na volta era quel de far i ricini cu’le sareze, metendo a piculon parsora de la récia dò sareze cignude ‘nsieme ‘ncora cu’l so picol.&lt;br /&gt;“Sareza”, più del talian “ciliegia”, al ghe soméa méi al nome antigo de sto frut, che ‘l nasse ta ‘l mese de mazo-zugno, e che l’era “ceresia” (par latìn volgar) e ‘ncora prima, in grego, “Keràsion”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;STROPAR&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al stropar, par talian, al xe dit “salice, salcio viminale”. Cu’le so rame longhe, drete e sutìle, “le strope” ( e massima quele che se recavéa dei biancuni e dei negruni, che sarìa dò spezie che se catava vìa pa’l Lisonz), i zestari bisiachi i à ‘nbastì - fandose cognossar par dut pa’la so braùra - miari de tomane, cazopete e tanti altri tipi de zesti.&lt;br /&gt;Cu’le strope se pol, po, anca ligar i cavi de le vide fando como dei pìzui lazi, curti e fini, ciamadi “strupioi”. Ancoi i li dopra de plastica ma, como che me à contà un me amigo sotan, no i xe gnanca de mètar cun quei antri.&lt;br /&gt;Le strope, donca, le va benonon par ‘nturtizar, strènzar, parvìa che le xe - ‘nsieme - morbede e forte. La parola  “stroppus”, in latìn, la vignìa doprada par ciamar ‘na zengia che la servìa par ligar al remo ta la forcula: de qua, dato che anca cu’le strope se podeva ligar tantone robe, le à ciapà cu’l tenp sto nome.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MAURA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Folaga: dal latino medievale “maurus”, moro, perché nere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;AIAR&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Co ò sintù dir che fina ta i ani vinti de sto sécul i vecioni, cu’la più doprada “aria”, i diséa anca “àiar”, devo dir che no ero tant cunvìnt. O’ pensà de bot che la fusse ‘na parola ciota de ‘nprest del furlan. Defati, ‘ncora dés, in Furlanìa i dise “àjar”, o “àer”; e, par ciamar al vént crudo de l’inverno, “ajarìn-ett-utt-att-on”.&lt;br /&gt;Bogna dir, parò, che sta parola no la xe furlana ma la vien, como che se sa, del grego “aér” travers al latìn “aera”. Son ‘ndà lora, dato che anca al dialet vinizian al à tantone parole che le vien del latìn, a zercar s’anca ta ‘l veneto se doprava ‘na parola che la podesse somearghe a quela furlana.&lt;br /&gt;Como che me ‘npensau ta ‘l vinizian antigo ò catà “àgiara” o “aiera”; po ta ‘l ciozot “agiare”, “ageressa” (par dir ‘n’aria che la fa mal), “agiareto” ( par dir ‘n’aria fina)  e “agiaron” ( un réful de aria fresca). Par quel che reguarda Grau, no véndo quela volta ‘ncora un vocabulario de sta parlada, son ‘ndà lézar le puisie de Marin e ò catà, ta ‘l vulume “La luse sconta”, sti versi: “e l’onbra ingiote duto / e rende l’agere inserto”. A Rovigno ‘nveze, t’una puisìa de giusto Curto, catemo “arein”. Un’antra cunferma la ò buda lezendo le òpre de Bartolomeo Cavassico, un fin poeta de Belun vivest fra ‘l milaquatrozentozinquanta e ‘l milazinquezentozinquantazinque. Su’n t’una so puisìa al à scrit: “a la fé che ‘l vedeve / per l’àier svolatar”. Dut quest par dir che, pur in magnere difarente, sta parola la era doparada, in ta ‘nstessi ani, sìe dei viniziani che dei furlani.&lt;br /&gt;Po, un zorno, me xe capità de sintìr dei vèci de qua che i diséa “aiarìn” e, co ghe ò dimandà se la era ‘na parola bisiaca, i m’à dit che lori, par quel che i se recordéa, i la véa senpre sintuda doprar de ste bande. Me xe suzedù ‘ncora de sintirla e, cussì, son tornà zercar. T’una puisìa del Scaramuzza, un poeta gradesan de l’antro sécul, ò catà lora “agerìn” e a Cioza “agiarìn”. Anca sta qua no la era, donca, ‘na parola sol furlana.&lt;br /&gt;Ta ‘l nostro vocabulario la ‘siste, parò, ‘na parola onde che xe drento anca “àiar”: “sotàiaro”, che vol dir par talian “palonbaro”. I ciozoti, ‘nveze, i ghe dise t’un modo squasi conpagno “sotagiaro”.&lt;br /&gt;Par tornar a la parola “àiar”, dovemo pensar più che al ciozot e al gradesan ( onde che tante “i” le deventa “gi” como ta le parole “pagia” par “paia” o “tagia” par “taia”) a quei “àiare” o “àier” che catemo ta le parlade viniziane. Squasi de secur, se sta parola la vignìa doprada dei bisiachi, la dovéa ver ‘na filusumìa conpagna de quela che i doprava a Venezia e defati, la parola “sotàiaro”, par cunfermarlo.&lt;br /&gt;Xe bastanza fàzil, po, ‘mazinar che como a Belun (onde che tantone parole le finisse zoncade como quele bisiache) “àiara” la xe deventada “àier” anca sta parola - a qua de naltri - la se pode vér mudà in “àiar”.&lt;br /&gt;Vìa pa’i ani, ciaculando cu’l amigo Begnamin Braida e tanti véci dei nostri paesi, e massima de Pieris, Saganzian e Turiac, ò pudù sintìr anca antre parole che le nasse de “àiar”. Oltra che “aiarìn”, che ‘l xe ‘l nome de un vént ‘ndiazà ( es. : “Ancoi é un aiarìn che ‘l taia le coste”), podemo catar anca “paràiar” (es.: “Cossa bùteto paràiar quela garzona!”), e “aiaroso” (es.: “Spande aiaròso quel fén, ziò che ‘l se sughe ben”).&lt;br /&gt;Par finir bogna dir che anca se ste parole le cunparisse ta i vocabulari veneti la zente - a difarenza dei furlani - zà del prinzìpio de l’antro sécul la véa squasi duta desmitù de doprarle ta la vita de oni zorno. No xe de darse de maravéa se squasi nissun se le recorda, se le xe ‘ndade in ris’c- chi sa como quante antre - de vignìr desmentegade par senpre. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;BALISTRA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se parlava, un zorno, de arme e, anca, de quéi zughi che i xe ligadi in calche modo a la càzia o a la guera. Zugar cu’l arc la era ‘na véra e propia passion dei garzoni bisiachi, me contava l’amigo Begnamin Braida, e par custruirli i cioléa i finucini de l’onbrena e i li lighéa ‘nsieme. Cussì se feva l’archét par ‘ndar tirar in ziro. Ma, t’un zerto momént, como recordandose de ‘na roba ‘nportanta, Begnamin al me dise: “Par dir la virità noi zovini lo ciamesse arc o archét ma me nonu, e cun lu tuti i vecioni, i ghe diséa la “balistra”. I savéa anca lori che l’arc xe ‘n’altra roba ma, ‘nstés, lori i cuntinuava a ciamarlo cussì”. No me à dà tant de maravéa sintìr che na volta i ciaméa ‘na roba cu’l nome de ‘n’antra: suzede anca ancoi che calchidùn al sganbia “polistirolo” par “colesterolo” e cussì vìa vanti. Quél che me à ‘ntaressà tanton, ‘nveze, xe sta descoèrzar che al nome par latìn de “balestra” al era “bal(l)ista”. Podarìe èssar cussì che ta ‘l véc’ bisiàc, più che ta ‘l talian, sìe restada viva par sécui ‘na forma più someanta a quela antiga.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;GARZON&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Garzon” o “garzona”, par ciamar un regazet o ‘na regaza, e “garzonét” par nomenar i più pìzui, xe ‘ncora bastanza doprà in ziro pa’i nostri paesi. Bogna savér, parò, che semo restadi solche naltri bisiachi a sarvirse de sta parola parvìa che, par dute le antre bande, la xe disparida zaromai de zentozinquanta ani. Ta ‘l primo lùmar de la rivista de dialeti “Diverse Lingue”, defati, Piera Rizzolati la contéa che l’ùltima tistimognanza de sto vocabul se la podeva catar a Clauzetto, in Furlanìa, ta la metà de l’antro sécul. Voltando par furlan “La Parabola del Figliuol Prodigo” quéi de sta vila i véa scrit cussì: “E al ji disè il garzon: pari ai falat cul Signor e cun te”. Noma che ta la Bisiacarìa, como che scrive ‘ncora sta studiosa, la parola “garzon” ( che la vien del franzese “garcon”) la cuntìneva a éssar doprada ‘ncora mancignindo, in più, al so significato original.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;STRUPIAR&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I me stava contando ‘na vècia storia onde che in t’un zerto momént, al parsonagio prinzipal, i ghe pica de drìo ta la schena ‘na tabéla cun su scrit: “Al maza zento e ‘l strùpia quatordese”. Sintindo sta parola m’ò ‘ncuriusì, parvìa che no savéu che la vignìa doprada anca dei bisiachi. Cussì, par prima roba, son ‘ndà védar como che ‘l verbo “storpiare” al se mudéa ta le antre parlade. O’ let lora che ta la lèngua bretone se dise “estropya” e in spagnol “estropear”. Lezendo ‘na puisìa del gradesan Marchesini, ‘ntitulada “De lenguistica”, ò catà po al verso “se missia drete e strupie toscanae”. “Strupiar” se cata po anca ta ‘l furlan, ta ‘l ciozot e ta antre parlade venete.&lt;br /&gt;Ancoi, anca ta le antre bande, no dopra nissun sta parola che, almanco fina al prinzìpio de sto sècul, la era ‘nveze tanton cugnussuda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;SCUNIR DESCUNIR O DISC
